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Forbes Italia 26 Febbraio, 2020 @ 10:17

Un nuovo gruppo di Csr manager per guidarci verso un futuro sostenibile

di Forbes.it

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sostenibilità-csr manager-Corporate Social Responsibility
(Shutterstock)

Si è conclusa la prima edizione dell’Executive Master in Corporate Social Responsibility Management di BlueAcademy, di cui Forbes è media partner. La consegna degli attestati di partecipazione, che si è tenuta venerdì scorso presso la sede centrale di Milano di Prysmian Group (azienda italiana protagonista dell’industria dei cavi e sistemi per l’energia e le telecomunicazioni che opera in oltre 50 Paesi con circa 29.000 dipendenti e 112 impianti produttivi), è stata l’occasione per discutere di sostenibilità e formazione.

Lorenzo Caruso, chief communication officer & non financial reporting di Prysmian Group, ha fatto gli onori di casa illustrando il concetto di sostenibilità dell’azienda. Prysmian accoglie gli obiettivi di sviluppo sostenibile stilati dalle Nazioni Unite e a essi si ispira per definire la propria strategia di sostenibilità che è attuata attraverso una serie di obiettivi aggiornati annualmente dal management. L’intero processo è monitorato dal Sustainability Steering Committee presieduto dal Chief Operating Officer del Gruppo. Gli sforzi di Prysmian nell’ambito della sostenibilità, racconta Lorenzo Caruso, si concentrano in tre aree principali: innovazione e prodotti sostenibili, riduzione del consumo delle risorse naturali e sviluppo delle comunità.

Come si diventa CSR Manager? L’approccio didattico di BlueAcademy

Aziende complesse necessitano di manager competenti e preparati per affrontare il futuro. Come ci si prepara a diventare dei CSR Manager? Con lo studio delle strategie delle imprese; con il confronto diretto con chi in azienda si occupa quotidianamente di questi temi. L’Executive Master di BlueAcademy ha proprio questa impostazione: le sessioni d’aula hanno visto infatti la partecipazione di qualificati docenti ed esponenti aziendali che hanno portato la loro testimonianza. Al termine della fase in aula inoltre, sulla base dei concetti visti a lezione, i partecipanti hanno elaborato veri e propri casi di studio, che hanno poi presentato e discusso in questa giornata speciale, al termine dell’intervento di Lorenzo Caruso, in una tavola rotonda condotta da Enzo Argante, Responsibility Editor di Forbes Italia.

Sono stati proposti dai corsisti diversi argomenti, differenziati per settore produttivo, che hanno reso la discussione profondamente interessante, mai ripetitiva e per nulla banale. Giacomo Maggiore ha analizzato il problema del caporalato in agricoltura e ha elaborato un progetto di responsabilità di impresa per risolvere il problema del trasporto dei braccianti. Andrea Zattarin ha presentato un progetto di CSR nel settore assicurativo, che coinvolge un’impresa che valuta la creazione di prodotti assicurativi dedicati alle persone con disabilità, ai loro famigliari e ai relativi volontari e sostenitori. Flavia Loner si è invece incentrata sul settore della moda e dell’abbigliamento sportivo portando come esempio le strategie correnti di economia circolare di Adidas. Ugo Assandri ha poi considerato il caso della CSR nella grande distribuzione organizzata, settore per il quale, stante la marcata perdita di profittabilità e di attrattività dei grandi ipermercati, si propone un progetto di semi prossimità di negozi di medie dimensioni, dislocati in posizioni strategiche della città. Xenia Tovar, avendo un incarico presso il Sottosegretariato del Ministero del Lavoro con competenze istituzionali relative alla “Promozione della Responsabilità Sociale d’Impresa”, ha esposto la necessità di attivare un dialogo tra istituzioni e aziende in materia di CSR, nel contesto attuale del Paese. Infine, Guido Amoruso Manzari si è soffermato sul ruolo della comunicazione a sostegno delle politiche di CSR e sull’opportunità di generare un meccanismo di trasparenza e rendicontazione necessario per incentivare un ruolo attivo della collettività nel raggiungimento del bene comune.

BlueAcademy Executive Master in Corporate Social Responsibility Management

BlueAcademy ha fin da subito creduto nell’organizzazione dell’Executive Master in Corporate Social Responsibility Management, e i risultati ottenuti in termini di soddisfazione di docenti, corsisti e partner confermano la correttezza del percorso intrapreso: un corso di formazione altamente professionalizzante il cui punto di forza è la presenza di prestigiose aziende impegnate nel mondo della sostenibilità. Relatori e partecipanti hanno assistito attivamente alle lezioni, interagendo in maniera costruttiva, e creando un ambiente stimolante in cui la libera espressione delle idee era incentivata.

La nuova edizione Executive Master per CSR Manager

La nuova edizione del master per aspiranti CSR Manager partirà a fine marzo del 2020. Il corso è riservato solo a venti partecipanti e ai primi cinque iscritti verrà garantito uno stage di 3 mesi; a uno dei primi cinque iscritti verrà inoltre offerta una borsa di studio a copertura totale del costo di iscrizione.

Per maggiori informazioni è possibile consultare la scheda dell’Executive Master in Corporate & Social Responsibility Management sul sito di BlueAcademy

Business 21 Febbraio, 2020 @ 10:52

Come stabilire buone regole di governance in azienda

di Luigi Dell'Olio

Giornalista economico e finanziario.Leggi di più dell'autore
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Daniela Bruno, esperta di governance aziendale
Daniela Bruno

Tratto dal numero di Forbes di febbraio 2020

Se non ci sono dubbi sul fatto che l’acronimo Esg costituisca la bussola che orienta oggi il mondo delle aziende, è pur vero che le tre lettere che lo compongono non assumono lo stesso rilievo nelle strategie delle imprese. Quasi tutti coloro che si appellano a questi principi sono infatti concentrati sull’impatto ambientale delle proprie attività (da cui la “E” di environment) e alcune si mostrano particolarmente attente ai temi dell’inclusione sociale (la “S”), mentre sono poche quelle che curano la governance (la “G” dell’acronimo), cioè la creazione e il mantenimento delle regole di buon governo. Ne abbiamo parlato con Daniela Bruno, fiscalista ed esperta di governance.

Come si stabiliscono corrette regole di governance?

Partirei da una premessa: la sostenibilità non rappresenta più una sfera d’azione separata rispetto al business delle aziende. Le imprese devono oggi integrare l’analisi finanziaria con quella ambientale, sociale e di buon governo sia per gestire i rischi, sia per cogliere appieno le opportunità di mercato e di crescita. Avere un buon governo societario significa molte cose: ad esempio la presenza di consiglieri indipendenti, le politiche di diversità – di genere, etnica e così via – nella composizione dei cda e degli organi di controllo e la remunerazione del top management collegata a obiettivi di sostenibilità. E, ancora, prassi correnti di welfare aziendale, policy su come vengono trattati i dipendenti e i fornitori, attenzione all’ambiente in cui si lavora, adeguati investimenti in innovazioni pensando al futuro, politiche corrette per acquisire le risorse che servano alla stabilità e sostenibilità dell’impresa nel tempo.

Quali sono i modelli governance prevalenti?

Non esiste una soluzione ottimale per tutti, ma alcuni principi sempre validi sì. Ad esempio, il processo di selezione e nomina degli amministratori deve essere trasparente e garantire una composizione che privilegia diversità, equilibrio e qualificate esperienze professionali che possano diventare patrimonio aziendale. Le imprese, nell’ottica di un’efficace governance della sostenibilità, devono riconoscere l’importanza di integrare in Cda specifiche competenze socio-ambientali, di mantenerle aggiornate mediante programmi di aggiornamento e di valorizzare l’impegno dei consiglieri sul tema attraverso incentivi legati alle performance. Non solo: negli organi apicali devono essere inclusi componenti che abbiano competenze puntuali sulle tematiche Esg collegate al business in cui opera l’azienda.

E la diversità di genere?

È un altro obiettivo da perseguire. Purtroppo resta invece ancora risicatissima la presenza femminile in ruoli decisionali: secondo il terzo rapporto CS Gender 3000 del Credit Suisse Research Institute, solo il 5% delle 3mila aziende distribuite in 56 paesi coinvolte nella ricerca ha un ceo donna.

Style 7 Febbraio, 2020 @ 3:13

La borraccia secondo Chanel: quasi 5mila euro per mixare sostenibilità e stile

di Simona Politini

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Borraccia Chanel
(chanel.com)

Dalle sale dei bottoni alle scuole, il tema della sostenibilità è entrato di prepotenza all’interno di ogni settore. Non poteva restarne immune nemmeno il fashion che dell’attenzione per l’impatto ambientale non ha mai fatto una bandiera, almeno sino a tempi recenti. Oggi, però, i repentini cambiamenti climatici impongono scelte radicali e il lusso abbraccia lo stile eco-friendly. Lo fa anche la maison Chanel che, all’interno della collezione Cruise 2020, presenta la sua borraccia très chic: più che un oggetto per ridurre l’uso delle bottigliette di plastica, un vero e proprio accessorio moda di alta gamma.

Borracce: Chanel lancia la sua “water bottle” riutilizzabile, l’eco-accessorio extralusso

La borraccia Chanel è in metallo color oro e chiusa da un tappo in plastica nera con l’iconico logo della doppia “C”. Ma non finisce qui. La borraccia viene venduta completa della sua borsa-contenitore in pelle nera matelassé con manico a catena in pure stile Chanel.

Per regalarsi questo status symbol basta andare online sul sito Chanel ed essere disposti a spendere 4.700,00 euro.

La “borraccia mania” investe i brand della moda

Se è di Chanel il podio per la borraccia più costosa, la maison francese non è la sola ad aver trasformato questo oggetto quotidiano in un simbolo di stile.

Anche Prada ha realizzato la sua borraccia in acciaio per sostituire le bottigliette di plastica che tanto mettono a rischio il mare dove veleggia il team Luna Rossa. Nera con logo a contrasto bianco, la borraccia Prada rispecchia lo stile minimale della casa di moda italiana. Acquistabile online, il suo prezzo è di 390,00 euro.

Più economica (39,00 euro) ma non meno stilosa la borraccia firmata da Vivienne Westwood, nata dalla collaborazione con l’azienda italiana 24Bottles. Sulla borraccia in acciaio inox color oro, la stilista, nota per le sue battaglie ecologiste, lancia un messaggio chiaro e diretto: “Climate Revolution”.

 

Podcast 21 Novembre, 2019 @ 3:00

Perché non possiamo ridurre la sostenibilità alla sola lotta contro la plastica

di Forbes.it

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La sostenibilità è un tema che non possiamo ridurre alla questione ambientale così come non si può ridurre la questione ambientale al discorso sulla plastica. Così Oscar di Montigny nella terza puntata di 0.0, il podcast che realizza per Forbes.it: sarebbe un “errore madornale”, secondo di Montigny, e significherebbe “banalizzare un tema complesso che contiene anche argomenti come la lotta per la parità di genere, la lotta alla povertà, di qualsiasi natura essa sia, alla fame, alla disuguaglianza, il diritto alla salute, al cibo e all’acqua”.

Secondo di Montigny, inoltre, quello che stiamo vivendo è un “momento storico fantastico per realizzare il cambiamento necessario a garantirci un futuro di prosperità” perché “gli incontri generazionali tra differenti stili di vita, di comportamento e schemi valoriali sono un’occasione straordinaria per operare quel cambio di paradigma che occorre per immaginare un sistema diverso rispetto a quello ora noto, sistema completamente sbilanciato, dove metà della popolazione del pianeta ha perso fiducia e speranza”.

Puoi ascoltare 0.0, il podcast di Oscar di Montigny su Forbes.it nella sezione dedicata ai podcast, ma anche su Spreaker, Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

 

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Podcast 14 Novembre, 2019 @ 3:00

3 motivi per cui la sostenibilità ha iniziato a fare notizia

di Forbes.it

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“La buona notizia è che la sostenibilità ha iniziato a fare notizia”. Così Oscar di Montigny nella seconda puntata di 0.0, il podcast che realizza per Forbes.it, introduce 3 aspetti che hanno contribuito alla crescita negli ultimi mesi della sensibilità degli italiani verso la sostenibilità sociale e ambientale. Il primo è che “la sostenibilità è entrata nella quotidianità delle persone, anche degli italiani”, il secondo è che “la percentuale di chi ha piena conoscenza dell’argomento è cresciuta del 10% e oggi vale il 32% della popolazione”, la terza è che “quasi tutti (il 92%) facciamo la raccolta differenziata”.

Di Montigny mette però in guardia gli ascoltatori anche dal rischio “banalizzazione” della sostenibilità: “speriamo che la sostenibilità superi la dimensione di moda alla quale le proteste delle giovani generazioni e dei loro giovanissimi leader rischiano di relegarla nell’immaginario polveroso del sistema”. E’ “l’unico modo per traguardare il futuro oltre i catastrofismi dipinti talvolta anche da studiosi ed esperti”.

Puoi ascoltare 0.0, il podcast di Oscar di Montigny su Forbes.it nella sezione dedicata ai podcast, ma anche su Spreaker, Spotify, Apple Podcast e Google Podcast. Qui invece il link alla prima puntata.

 

Tutti gli episodi di Forbes 0.0:

 

Forbes Responsibility 10 Ottobre, 2019 @ 8:30

L’aroma della sostenibilità secondo Massimiliano Pogliani, a.d. di Illy

di Forbes.it

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ritratto di massimo pogliani
Massimiliano Pogliani, a.d. illycaffè

Articolo apparso sul numero di ottobre di Forbes

di Enzo Argante

Non è solo il miglior modo di cominciare la giornata, una pausa energizzante, l’elemento chiave di una relazione basica fra persone che fissano un incontro. Il caffè è in assoluto uno dei prodotti più importanti del mercato economico globale. Per numeri, per implicazioni geopolitiche, per i processi sostenibili (e non) che innesca nei cinque continenti.

A Trieste, in Illy, si gioca una partita globale di altissimo impatto economico e sociale. “Dopo il petrolio, il caffé è il secondo prodotto più commercializzato a livello mondiale”, spiega l’amministratore delegato Massimiliano Pogliani, “con un volume di mercato pari a circa 15 miliardi di dollari e costituisce l’unica fonte reale di reddito per più di 20 milioni di famiglie nei paesi coltivatori. Una grande maggioranza di queste persone dipendono quasi totalmente dalle oscillazioni del prezzo del caffè e dalle speculazioni finanziarie delle borse europee e statunitensi”.

caffè sostenibile
(Courtesy: Illy)

Il caffè è uno stabilizzatore sociale globale, insomma: prodotto in oltre 50 paesi del mondo, principalmente nell’America del Sud, in Africa e nel sud est asiatico – con un volume che supera le 7 milioni di tonnellate – da lavoro a circa 60 milioni di persone. Una vera e propria cartina di tornasole sulla sostenibilità di chi questo business lo gestisce e che deve controllare una filiera controversa per le notevoli implicazioni sociali e umanitarie dei principali paesi in cui è prodotto. Per questo a Trieste hanno cominciato a guardare avanti: “L’obiettivo era orientare le nostre strategie verso un modello di business sostenibile capace di determinare vantaggi competitivi per l’azienda, integrando obiettivi economico-reddituali con aspetti di natura sociale e ambientale”. Non solo a parole, e per questo si scommette sul Sustainable Value Report (Svr), strumento guida per regolare i processi, il business, la relazione tra l’azienda e i portatori di interesse in generale. “Siamo una stakeholder company che si pone come obiettivo il miglioramento della qualità della vita dei propri stakeholder e, con il Svr, abbiamo voluto evidenziare il valore creato dalle attività dell’azienda lungo tutta la filiera e che, per quanto riguarda l’approvvigionamento della materia prima, si regge su quattro pilastri fondamentali: selezionare e lavorare direttamente con i migliori produttori di arabica nel mondo; trasferire loro la conoscenza attraverso gli agronomi Illy e l’Università del Caffè, condividendo le migliori pratiche agronomiche per una produzione di qualità nel rispetto dell’ambiente; riconoscere la produzione di alta qualità con un prezzo superiore a quello di mercato, per stimolare il miglioramento continuo e rendere sostenibile la produzione; costruire una comunità Illy che coinvolga i coltivatori e crei una cultura dell’eccellenza, tramite relazioni dirette basate sulla conoscenza, lo scambio e la crescita”.

piantagioni di caffè
Piantagioni di caffé in Colombia

Un’azienda che “si prefigge di migliorare la qualità della vita attraverso l’etica e l’eccellenza”, che viene citata come elemento essenziale, che non si improvvisa ma deve rappresentare il valore centrale sul quale vanno costruiti e allineati tutti gli impegni e le azioni dell’azienda; “un ideale da perseguire: l’unione di bello e buono che definisce l’ambito della perfezione umana, integrando dimensione etica ed estetica”. Qualcosa di più – e di più tangibile – delle buone intenzioni, che diventano riconoscimenti internazionali: Illy è l’unica azienda italiana inserita dal 2013 nella lista World Most Ethical Company che secondo Etisphere Institute definisce le aziende più etiche al mondo; la prima azienda al mondo a ottenere nel 2011 la certificazione Responsible Supply Chain Process, filiera tracciata e garantita. Ma anche assunzione di impegni corposi in coerenza con le convenzioni internazionali: l’adesione al Global Compact delle Nazioni Unite, per esempio, con cui l’azienda si impegna a un comportamento responsabile e rispettoso dei diritti umani e a monitorare eventuali azioni discriminatorie nei confronti del personale. “Il nostro monitoraggio è continuo lungo tutta la filiera. Abbiamo analizzato anche i 17 Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite rispetto alla catena del valore del caffè e abbiamo identificato nove macro-obiettivi e conseguenti oneri, che ci siamo impegnati a perseguire inserendoli nel documento della politica di sostenibilità e che abbiamo quindi incluso nel piano operativo di sostenibilità”. Sullo sfondo la minaccia del cambiamento climatico: “Da anni siamo in prima linea per contribuire a una soluzione comune al cambiamento climatico e ai suoi effetti, sempre più rilevanti per il caffè. Secondo i nostri calcoli, se i consumi di caffè continueranno ad aumentare del 2,5% all’anno e la popolazione a crescere, nel 2050 sarà necessario raddoppiare la produzione di caffè. I dati sul climate change, però, ci dicono che, se nulla cambia, nello stesso anno ci sarà la metà delle terre oggi disponibili alla coltivazione del caffè, con tutti gli effetti sociali che ne conseguono”. Una grande sfida per l’umanità, una responsabilità decisiva per tutte le imprese che puntano alla qualità sostenibile.

Business 26 Agosto, 2019 @ 9:55

Trentadue aziende del lusso fanno sistema per salvare il pianeta

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

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modelle sfilata
Chanel Cruise Collection 2019/20

Trentadue aziende della moda e del tessile fanno sistema per un obiettivo comune: salvare il pianeta. In occasione del G7 di Biarritz che si è svolto dal 24 al 26 agosto, infatti, le grandi maison e conglomerati del lusso come Chanel, Giorgio Armani, Kering, Prada, Nike, Puma e Salvatore Ferragamo hanno deciso di firmare il Fashion Pact, accordo multilaterale rivolto a tre aree di interesse: clima, biodiversità e oceani. Unica defezione eccellente, per il momento, la rivale di Pinault: LVMH.

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Naturalmente aperto a qualsiasi azienda che desideri contribuire alle sfide ambientali del nostro secolo, il patto si basa sull’iniziativa Science-Based Target che si focalizza su tre temi: arrestare il riscaldamento globale, ripristinare la biodiversità e proteggere gli oceani, riducendo l’impatto negativo del settore della moda (limitando ad esempio l’impiego della plastica monouso). Con lo scopo di rafforzare la collaborazione tra le società private e gli stati nazionali su questi temi caldi.

Alla vigilia del vertice del G7, il presidente francese Emmanuel Macron, accompagnato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze Bruno Le Maire, dal Ministro del Lavoro Muriel Pénicaud e dal vice Ministro della Transizione ecologica e solidale Brune Poirson, aveva invitato all’Eliseo i rappresentanti di 32 società, annunciando la firma del Fashion Pact. Ma ancora prima, per la precisione ad aprile, Macron aveva affidato a François-Henri Pinault, presidente e ceo di Kering, il compito di coinvolgere gli attori più importanti del settore moda con l’obiettivo di mettere a punto goal comuni per ridurre l’impatto ecologico determinato dalla filiera.

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Ecco l’elenco completo delle aziende coinvolte: Adidas, Bestseller, Burberry, Capri holdings limited, Carrefour, Chanel, Ermenegildo Zegna, Everybody & Everyone, Fashion3, Fung group, Galeries Lafayette, Gap inc., Giorgio Armani, H&M group, Hermes, Inditex, Karl lagerfeld, Kering, La Redoute, Matchesfashion.com, Moncler, Nike, Nordstrom, Prada group, Puma, Pvh corp., Ralph Lauren, Ruyi, Salvatore Ferragamo (che fino a marzo 2020 ospiterà al Museo Ferragamo di Firenze la mostra “Sustainable thinking”), Selfridges group, Stella McCartney e Tapestry.

Forbes Responsibility 9 Maggio, 2019 @ 9:04

Sostenibilità da corsa: la nuova missione green di Brembo

di Forbes.it

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Cristina Bombassei, chief csr officer di Brembo.

Articolo tratto dal numero di maggio 2019 di Forbes Italia. Abbonati.
Di Enzo Argante

Leader globale indiscusso in tecnologia, nei mercati e nei circuiti di tutto il mondo: con i suoi impianti frenanti ha vinto oltre 400 gare nei campionati mondiali nelle auto e nelle moto e adesso anche nelle competizioni dedicate ai motori elettrici, FormulaE e MotoE. Fornitore dei costruttori più prestigiosi di autovetture, motocicli, veicoli commerciali e del motor sport. Impresa inequivocabilmente italiana dal possente respiro internazionale: baricentro nell’area di Bergamo con sedi in Europa, Cina, India, Giappone, Stati Uniti, Messico e Brasile. Per questo Brembo è un marchio che incute quasi soggezione e reverenza alla famiglia Bombassei: a padre Alberto, certo, ma anche a Cristina, la chief csr officer chiamata a coniugare una straordinaria realtà industriale con la ferma convinzione che un’azienda deve essere responsabile socialmente e contribuire ai processi di sostenibilità.

“Siamo impegnati nella costante innovazione dei processi, sempre più orientati al contrasto del cambiamento climatico, all’utilizzo razionale delle risorse idriche. Brembo ha oltre 10.600 collaboratori in 15 paesi di tre continenti, con 25 stabilimenti e presenze commerciali, sottoposti a normative ambientali diverse a seconda dei paesi in cui opera. Per questo ci siamo dotati di un sistema di gestione ambientale conforme allo standard ISO 14001, e ci sottoponiamo volontariamente a un controllo periodico di parti terze per verificarne la piena conformità”.

Nessuna pietà per gli sprechi energetici, per gli eccessi nell’impatto ambientale. Ma soprattutto una scelta sulle risorse e competenze da dedicare ai temi ambientali ed energetici. “Da qui la decisione di creare una direzione Ambiente ed energia”, continua la Bombassei, “con l’obiettivo specifico di definire le strategie del gruppo in questo ambito, guidando e coinvolgendo tutti gli stabilimenti nella progressiva riduzione del proprio impatto ambientale, garantendo un presidio organico e strutturato dei rischi ambientali e delle prestazioni energetiche”.
Non basta mettere le stellette su solide e competenti spalle, però. In strutture così complesse anche spostare una sedia può avere impatto sui processi: “La promozione del risparmio energetico, attraverso l’uso razionale dell’energia e, conseguentemente, la riduzione dei consumi, è un tema che coinvolge tutte le unità operative del gruppo verso processi produttivi caratterizzati da ridotte emissioni e sempre maggiore utilizzo di energie provenienti da fonti rinnovabili. Cerchiamo l’efficienza energetica e l’utilizzo razionale dell’energia in tutti i nostri processi produttivi”.

Anche nel 2018 Brembo è stata riconosciuta dalla ong Cdp come una delle 136 aziende leader a livello mondiale per impegno e capacità di risposta al cambiamento climatico, aggiudicandosi una valutazione A sia nella materia Climate Change che sul fronte Water, confermando la propria permanenza nella Climate A List. Brembo è l’unica azienda italiana ad essere nella lista dei migliori per entrambe le categorie (sono solo 18 nel mondo). Volontario è anche il nuovo impegno assunto dalla multinazionale: “Abbiamo un obiettivo di de-carbonizzazione dei processi produttivi, che punta alla riduzione del 19% entro il 2025, delle emissioni assolute di sostanze clima alteranti. Per un gruppo come Brembo, presente in 15 nazioni e caratterizzato da una continua crescita produttiva e dall’aumento dei suoi impianti operativi, è una missione decisamente sfidante perché si traduce nello sforzo di produrre di più emettendo di meno. La definizione del target è stata una scelta fondamentale che ha avviato in Brembo un processo di transizione verso un modello industriale sostenibile e che vede coinvolti tutti i dipendenti nella ricerca delle aree di miglioramento. Mi piace sottolineare il risultato ottenuto nel 2018, anno in cui Brembo ha emesso meno Co2 rispetto al 2015, pur essendo notevolmente cresciuta in capacità e volume produttivo”.

Coinvolgere tutti i dipendenti è fondamentale, perché, alla Brembo, sono convinti che un processo sostenibile non è solo tecnologie e servizi a protezione dell’ambiente. C’è il fattore umano: “Per questo abbiamo aderito all’Agenda 2030 facendoci promotrici delle linee guida di sviluppo sostenibile su tutti i 17 obiettivi e avviando una campagna di comunicazione e formazione, che coinvolge tutte le persone di Brembo. Inoltre, nel 2018, oltre alla formazione standard (oltre 240mila ore nel mondo), sono state complessivamente erogate più di 5.900 ore di formazione in materia ambientale presso tutti i siti di gruppo”. Poi c’è il tema della sicurezza, che nel caso Brembo è scritta nel dna. “La ricerca è alla base di tutto il nostro lavoro quotidiano. Ogni anno investiamo il 5% del nostro fatturato in quest’area, ma penso che sia ancora più significativo l’impegno delle nostre risorse umane che lavorano in questo ambito. Il 10% del nostro personale è infatti dedicato all’attività di ricerca. Questo ci ha permesso sino ad oggi di registrare 2.315 brevetti. Il mondo delle competizioni è strategico: devi saper innovare e devi farlo in fretta, per essere pronto, gara dopo gara, e portare i clienti alla vittoria”.

Brembo è un’azienda da primato anche nei processi produttivi per mantenere la competitività attraverso l’industria 4.0. E condividerla. Non a caso è la prima azienda a far parte del parco scientifico e tecnologico Kilometro Rosso a Bergamo. “Si tratta di un ecosistema aperto, creato per facilitare il dialogo e l’incontro tra il mondo della ricerca e quello delle imprese. Il campus è allo stesso tempo un luogo fisico ed una filosofia operativa: apertura, sostenibilità, condivisione ed attenzione al mondo che ci circonda sono gli elementi fondanti della nostra community, in cui si svolgono quotidiani scambi di ‘fertilizzazione incrociata’ sui temi della tecnologia e della responsabilità sociale e ambientale”.