Rinnovabili, biometano e Pnrr: le vie per rendere la transizione energetica davvero efficace

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Se esistesse una bacchetta magica per azzerare in un batter d’occhio l’eccesso di anidride carbonica prodotta, probabilmente la Commissione europea non avrebbe mai proposto agli Stati membri dell’Ue di firmare il ‘Patto verde’ che ha fissato, non senza una certa ambizione, l’obiettivo di raggiungere la neutralità nelle emissioni clima-alteranti (‘net zero’) entro il 2050. Un goal la cui importanza è da qualche anno progressivamente amplificata anche dalla crescente sensibilità dell’opinione pubblica sul tema ambiente, nonché un vero e proprio pilastro al quale i governi sembrano voler definitivamente ancorare il rilancio dell’economia nel Vecchio Continente funestato dal Covid. Anche perché un significativo flusso di capitali a livello globale viene progressivamente destinato a questi temi. E intercettarli fa gola a diversi attori dello scacchiere internazionale, privati e pubblici.

Ma in un simile scenario, il nostro Paese è pronto per affrontare e sostenere un significativo processo di transizione energetica? Ne abbiamo parlato con Roberto Prioreschi, managing director di Bain & Company per Italia e Turchia e responsabile del settore energy, e Alessandro Cadei, senior partner e responsabile Emea del settore energy & utilities della medesima società di consulenza, che in Italia ha sede a Milano e Roma con oltre 500 dipendenti. Secondo Cadei “nell’accelerazione verso la ‘net zero’ economy, il Paese può e deve giocare un ruolo di primo piano nel contesto internazionale”. Il problema è che “gli strumenti finora disponibili – pur avendo avuto negli ultimi anni un ruolo fondamentale nel porre le basi della transizione energetica – appaiono ormai parziali e incompleti”. La pandemia, poi, “ha rappresentato un definitivo stress test mostrando con chiarezza la necessità (condivisa da tutte le parti, aziende e istituzioni) di trovare con urgenza nuove soluzioni e nuove modalità di azione”. 

Secondo Prioreschi, i tempi sono maturi per il “salto verso un nuovo modello di collaborazione tra pubblico e privato, in grado di rispondere alle priorità di business che si stanno definendo alla luce dell’avvento del nuovo ecosistema economico-ambientale”. Ma, perché ciò avvenga, “è necessario incorporare negli strumenti a disposizione il tema della transizione energetica in senso molto più ampio”. In pratica, oltre all’elettrificazione e all’efficienza energetica, secondo Bain, le leve innovative che occorre innescare riguardano anche altre aree per il momento meno esplorate, come la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, definendo il contesto regolatorio, e dunque di mercato, mediante l’adozione di iter autorizzativi chiari.

Un’altra leva innovativa da strutturare secondo il suo reale potenziale, ad avviso di Bain, è quella di sollecitare l’efficientamento energetico non soltanto nell’industria e nel terzo settore, ma anche nei settori finora meno esplorati del residenziale e dei trasporti, tramite un mix coerente di politiche e azioni collettive. Senza dimenticare la strategicità degli investimenti per consolidare il ricorso alle nuove fonti energetiche complementari all’elettrificazione, come il biometano e l’idrogeno, che per l’Italia possono rappresentare anche, se colte con lungimiranza, un’opportunità di leadership tecnologica.

Per cavalcare le nuove frontiere della sostenibilità ambientale, secondo Prioreschi, occorre, però, superare le logiche del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che è lo strumento che il nostro Paese si è dato per cambiare la politica energetica e ambientale verso la decarbonizzazione con obiettivo il 2030. In tal senso il Piano nazionale di ripresa e resilienza, adottato dall’esecutivo in carica, “sembra aver fatto propria l’attenzione a questi temi con circa 70 miliardi di euro destinati al raggiungimento degli obiettivi e potrebbe rappresentare il punto di partenza per una transizione ecologica a tutto tondo”.

In particolare, se si vuole offrire un ordine di grandezza come riferimento oppure fissare delle asticelle per dare l’idea del percorso che resta da compiere, secondo le stime di Bain, la produzione di energia rinnovabile dovrebbe passare dall’attuale 17 al 65% dei consumi di energia primaria e la sola capacità elettrica rinnovabile dovrà aumentare di quasi otto volte, da 1,5 TW a 15 TW, con un tasso di installazione annua di capacità più del doppio dell’attuale. Oltre a un evidente sforzo di natura industriale e gestionale, ciò implicherebbe, per la sola parte impiantistica, investimenti in eccesso per circa 10mila miliardi di dollari. Certo, il proverbiale gap infrastrutturale italiano, pesa come un macigno sulle sorti della transizione energetica, ma va superato se si vogliono cogliere le opportunità di un megatrend, che, assicura Cadei, non mancheranno “per le aziende del settore energy e utilities, in particolare per i grandi operatori integrati che emergeranno come leader di mercato. A oggi, infatti, il valore del mercato del recupero di risorse (energia, materiali, territorio) si attesta a 25 miliardi di euro oggi, mentre nel 2030 peserà 40 miliardi di euro”.

Due sono i fattori abilitanti prioritari in questa fase per l’attivazione delle leve finora descritte, conclude Prioreschi. “L’innovazione tecnologica e la definizione di un piano normativo-regolatorio adeguato, che rappresentano anche opportunità imprescindibili per raggiungere l’obiettivo ‘net-zero’”. Ed è “fondamentale muoversi il prima possibile, per non perdere terreno rispetto ai nostri peer europei”, sottolinea con forza. Quanto al ‘come’ muoversi il responsabile del settore energy in Bain non ha dubbi. “È necessario un nuovo approccio collaborativo tra istituzioni e player del settore, un modello che comporta un coordinamento istituzionale e un impegno industriale, finanziario e gestionale inediti nella storia. Un impegno per cui l’Italia potrebbe essere finalmente pronta”.