Seguici su
Responsibility 7 Agosto, 2020 @ 7:58

Il mare è green, alla scoperta del marchio di beachwear che usa solo materiali organici e riciclati

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda, viaggi, arte e nuove tendenze.Leggi di più dell'autore
chiudi
Economia circolare: Soseaty Collective, il nuovo marchio di moda sostenibile
Alberto Bressan co-fondatore di Soseaty Collective

Tratto dal numero di agosto 2020 di Forbes Italia

Si sente spesso dire che le idee più belle, e anche quelle di maggior successo, nascano proprio da momenti di crisi. E difatti, quando a marzo 2019 Alberto Bressan perde la posizione che occupava in una grossa multinazionale, mai si sarebbe aspettato che sarebbe stata l’occasione che avrebbe rimescolato le carte del suo destino. A salire subito a bordo della nuova avventura imprenditoriale, Simone Scodellaro, l’amico di una vita diventato socio co-fondatore, e poco tempo dopo anche Eduardo Bolioli, artista uruguaiano, che ha permesso al duo di diventare un trio creativo disegnando la collezione primavera-estate 2020.

“La cosa più difficile? Trovare un nome che rendesse l’idea di quello che stavamo cercando di fare senza risultare banali”, racconta Bressan. Dall’unione delle parole sos, sea e society è nata quindi Soseaty, che riflette l’attenzione verso le tematiche ambientali, diventandone portavoce. Dopo aver visitato diverse fiere chiave per il mondo della moda, i due soci hanno iniziato a costruire un brand basato unicamente su tessuti rigenerati, riciclati e organici, una supply chain corta, una catena logistica carbon neutral e un packaging organico e compostabile.

“L’obiettivo è stato sin dall’inizio quello di sviluppare un sistema economico circolare in grado di estendere la vita dei capi usati dei clienti oppure utilizzarli per la produzione di nuovo filato, e quindi tessuto, impiegato per la produzione delle collezioni future”. In questo contesto si inserisce Re3, modello di economia circolare per ridurre l’impatto ambientale dei capi usati. Come funziona? Molto semplice: per ogni capo venduto l’azienda offre un rimborso del 20% del suo valore, se il cliente restituisce un indumento della stessa tipologia di quello acquistato. A seconda delle condizioni estetiche e funzionali, il capo reso viene rivenduto come vintage (re-sell), regalato a persone in difficoltà (re-use), oppure, se in condizioni pessime, rigenerato (re-generate) in nuovo filato. Non più solo consumare, quindi, ma possedere un bene potendogli dare nuova vita dopo il primo utilizzo. Grazie all’utilizzo di Qr code, inoltre, tutti i capi usati che vengono restituiti sono identificati in modo univoco. Tale tecnologia posiziona Soseaty come l’unico marchio italiano che ritira indumenti usati, compliant alla normativa italiana sul rifiuto tessile: “È il momento di effettuare un profondo ripensamento del fashion system”, spiega il manager.

“A mio avviso, solo adottando un approccio trasparente si può guadagnare la fiducia del consumatore e del mercato. Il cliente deve sapere cosa succede dietro le quinte, quali ingredienti vengono usati, chi fa succedere la magia. Ecco, solo lavorando in completa trasparenza la parola sostenibilità potrà diventare un’autentica evoluzione del sistema”.

Dopo poco tempo dal lancio, l’azienda viene notata da Fashion Technology Accelerator, realtà nata nel 2012 nella Silicon Valley che favorisce l’incontro tra moda e nuove tecnologie. “Fta riceve circa 800 pitch a semestre a fronte di tre posti disponibili da parte di startup che si candidano a un percorso semestrale di accelerazione”. Senza neanche candidarsi, Fta ha chiesto al team dell’azienda di presentarsi davanti al loro comitato di mentor e advisor. “Con il risultato di poter contare oggi su un modello di business maggiormente scalabile, tecnologico e attraente per i mercati internazionali”, conclude Bressan.

Responsibility 4 Agosto, 2020 @ 8:30

Come funziona Too Good To Go, l’app per eliminare gli sprechi alimentari

di Eleonora Poggio

Scrivo – per passione – di imprese e finanza.Leggi di più dell'autore
chiudi
La schermata di Too Good To Go su uno smartphone (Courtesy Too Good To Go)

“Eliminare lo spreco alimentare è possibile, anche se non facile, con conseguenze positive sia dal punto di vista economico, che ambientale, ma soprattutto sociale. Oggi la nostra App, ad un anno dal lancio in Italia, raggiunge un milione di utenti registrati, grazie ai circa 4000 negozi che ogni giorno offrono alimenti invenduti ad un terzo del prezzo. La nostra formula è semplice ma piace: ciò che viene avanzato da bar, negozi, ristoranti, hotel, viene messo a disposizione on line in una “Magic Box” che può contenere in media 1 kg di alimenti; l’utente si collega e acquista, ad un terzo del prezzo che avrebbe pagato, ottimo cibo che altrimenti verrebbe gettato. Effettuato l’acquisto, va a ritirare al punto vendita nell’orario indicato.”

Così Eugenio Sapora, country manager di Too Good To Go Italia spiega come sia nata l’idea della app danese, da un anno arrivata in Italia con ottimi risultati.

“In Italia, ogni anno vengono sprecati 20 milioni di tonnellate di cibo che corrispondono a 15 miliardi l’anno in termini di spesa. Il nostro obiettivo è chiaro: creare un’economia dell’invenduto perché il cibo non venga buttato.”

Lo spreco di cibo che si evita grazie all’acquisto di una “Magic Box” consente non solo di acquistare cibi freschi del giorno a prezzi ridotti, ma offre l’opportunità anche al produttore o negoziante di rimettere in circolo un prodotto ad un prezzo ridotto senza buttarlo.

“Per ogni Magic Box venduta, Too Good To Go trattiene circa un euro, il resto va tutto ai negozianti. La nostra app salva 3 Magic Box al minuto, ovvero 3 kg di cibo al minuto. In un mese, quindi sono 100mila pasti salvati e rimessi in circolo”, spiega Sapora. Che sottolinea anche come gli acquirenti siano “per il 70% millennial di età compresa tra i 20 e i 45 anni, studenti o giovani che hanno a disposizione meno denaro per acquistare, ma sono anche più abituati all’utilizzo di strumenti come app e smartphone e più sensibili a tematiche ambientali e di sostenibilità.”

D’altra parte, con l’adesione a Too Good To Go, l’esercente commerciale può avere un piccolo guadagno dall’invenduto, eliminare gli sprechi e attrarre nuovi clienti.

“Secondo uno studio condotto sul territorio nazionale, ci sono potenzialmente 400mila esercizi commerciali che potrebbero aderire a Too Good To Go: in un anno abbiamo raggiunto ottimi risultati, ma abbiamo ancora davanti una grande sfida. Il nostro obiettivo sul lungo termine è diffondere Too Good To Go in modo capillare in tutta Italia, salvare quanto cibo possibile e dare vita a vere e proprie azioni di informazione e sensibilizzazione della società per ridurre fino ad azzerare lo spreco alimentare a tutti i livelli”, spiega Sapora.

Responsibility 23 Luglio, 2020 @ 2:09

Il rinascimento industriale secondo NextChem

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
chiudi

Articolo di Enzo Argante apparso sul numero di luglio 2020 di Forbes. Abbonati

Il messaggio, o la lezione se preferite, è chiarissima: bisogna guardare avanti al lungo, lunghissimo periodo. Quindi ridurre le emissioni, il consumo energetico, certo. Eppure non basterà: occorre cambiare i comportamenti e i valori di riferimento sociali, economici e finanziari. Una vera e propria rivoluzione post Covid 19, insomma. E c’è un mezzo bicchiere pieno, controverso forse, ma che ci porta sicuri e spediti ai valori di riferimento dell’economia circolare.

“Questa crisi è un’opportunità storica per guidare il mondo verso una direzione sostenibile”, dice Pierroberto Folgiero, ceo di NextChem e Maire Tecnimont, “di programmare una ricostruzione che sia rapida ma anche duratura, preparando il sistema industriale alla riduzione dei rischi e delle perdite economiche derivanti dall’inquinamento, dai cambiamenti climatici e dall’impatto che questi hanno e avranno su molti settori”. Questi rischi ormai non sono più “intangible”: sono concreti, sempre più di segno negativo nelle valutazioni dei fondi di investimento. Il coronavirus sta mettendo in evidenza quanto fragile sia il nostro sistema e cosa accade al mondo quando un rischio sistemico improvvisamente diventa realtà. “Le economie nazionali dovranno diventare più resilienti, perché se c’è una cosa che questa crisi ci ha fatto comprendere è quanto sia indispensabile per un Paese essere autonomi dal punto di vista industriale. Prendiamo la chimica verde: si può creare un paniere di beni prodotti localmente, disponibili e in grado di garantire l’autosufficienza del Paese stesso in termini di materie prime, prodotti ed energia”.

Bisognerà mantenere come primo punto all’ordine del giorno il Green New Deal, quello europeo dei mille miliardi per intenderci, e invece sembra che per alcuni bisogna rimandare…

Sarebbe un errore gigantesco. È questo il momento di un reset e di una programmazione a lungo termine. Stiamo pagando scelte sbagliate e oggi dobbiamo guardare avanti coraggiosamente. Il dibattito in merito al Green New Deal europeo, se sia meglio bloccarlo o mandarlo avanti, è un nonsense: se dobbiamo aiutare l’economia a uscire da questo buco nero, bisogna farlo in modo sostenibile.

Quanto si può contare sulla finanza, che ha dato segnali forti e chiari di credere negli investimenti green?

I capitali privati saranno sempre più attratti da investimenti sostenibili a lunga gittata su tecnologie green e innovative, che sono la chiave delle economie del futuro. L’innovazione si indirizza su quelle capaci di creare valore duraturo in un mondo realmente sostenibile, ‘a prova di futuro’. Per questa ragione dobbiamo sforzarci di guardare al domani, un domani però non a tre mesi, e neppure a tre anni. Il nostro domani deve essere a trent’anni.

Ma come attivare questo processo?

Gli aiuti che verranno dai governi nel prossimo futuro dovranno privilegiare il supporto agli investimenti ad alta intensità di capitale per tecnologie industriali sostenibili e a bassa intensità di carbonio. Il sostegno pubblico non può essere concepito soltanto in base all’efficacia nel breve periodo, ma deve essere finalizzato a creare le condizioni per realizzare infrastrutture e progetti industriali che possono risolvere problemi strutturali del Paese. L’Italia è la seconda potenza manifatturiera d’Europa, nonostante il costo dell’energia, uno dei più alti in assoluto, dovuto anche alla limitatezza di risorse naturali di idrocarburi. La transizione a nuove forme di energia, combinata con il nostro know-how, e la nostra imprenditorialità possono davvero essere una ricetta rivoluzionaria.

Come fare per i problemi di sistema, per esempio, normativi e fiscali?

Manca l’infrastruttura regolamentare e gli incentivi per l’innovazione che creino le condizioni regolamentari per dare stabilità a questa azione: nella plastica, nei carburanti puntando sulle biomasse e così via. Servono autostrade verdi perché la domanda di capitale, di beni e servizi incontri le imprese. Aziende come Nextchem hanno bisogno di questo perché sono industrie green vere, non a parole. Fino ad oggi non è avvenuto, la politica industriale vera ancora non c’è. Occorre invitare i governi ad agevolare in modo più coraggioso investimenti sostenibili con strumenti di fiscalità premianti per i processi che migliorano l’efficienza energetica e l’impronta di carbonio, rendendo le industrie più competitive perché meno esposte a rischi futuri. In altre parole, questo è il momento di passare dalla fase di mobilitazione emozionale a una fase concreta e operativa: occorre mettere mano al motore e trasformare l’ondata di consenso dell’opinione pubblica in un set di politiche industriali nuove, che possano dare una nuova forma al futuro.

È questo un modo convincente di mettere una pietra sopra al coronavirus?

Nessuno dimenticherà questi giorni bui per l’impatto devastante che hanno avuto in termini di vite umane, di disoccupazione, di sofferenza delle imprese. Oggi però abbiamo la possibilità di far sì che questi giorni vengano ricordati anche per l’impulso che sapremo dare a quelle iniziative che i Paesi altrimenti non avrebbero intrapreso. Penso sia arrivato il momento di condividere con i principali decision maker, sia a livello istituzionale che di business, un piano per una ricostruzione industriale con impatto positivo sia sull’economia, che sulla società, che sull’ambiente.

 

Smart Mobility 20 Luglio, 2020 @ 12:52

La sostenibilità si muove su due ruote, grazie alla startup di un under 30

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

Coordinatore di Forbes ItaliaLeggi di più dell'autore
chiudi

Articolo apparso sul numero di luglio 2020 di Forbes. Abbonati

Spirito di adattamento e tempestività sono essenziali per superare le sfide di ogni giorno nel mutevole mondo del lavoro. Giuliano Blei, il 29enne fondatore e ceo del servizio di micromobilità elettrica in sharing GoVolt, queste qualità, le ha sfruttate per navigare le acque turbolente della pandemia, smussando gli angoli alla sua startup e arricchendo nella sostanza il business. Appena è scoppiata l’emergenza da coronavirus ha subito capito che lo sharing non avrebbe avuto vita facile e, considerato il decremento sostanziale del fatturato del settore, ha deciso di offrire l’utilizzo dei suoi scooter al prezzo simbolico di 3 centesimi al minuto. Tempestività.

E così, il focus si è spostato sul noleggio a medio termine: “A marzo, in sole due settimane, abbiamo chiuso un’importante accordo con Domino’s Pizza, dandogli in locazione 32 scooter, distribuiti sui diversi punti vendita milanesi dell’azienda”. Poi sono arrivate altre partnership con privati e con aziende come Ciccio Pizza, Salvatore Marigliano, Emergenza Milano Soccorso. “Abbiamo praticamente ricostruito la base di fatturato persa dallo sharing”. Eppure, nonostante la parziale riconversione del modello di business, ancora non bastava a tenere in vita la startup. “Con gli asset in nostro possesso, l’unica attività che potevamo avviare rapidamente e che avrebbe avuto un buon livello di trazione era quella delle consegne a domicilio per conto terzi”. Spirito di adattamento.

Per differenziarsi dalle tante multinazionali di delivery, “abbiamo deciso di gestire il volume organico di ordini ricevuto dagli esercizi commerciali del territorio, offrendo un servizio di alta qualità a un semplice prezzo orario, senza commissioni variabili sul valore della merce consegnata”. In pochi giorni è stato chiuso un accordo di sub-appalto con iCarry per effettuare le consegne a domicilio per conto delle farmacie convenzionate con Pharmercure. “Il primo di ormai oltre 40 clienti”, precisa. Per il 2020 è previsto lo sviluppo del business esclusivamente su Milano, città con il più alto tasso di adozione di servizi tecnologici in Italia, e la ricerca di finanziamenti per aumentare il livello di differenziazione dai competitor, incrementare il numero di veicoli dispiegati sul territorio e continuare a migliorare l’infrastruttura tecnologica.

Ma se in questi mesi GoVolt si è trasformata tanto, la vita di Giuliano non è cambiata di una virgola. Almeno, così dice: “Mi svegliavo presto tutte le mattine e andavo in ufficio all’alba per allenarmi nella palestra temporanea che abbiamo realizzato in magazzino. Lavoravo tutto il giorno e la sera tornavo a casa, routine che seguo religiosamente praticamente tutti i giorni, ormai da tre anni”. E, paradossalmente, la pandemia non ha fatto altro che rinsaldare la chimica del team: “Sono estremamente fiero dell’incredibile affiatamento dei miei ragazzi durante gli ultimi mesi. L’azienda non ha chiuso nemmeno un giorno e nessun dipendente è stato messo in cassa integrazione. Usciamo dalla pandemia rinvigoriti, con la nuova e altamente redditizia linea di business di delivery, con il segmento dei noleggi a medio termine fortemente potenziato e, soprattutto, con un fatturato che già a giugno supererà quello di fine 2019”. Inoltre, dopo la concessione ottenuta del Comune di Milano per la sua flotta di monopattini in sharing, GoVolt resta l’unica azienda in Italia in possesso delle licenze necessarie per offrire servizi di sharing per scooter e monopattini, oltre al delivery, il tutto nella stessa città. L’obiettivo di Giuliano è andare a break-even nel 2021 e rendere l’attività sostenibile a tal punto da replicarla facilmente in diversi capoluoghi italiani nel breve e nelle città europee nel medio termine. “Il sogno di lungo termine rimane la quotazione”.

Traguardi tutt’altro che irraggiungibili, dal momento che l’intero comparto della smart mobility, spinto da un ritrovato interesse per la sostenibilità, sembra essere oggi un driver di crescita per ogni metropoli che si rispetti. La mobilità del futuro sarà elettrica e sempre più condivisa: “Molti benzinai implementeranno stazioni di ricarica per veicoli elettrici e a tendere rimpiazzeranno i distributori di benzina con colonnine o battery wall. Nel lungo termine sono convinto invece la mobilità si sposterà in aria, con i droni elettrici che la faranno da padrone”.

E Giuliano si sta già attrezzando: “In città mi sposto in scooter elettrico o monopattino. Non possiedo un’auto e non intendo possederne una, a meno che non sia totalmente elettrica. Sono riuscito a convincere anche mio padre a prenderne una ibrida”. Non esattamente quello che sperava, ma come si dice a Milano: piutost che nient, l’è mei piutost!

Responsibility 17 Luglio, 2020 @ 3:46

Questo under 30 è tra gli ideatori di Rebo, la bottiglia che pulisce il pianeta a ogni sorso

di Daniele Rubatti

Staff writer, Forbes.it

Digital editorLeggi di più dell'autore
chiudi

Articolo apparso sul numero di luglio 2020 di Forbes. Abbonati

Il 2019 è stato l’anno delle grandi manifestazioni sul cambiamento climatico, ma anche il momento in cui un oggetto ha cominciato a far parte in maniera regolare delle nostre abitudini: la borraccia di alluminio. Sulla scia del successo di Greta Thunberg, è diventata il simbolo di una generazione che vuole avere un impatto positivo sul mondo, limitando l’utilizzo di bottiglie di plastica. Una generazione di cui fa parte Fabio Mancini, che ha contribuito a realizzare la sua borraccia. Si chiama Rebo e si distingue da tutti gli oggetti simili in un mercato oramai affollato per essere la prima bottiglia di acciaio intelligente che pulisce il pianeta quando viene utilizzata. La startup è stata fondata da Fabio Mancini insieme a un gruppo di co-founder composto da Pierandrea Quarta, che ricopre il ruolo di ceo, Eduardo Atamoros e Francesco Abbate. Rebo ha tecnologia incorporata nel tappo che consente di tenere traccia di tutta l’acqua bevuta dagli utenti e, connettendosi a un’app su smartphone, rilascia crediti per pagare il costo della raccolta di rifiuti di plastica. I crediti vengono certificati dal partner GoldStandard utilizzando la blockchain, e permettono di emettere dei certificati verdi che sono venduti a vari sponsor.

I fondi generati vengono usati per finanziare la raccolta di plastica in Paesi in via di sviluppo in comunità in difficoltà dove opera il partner Plastic Bank. “Mi sono occupato di ricerca e ho analizzato i consumatori per creare un prodotto che possa essere amato e adottato dagli utenti, risolvendo tutti i problemi e le mancanze di funzionalità nelle bottiglie, o borracce, che già esistono. Ho contribuito alla creazione e al testing del concept e della comunicazione”, racconta Mancini. “In seguito mi sono dedicato al growth hacking, ovvero a tutte le iniziative per far crescere la startup”. Ad esempio? La gestione della campagna di crowdfunding su Indiegogo e l’ingaggio di potenziali partner sia in Europa che in Silicon Valley. Classe 1992, Fabio Mancini si è diplomato al liceo classico della Scuola navale militare Morosini di Venezia e successivamente ha ottenuto una laurea triennale in economia e finanza all’Università Bocconi. La passione per l’imprenditoria sociale è sbocciata durante la laurea magistrale in international management, sempre alla Bocconi, e in particolare grazie all’attività di studio all’estero con il programma Cems, che gli ha permesso di vivere in Brasile per un periodo: “Lì ho avuto modo, attraverso i corsi universitari, di avvicinarmi al tema della social entrepreneurship, osservando sia i problemi ambientali che la loro influenza sulla vita di piccole e grandi comunità di tutte le estrazioni sociali”.

Le recenti mobilitazioni in tutto il mondo hanno reso le persone più consapevoli dell’impatto dei propri consumi sulla natura, e hanno spinto anche i governi e i gli enti regolatori a intervenire per incoraggiare l’adozione di alternative alla plastica: l’Unione europea, per esempio, ha vietato l’uso e la vendita di alcuni prodotti in plastica monouso a partire dal 2021. Neppure il settore privato si è sottratto alla missione, abbracciando i Sustainable development goals dell’Onu e implementando esempi di economia circolare, come l’impiego di packaging a lunga durata e riutilizzabile o l’eliminazione totale del packaging. “Nonostante tutte le iniziative, il consumo di plastica a livello mondiale continua ad aumentare e la percentuale di plastica riciclata continua ad essere troppo bassa. Una grande parte di questa plastica finisce nei mari, e si stima che entro il 2050 ci sarà più plastica che pesci negli oceani”, conclude Mancini. “Con Rebo stiamo facendo qualcosa, dando la tecnologia nelle mani delle persone per permettere di avere un impatto più forte, diretto e tangibile con le loro azioni sostenibili, ma ci vorrà impegno e coesione di tanti attori ed un cambio delle nostre abitudini per avere risultati concreti”.

Leader 24 Giugno, 2020 @ 3:32

Una piattaforma di crowdfunding per investire sulle rinnovabili: l’idea di un Under 30 italiano

di Daniele Rubatti

Staff writer, Forbes.it

Digital editorLeggi di più dell'autore
chiudi

Articolo apparso sul numero di giugno 2020 di Forbes. Abbonati

“L’energia è tutto. Ma l’energia è invisibile. Ti accorgi che c’è solo quando non c’è”. Parole che sembrano avere qualcosa di visionario, ma l’approccio di Niccolò Sovico, classe 1992, è stato concreto fin da quando era bambino. A 8 anni ha costruito il suo primo circuito elettrico e ha installato un sistema di illuminazione a una scarpa da ginnastica. Con il passare degli anni, ha continuato a coltivare la sua intraprendenza e quella passione per la manipolazione dell’energia. Prima si è iscritto alla triennale di Ingegneria industriale all’Università degli Studi di Pavia e successivamente ha ottenuto una laurea magistrale di Ingegneria energetica e nucleare presso il Politecnico di Torino. Ha trascorso una parte dell’ultimo anno a Chicago presso la University of Illinois, dove ha potuto conoscere pregi e difetti di uno dei territori più fertili per le idee innovative. Una volta tornato in Italia ha lavorato per diverse energy service company, concentrando il suo lavoro soprattutto sui risparmi energetici ottenuti da interventi di efficientamento energetico.

Grazie alle sue prime esperienze lavorative, Niccolò ha saputo cogliere il germoglio di una nuova industria energetica, sempre più green e responsabile. Insieme a Sergio Pedolazzi, Giorgio Mottironi e Paolo Baldinelli ha così fondato Ener2Crowd, prima piattaforma di lending crowdfunding dedicata alla sostenibilità ambientale e alle rinnovabili. “Seguo tutta la parte di business development, analisi dei progetti e ovviamente la parte di gestione degli investimenti da effettuare”, racconta. Sovico si occupa, in sostanza, di studiare tecnicamente tutti i progetti che vengono proposti andando a verificare tutti i calcoli e le ipotesi fatte nei business plan: “Questo lavoro implica moltissimo tempo ed è estremamente time consuming. Una volta che abbiamo ben chiaro come opera la società proponente, l’affidabilità della stessa e la serietà decidiamo se procedere o meno con il lancio della campagna”.

Ener2Crowd punta a una stagione di investimenti green che coinvolgerà progetti per un totale di 10 milioni di euro. Una cifra destinata a crescere considerando il volume globale degli investimenti in modalità lending europeo, pari a 2,9 miliardi di dollari: la piattaforma offrirà agli utenti l’opportunità di investire in maniera alternativa, quasi un requisito nell’epoca dei tassi zero, e di promuovere lo sviluppo sostenibile. Nonostante il crowdfunding abbia avuto un’importante diffusione negli ultimi anni, poche volte era stato però accostato al mondo dell’energia. Sovico può rivendicare di aver contribuito a formare questo binomio: “Veder concretizzarsi un’idea in un’azienda funzionante è motivo di orgoglio. Nonostante mille difficoltà sono sempre stato molto determinato nel portare a termine un progetto che da subito aveva ricevuto tanti commenti e pareri positivi”. L’attenzione al climate change e ai temi della sostenibilità ambientale hanno provocato un completo cambio di visione internazionale nel comparto energetico: oggi non si fa che parlare di rinnovabili e di efficienza energetica.

I tempi più recenti, inoltre, si sono inoltre caratterizzati per un drastico calo del prezzo di alcune tecnologie rendendole più competitive rispetto a quelle usuali più inquinanti. “La speranza è che il concetto di usuale continui a cambiare verso la sostenibilità ambientale”, spiega. Nei Paesi più evoluti socialmente, è ormai prassi parlare di comunità energetiche, impianti green al servizio delle comunità locali. Le persone, che si aggregano in comunità, possono quindi partecipare attivamente alla transizione energetica verso un’economia basata sulla responsabilità. “È proprio su questo concetto che si basa la piattaforma che abbiamo creato: chiunque può dare un contributo a questo cambiamento radicale in cui saremo tutti coinvolti prima o poi. Dobbiamo scegliere se aspettare che qualcuno ce lo imponga o se farlo consapevolmente”, conclude.

Business 23 Giugno, 2020 @ 2:28

Milano ai vertici mondiali per la creazione di “green jobs”, dice Linkedin

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
chiudi
Milano, Bosco verticale - sostenibilità e edilizia green
(shutterstock.com)

Milano conferma la sua anima green. Secondo una ricerca appena realizzata da LinkedIn, Milano è al 7° posto nella Top 10 mondiale delle città con la più alta concentrazione di professionisti dei “green jobs”, ovvero delle attività legate all’ambito della sostenibilità ambientale.

 Sostenibilità ambientale: lavorare nella green economy piace sempre di più

Già avviati verso un processo di consapevolezza circa l’importanza della tutela ambientale per uno sviluppo futuro sostenibile, il lockdown pare aver dato a tutti, dai governanti alle aziende ai cittadini, la speranza di poter riuscire a raggiungere la cosiddetta climate neutrality entro il 2050.

A confermare questa tendenza verso le attività “green”, arriva dunque la ricerca realizzata da LinkedIn che, grazie al suo punto d’osservazione preferenziale, evidenzia come il settore della sostenibilità stia crescendo in termini di offerta lavorativa e interessi e specializzazioni dei professionisti.

Guardando al futuro, una delle poche conseguenze positive legate all’attuale crisi sanitaria è da riscontrarsi nel settore della sostenibilità. La crisi ha contribuito a ridurre l’inquinamento, e ciò potrebbe dare una certa carica a iniziative relative alla sostenibilità ambientale, che erano necessarie da tempo. E da questo punto di vista, le amministrazioni locali di città come Milano, Manchester o Liverpool hanno già annunciato dei piani volti a ripensare le modalità con le quali queste città possono essere più rispettose dell’ambiente”, ha commentato Mariano Mamertino, Senior Economist di LinkedIn.

Per svolgere questo studio LinkedIn ha utilizzato i dati relativi ai suoi 675 milioni di membri per identificare le tendenze nel mercato del lavoro alla luce della maggiore consapevolezza e le azioni concrete nei confronti del cambiamento climatico e della sostenibilità. I dati sono rappresentativi dei membri iscritti a LinkedIn. Il monitoraggio delle offerte di lavoro pertinenti al mondo della sostenibilità e i membri che utilizzano la parola sostenibilità per descrivere il proprio ruolo lavorativo, sono elementi che hanno permesso a LinkedIn di tracciare un quadro dello stato delle professioni legate alla sostenibilità

Offerte di lavoro per “green job” in Europa: numeri in aumento di quasi del 50%

Due gli aspetti più rilevanti ricavati dall’indagine LinkedIn focalizzandoci sull’Europa:

  • Il numero di professionisti nel campo della sostenibilità in Europa è aumentato del 13% nell’ultimo anno, registrando un incremento maggiore della media globale del 7,5%;
  • Anche la domanda di “green job” è cresciuta, con un aumento dei posti di lavoro legati alla sostenibilità in Europa pari al 49%.

Le città nel mondo dove ci sono più professionisti della sostenibilità ambientale

Per chi entrare a far parte del settore della green economy rappresenta la propria aspirazione, ecco la classifica stilata da LinkedIn delle prime 10 città nel mondo con la più alta concentrazione di professionisti nell’ambito della sostenibilità:

1. Stoccolma (Svezia)

2. Helsinki (Finlandia)

3. Amsterdam (Olanda)

4. Zurigo (Svizzera)

5. Vancouver (Canada)

6. Londra (Regno Unito)

7. Milano (Italia)

8. Auckland (Nuova Zelanda)

9. Melbourne (Australia)

10. Washington (Stati Uniti)

Con Milano dunque al 7° posto a livello mondiale, l’Italia è uno dei paesi migliori per una carriera nell’ambito dei “green jobs”.

Responsibility 4 Marzo, 2020 @ 5:05

Trento guida la classifica delle città più sostenibili d’Italia stilata da EY

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
chiudi

Sostenibilità: la classifica delle migliori smart city in Italia secondo E&Y

EY ha pubblicato la quinta edizione dello Smart City Index di EY, che analizza le città capoluogo italiane, classificando il loro sviluppo e infrastrutture e misurando la loro capacità di innovare. In particolare, nel 2020 la società di consulenza ha preso in considerazione il tema della sostenibilità urbana, analizzando quanto le infrastrutture delle città sono smart nelle diverse componenti del trasporto, dell’energia e dell’ambiente (acqua, verde e rifiuti). A ottenere la prima posizione della classifica è stata la città di Treno, seguita da Torino, al secondo posto, e da Bologna, al terzo.

Trento primeggia per trasporti, energia e ambiente; invece Mantova, al 4° posto, è la città più sostenibile tra quelle con una popolazione inferiore agli 80.000 abitanti; nella top 10 c’è anche Bolzano, Brescia, Bergamo, Pordenone e Ferrara. Nella top 20 rientrano Modena, Parma, Udine, Reggio Emilia, Padova, Treviso e Monza.

Leggi anche: Tutte le italiane tra le 100 migliori aziende per Corporate Responsibility

Tutti gli indicatori relativi alla mobilità sostenibile mostrano un costante aumento negli ultimi 6 anni. In particolare, la mobilità elettrica è l’ambito che ha registrato gli incrementi più significativi: le colonnine di ricarica nei comuni mostrano dei tassi di raddoppio ogni due anni negli ultimi quattro anni (+92% negli ultimi due anni), e sono quindi più che quadruplicate dal 2014 (+357%). Anche le auto elettriche sono più che triplicate negli ultimi 4 anni (+259% dal 2016).

Secondo i dati raccolti da E&Y, la maggior parte delle città metropolitane registra una diminuzione di auto dal 2002 al 2018 (addirittura Milano ha “eliminato” oltre 100.000 veicoli dalla città), mentre in 3 città del Sud si è invece registrato un aumento (Messina, Catania e Reggio Calabria). La ricerca evidenza anche un l’estensione delle piste ciclabili (+22% dal 2014) e delle aree pedonali (+8% dal 2016).

La mobilità condivisa (auto, biciclette, scooter, monopattini) sta prendendo piede in un numero sempre maggiore di città italiane. Milano, che è la prima città italiana per intensità di sharing mobility, contava a fine 2019 oltre 3.000 auto in sharing con 6 operatori (di cui 3 elettrici), e 4.800 biciclette in sharing (+49% rispetto al 2017).

Responsibility 4 Marzo, 2020 @ 8:30

Quando la sostenibilità è sinonimo di valorizzazione, sviluppo ed inclusione

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
chiudi
Camplus Bologna (Courtesy Camplus)

di Pasquale Sasso

Negli ultimi anni il concetto di sostenibilità ha assunto un ruolo di primo piano nelle politiche pubbliche e nelle strategie aziendali ma, allo stesso tempo, ha registrato una profonda evoluzione che, partendo da una visione focalizzata solo sugli aspetti ecologici, è arrivata a un significato più globale, che tiene conto anche della dimensione sociale e di quella economica. Secondo il recente rapporto The European environment – state and outlook 2020. Knowledge for transition to a sustainable Europe, pubblicato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, però, l’Europa non sta compiendo progressi sufficienti nell’affrontare le sfide della sostenibilità; infatti, le politiche sono state più efficaci a ridurre le pressioni ambientali che a proteggere la biodiversità e gli ecosistemi, la salute e il benessere degli esseri umani.

C’è bisogno di un cambio di passo. Negli ultimi anni, in Italia e in Europa, l’attenzione dei policy maker, degli attori pubblici e privati sul tema è molto cresciuta; lo testimoniano le numerose pubblicazioni, i rapporti di ricerca e i programmi comunitari resi noti negli ultimi anni. Anche le Università hanno colto la sfida, inaugurando corsi di laurea e master su tematiche legate alla sostenibilità, anche ambientale; un esempio è il master di secondo livello in diritto e gestione dell’ambiente, promosso dall’Università Telematica Pegaso e coordinata dal professor Francesco Della Corte, che si pone l’obiettivo di sensibilizzare le nuove generazioni sul tema e di formare figure professionali altamente specializzate. Ma anche altre Università, come l’Università Vanvitelli con il professor Vincenzo Pepe, si sono poste l’obiettivo di valorizzare il tema della sostenibilità.

Le università, appunto, rappresentano il baluardo di questo cambiamento. Sono chiamate a rispondere a questa sfida non solo con i programmi didattici, ma anche con la progettazione di spazi ed edifici che vadano in questa direzione. Per approfondire il tema, ho scelto di parlarne con un’azienda che del rapporto con le università e gli studenti ne ha fatto il proprio core business: Camplus. Camplus è una realtà italiana leader nel campo dello student housing di alto livello, presente in molte città italiane e all’estero. A questo proposito abbiamo raccolto il parere con un esperto di edifici sostenibili, Fabrizio Baravelli, vicedirettore generale – patrimonio di Camplus.

Nel mondo, la progettazione di alcuni edifici ha rappresentato l’innesco di un processo di rigenerazione urbana di quartieri o di intere città; si pensi a quello che è successo a Bilbao che poi è stato definito “effetto Guggenheim”.

A suo parere, in che modo si possono progettare nuovi edifici senza farli percepire come qualcosa di estraneo rispetto al contesto circostante?

Per chi come noi si trova a riqualificare edifici esistenti integrati con il tessuto urbano è sicuramente una sfida, ma per chi ne coglie il potenziale, è anche un importante stimolo. Il patrimonio immobiliare italiano è abbastanza datato ma progetti di questo tipo possono rappresentare una spinta propulsiva verso il cambiamento, non solo in termini di bellezza architettonica, ma anche di ecosostenibilità, uno dei primi punti nelle agende di qualunque organismo di governo.

A questi fattori si aggiunge un requisito fondamentale da tenere a mente in fase di progettazione: la vivibilità degli spazi che verranno costruiti.

In tutti questi aspetti è proprio il progettista l’anello di congiunzione. Il suo intervento è fondamentale per la mediazione tra la realizzazione dell’edificio secondo i criteri stabiliti dal committente e il bisogno di tutela del patrimonio oggetto di ristrutturazione.

Come Camplus, abbiamo una certa esperienza su tutti questi temi: gli immobili che solitamente ricerchiamo devono avere determinati requisiti, primo fra tutti i collegamenti con i mezzi di trasporto e la vicinanza ai punti strategici della città. Le sedi universitarie sono tra questi.

Non abbiamo una filosofia improntata sulla standardizzazione, perché ogni contesto ha la sua storia e le sue peculiarità che è nostro dovere salvaguardare. Il rapporto con le soprintendenze è delicato ma prezioso: non cerchiamo di imporre la nostra idea, ma di lavorare congiuntamente per raggiungere un obiettivo comune.

Laddove ci troviamo ad operare all’interno di aree urbane non di primissima fascia, portiamo la nostra “tradizione edilizia” guadagnata in trent’anni di attività per creare, nel pieno rispetto delle norme – seppur talvolta eccessivamente restrittive – edifici riconoscibili che non sovrastino, ma esaltino, il contesto in cui sono inseriti. Basti vedere il nostro Camplus Bononia, nel capoluogo emiliano-romagnolo, o il Camplus Padova, circondato da palazzi perlopiù adibiti a uffici.

Il modo migliore per assicurare che tutto ciò avvenga è la scelta di affidarsi a progettisti locali: conoscono il tessuto cittadino e il paesaggio; possono quindi creare interventi in grado di diventare dei veri e propri punti di riferimento per il quartiere e non solo.

Oggi si parla sempre più spesso di edifici e di architettura sostenibile. Cosa rende realmente sostenibile un edificio?

La tecnologia nell’ambito dell’edilizia ha fatto passi enormi da quando costruimmo le nostre prime residenze. Ce ne siamo accorti nel corso di questi decenni di cantieri. Smartizzazione e domotizzazione degli impianti sono diventati i nostri “must have” nelle nuove costruzioni. La Residenza Universitaria “Cesare Codegone” di Torino che abbiamo inaugurato a fine gennaio insieme al Politecnico – tra i nostri partner di progetto – è uno degli esempi più calzanti. La struttura è dotata di pannelli solari e fotovoltaici che garantiscono la copertura dell’intero impianto di illuminazione; controllo domotico dell’edificio mediante il Building Management System per monitorare e garantire l’efficienza energetica dell’edificio; riscaldamento e raffrescamento con pompe di calore e ventilazione meccanica e rete wi-fi a fibra ottica in tutti gli spazi dell’edificio.

Per quanto possibile, abbiamo cercato di allineare anche le nostre prime residenze. Abbiamo programmato degli interventi di efficientamento energetico avvalendoci dei preziosi fondi del Ministero dell’Istruzione e di altri enti che perseguono obiettivi comuni ai nostri. È questo il caso dell’accordo sottoscritto proprio di recente con Bper Banca, con il prodotto LIFE4ENERGY, sviluppato in collaborazione con BEI (Banca Europea degli Investimenti) e supportato dall’Unione europea nell’ambito del programma LIFE. Lo scopo dell’accordo è quello di ammodernare quattro delle nostre strutture costruite ormai 20 anni fa, portandole il più possibile verso gli standard energetici degli edifici moderni.

Ma oltre l’involucro c’è anche la sostanza: il pensiero verso chi questi edifici li vivrà quotidianamente. Questa è per noi la “sostenibilità umana”; quella che dovrebbe essere il chiodo fisso di qualunque costruttore, progettista o gestore. Luoghi che i nostri clienti possano davvero chiamare “casa”. Nelle residenze dedicate agli studenti universitari, la dimensione “sociale” degli spazi, specie quelli comuni, ha un impatto fortissimo sulla qualità percepita. Si può rinunciare al design se questo non è funzionale alla vita di community perché essa è parte integrante del processo di riqualificazione nel momento in cui esce dalle proprie mura e invade il territorio che la circonda.

Sostenibilità è molto spesso sinonimo di funzionalità. In un Paese come l’Italia, in che modo si riesce a far dialogare l’esigenza della funzionalità degli edifici con quella di tutelare un patrimonio culturale disseminato in ogni angolo delle città?

L’Italia, come tutti sappiamo, è il primo paese al mondo per il patrimonio culturale posseduto. Inevitabilmente, la convivenza tra questi due fattori è qualcosa su cui noi italiani ci troviamo a fare i conti spesso. Ogni città italiana ha un patrimonio culturale da salvaguardare e molti tesori nascosti o caduti in disuso. Il compito di chi decidere di dar loro nuova vita non è mai semplice. Per noi ormai è un modus operandi trovarci di fronte a edifici da riqualificare, piuttosto che a terreni liberi per la costruzione, spesso tutelati dalla soprintendenza o da vincoli paesaggistici e culturali. È il difficile ma anche il bello, perché sappiamo che da questa fatica può nascere un rilancio economico e sociale importante.

Abbiamo diversi esempi di questo tipo. Penso al Camplus Palermo costruito in un edificio storico situato nel mezzo tra due patrimoni UNESCO, o al Camplus Venezia, nell’area portuale della città. In entrambi i casi, abbiamo mantenuto l’ossatura delle strutture e adoperato i materiali originari per rispettare il decoro urbano delle aree in cui hanno preso nuova vita. Ma ci abbiamo aggiunto il nostro: le best practice che abbiamo già sperimentato e fatto nostre, sia nel campo dell’edilizia ecosostenibile, sia dal punto di vista della sostenibilità umana.

Ricordiamoci comunque che oltre l’aspetto ecologico, legato alle nuove tecnologie e all’uso di fonti rinnovabili (questioni centrali nella progettazione dei nostri edifici) c’è anche la sostenibilità umana di cui parlavamo in precedenza. Dunque, ambienti belli da vivere, confortevoli e pratici.

Non a caso, proprio il Camplus Palermo che ho nominato poc’anzi, è stata premiata come miglior residenza universitaria in Italia, riconoscimento conferito dal Miur e da Cassa Depositi e Prestiti per la qualità architettonica, la pianificazione dell’intervento e il suo valore simbolico: abbiamo trasformato un complesso settecentesco da luogo di reclusione (fu un ex carcere femminile) a luogo di inclusione.

Podcast 27 Febbraio, 2020 @ 3:00

Cosa rischiano le aziende che non rispettano i target di sostenibilità – PODCAST

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
chiudi

Quasi sei italiani su dieci (il 58,1%) si dichiarano pronti a punire le aziende non acquistando più i loro prodotti qualora esse dovessero smettere di perseguire lo scopo dichiarato relativamente ai target di sostenibilità. Così recita uno studio che ha analizzato 12 settori chiave dell’economia italiana e 25 top brand ad essi associati. A parlarne è Oscar di Montigny nel nuovo episodio di 0.0, il podcast che realizza per Forbes Italia, intitolato “Cosa rischia chi non rispetta obiettivi di sostenibilità”.

Ascolta 0.0, il podcast di Oscar di Montigny, su Forbes.it nella sezione dedicata ai podcast, ma anche su Spreaker, Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

 

Tutti gli episodi di Forbes 0.0: