Perché l’azienda di consulenza scandinava Afry sta puntando anche su bio-industry e smart mobility

Jonas Gustavsson, (primo sulla destra), ceo di Afry, insieme al suo team
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Il Covid-19 ha amplificato gli spazi digitali, in una commistione di online e offline, e ha reso evidente quanto la sfida energetica e sostenibile sia diventata una priorità sia per le aziende che per i governi di tutto il mondo. Il Green New Deal, realizzato e approvato dall’Unione europea e la missione ‘Rivoluzione verde e transizione ecologica’, che ha attirato a sé 68 dei 221 miliardi di euro di investimenti previsti dal Recovery plan. La transizione energetica è da sempre una necessità indiscussa per un’azienda come Afry, che fa dell’energia la sua asset class di riferimento.

Antonio Nodari, head of region Central & South Europe per Afry Management Consulting.

Nata a febbraio 2019 dalla fusione della svedese ÅF e della finlandese Pöyry, Afry a oggi è la più grande azienda scandinava di consulenza e progettazione nei settori dell’energia, dell’industria, delle infrastrutture e della tecnologia dell’informazione. Lo dimostra la presenza geografica, con sedi in oltre 50 Paesi; la professionalità, con oltre 17mila dipendenti; la forza economica, con un fatturato di 2 miliardi di euro al 2020; e la struttura aziendale basata su cinque divisioni (quattro di ingegneria e una di management consulting), attive in tutti i settori: dalla mobilità e trasporti, fino ad arrivare al real estate, al food, al pharma e all’automotive. Senza dimenticare l’industria di processo e tutto quello che riguarda il mondo della tecnologia e del digitale, come l’IoT e l’intelligenza artificiale. Aiutando nella costruzione di linee di produzione di manifacturing 4.0 o inserendo tecnologie digitali nei prodotti dei clienti. Gestendo, per esempio nell’automotive, tutta la parte di interfaccia uomo-macchina o macchina-terreno, per tutti i sistemi di controllo trazione o di stato della strada. “Dopo un 2020 in leggera contrazione, abbiamo confermato il nostro obiettivo aziendale: crescere in media del 10% ogni anno, portando il fatturato da 2 a 3 miliardi di euro da qui al 2025”, rivela Antonio Nodari, head of region Central & South Europe per Afry Management Consulting. “E questo anche, e soprattutto, grazie alla complementarietà e alla resilienza delle nostre divisioni. In quanto, se da una parte abbiamo assistito a un calo nella parte di infrastrutture legate al real estate, di contro, quelle inerenti al mondo del trasporto hanno riscontrato risultati positivi. Inoltre, il food e il pharma hanno fatto registrare entrambe un incremento del 25%”. 

E se in Italia la società opera maggiormente con la divisione dedicata al management consulting che, tra l’altro, è quella che garantisce una marginalità più alta (intorno al 15%), il futuro di Afry è sempre più indirizzato su quattro mega trend ben precisi, come stabilito dal nuovo piano strategico al 2025: clean energy, bio-industry (che coinvolge anche i biofuels), infrastrutture di trasporto e mobilità (seguendo anche il concetto prettamente nordico di future city) e life sciences, legato allo sviluppo del settore pharma e di una vita più sostenibile. “Stiamo lavorando per implementare, anche nelle grandi città, nuove soluzioni energetiche e tecnologiche, soprattutto nel settore della mobilità elettrica, dove possiamo fornire il nostro supporto sotto diversi punti di vista. Da produttori di auto, visto che collaboriamo molto con case automobilistiche, in particolare con Volvo, per lo sviluppo di nuovi prodotti elettrici e della connettività; e da gestori delle infrastrutture di servizio, in quanto conosciamo benissimo le problematiche legate a una rete di distribuzione elettrica e delle cosiddette colonnine di ricarica. Inserendoci anche con la nostra divisione di management consulting, visto che sono diversi i modelli di business e i servizi che questo settore può offrire. Come la gestione della rete elettrica, diventata necessariamente flessibile in seguito alla nascita di ‘vehicle to grid’. Il concetto che descrive un sistema in cui i veicoli elettrici plug-in (Pev), come i veicoli elettrici a batteria (Bev), gli ibridi plug-in (Phev) o i veicoli elettrici a celle a combustibile a idrogeno (Fcev), comunicano con la rete elettrica per vendere servizi di risposta alla domanda, restituendo elettricità alla rete o limitando la velocità di ricarica”. Aspetto che, unito all’adesione ai principi del protocollo di Kyoto e alla creazione di una struttura interna totalmente dedicata al rispetto dei criteri esg, dimostra la costante attenzione di Afry verso la tutela dell’ambiente e delle persone. Soprattutto in un momento delicato come quello odierno. “Dallo scoppio della pandemia abbiamo fin da subito traslato in digitale le nostre attività, mettendo al sicuro i nostri dipendenti. Garantendo poi la massima flessibilità lavorativa, sulla base della cosiddetta modalità ibrida. Senza dimenticare che abbiamo convertito in digitale anche questioni delicate, come le due diligence per le acquisizioni di nuove società. Affidandoci per esempio ai droni per vedere e valutare i siti in questione”. 

Non è quindi un caso che negli ultimi mesi Afry ha rafforzato la sua componente digital con la nascita di Digital X (un’unita che svilupperà in maniera autonoma prodotti digitali e tecnologici, aiutando anche le altre divisioni aziendali). Confermandosi, al contempo, un punto di riferimento per tutte quelle aziende che vogliono strutturare una nuova strategia di sviluppo sostenibile e di decarbonizzazione. “Oltre ad aver aiutato Amazon in Europa e Apple in Cina a ottenere un sourcing di energia più verde e a implementare nuove soluzioni sostenibili all’interno dei propri siti e magazzini, stiamo lavorando con diverse aziende del Vecchio Continente per capire come l’idrogeno verde e l’elettrificazione dei processi industriali può ridurre l’impatto di anidride carbonica. Obiettivo che necessariamente ha bisogno anche di un aiuto esterno, in quanto il prezzo di produzione dell’idrogeno verde è ancora troppo e quindi non sostenibile. Per dare un’idea, l’idrogeno prodotto da materiale fossile ha un costo di circa 1,5 euro a kg, da elettrolisi tra i 5 e i 7 euro al kg, mentre dal gas, però mediante la carbon capture, circa 2,5 euro al kg. Ecco perché stiamo lavorando a livello internazionale con associazioni, autorità e aziende per realizzare nuove misure di incentivazione della domanda e dell’offerta. Capaci di rendere finalmente appetibile, anche economicamente, la produzione di idrogeno verde”.