L’allarme di Alberto Forchielli: “Viviamo nel secolo cinese. Se non ci muoviamo, faremo tutti i camerieri”

Alberto Forchielli
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Il nuovo atlantismo dell’Unione Europea sembra rimettere in discussione i rapporti con la Cina, a due anni dall’accordo tra Roma e Pechino sulla Via della Seta. Come sarà la Cina post-Covid e che cosa possiamo aspettarci dalle relazioni con Pechino? Ce ne parla Alberto Forchielli, imprenditore, economista e autore che conosce la Cina sin dagli anni ’90. Mba alla Harvard Business School e 35 anni di carriera tra Europa, Stati Uniti e Asia, ha ricoperto incarichi di prestigio nel mondo pubblico e nel privato. È stato tra i primi italiani a fare business con la superpotenza asiatica fondando Mandarin Capital Partners, il più grande fondo di private equity sino-europeo. Ed è convinto che stiamo vivendo nel secolo cinese. 

Come sarà il business in Cina domani? 
Sarà in lingua inglese, ecologico, essenziale. Fatto di prodotti unici, più che a basso costo. I cinesi saranno in grado di produrre praticamente tutto e lo spazio per le aziende occidentali sarà sempre più ridotto. Ci sarà domanda per il su misura e per i marchi storici, ma in quantità sempre minore. Ai cinesi venderemo più servizi che prodotti. Nel 2020, l’Europa ha comprato 380 miliardi di euro di beni cinesi, a fronte dei 202 miliardi venduti alla Cina. Questo disavanzo si bilancerà con i servizi.

E quali servizi compreranno i cinesi?
Principalmente turismo. Pareggeremo gli squilibri commerciali con circa 400 milioni di turisti cinesi che viaggeranno all’estero. Emergerà presto un turismo cinese di classe, contrapposto a quello “mordi e fuggi” di oggi, fatto di grandi gruppi organizzati da agenzie cinesi che lascia poco margine alla destinazione locale. L’Italia è in una buona posizione per assorbire il turismo cinese, anche se le statistiche mostrano che ancora prevalgono Asia e Nord America. Pensate che adesso i cinesi con il passaporto sono solo 160 milioni, il 12% della popolazione. Un domani arriveranno a mezzo miliardo e il turismo cinese offuscherà il sole. Chi saprà fare business con i cinesi avrà grande soddisfazione, mentre gli altri finiranno a fare i camerieri dei cinesi. 

L’esempio cinese suggerisce che i regimi autoritari favoriscono lo sviluppo?
Il Democracy Index 2020 mostra che il numero di democrazie nel mondo si sta assottigliando e non credo che il post-Covid possa invertire questo trend. Il blocco autoritario formato da Cina e Russia sta raccogliendo sempre più favore tra i paesi in via di sviluppo. La Cina è uscita così bene dal sottosviluppo che la convinzione più affermata tra i paesi sottosviluppati è che un regime autoritario possa sollevarli dalla povertà meglio di una democrazia. E forse non hanno tutti i torti. I dati mostrano che sempre più paesi escono da un’orbita democratica in favore di progressioni autoritarie – si pensi a Ungheria, Polonia, Turchia, Venezuela, Egitto, Filippine, Myanmar. Sono più i paesi che si chiudono che quelli che si aprono. Esportare democrazia era un concetto che funzionava in passato per il ruolo degli Stati Uniti, ma oggi la Cina esercita un’influenza forte sui paesi in via di sviluppo. L’Occidente interviene con sanzioni per fermare questa deriva autoritaria. Mi domando se sia giusto o se si debba semplicemente accettare una situazione più autoritaria nelle prime fasi di sviluppo, che si apre a posizioni più democratiche man mano che il Paese si sviluppa. Anche se, una volta che si instaura un regime autoritario, poi è faticoso liberarsene. 

Come ha fatto la Cina a sconfiggere il Covid-19?
Con grande disciplina e facendo leva sulla struttura di quartiere. In Cina ci sono rappresentanti di partito che gestiscono ogni quartiere e condominio, per cui sono riusciti a tenere i cittadini in casa con ferma applicazione delle regole e ottimo tracciamento. Questo successo potrebbe però penalizzarli in questa fase, poiché sentono meno la necessità di vaccinarsi e fanno fatica ad aprirsi. Mentre Europa e Stati Uniti si affrettano ad accogliere i turisti, i cinesi che hanno meglio contenuto il virus restano isolati. Si sono chiusi talmente bene da non uscire più. 

Come mai pensa che questo sia il secolo cinese?
Non solo il secolo, ma il millennio cinese. Le civiltà seguono cicli: quelle che si arricchiscono si rilassano e le successive generazioni diventano viziate. La Cina invece ha una vasta popolazione di lavoratori efficienti e di bravi imprenditori, in grado di lavorare da soli e in gruppo. I fattori che avrebbero dovuto frenare la sua crescita non lo hanno fatto. Si pensava che il regime autoritario fosse un ostacolo al capitalismo e che la bolla finanziaria li avrebbe dilaniati, ma non è stato così. Di recente si è parlato di contrazione demografica, ma la Cina ha un limite al numero di figli per coppia (da poco aumentato da due a tre), un’età pensionistica media di 54 anni contro i 64 dei paesi Ocse e un’aspettativa di vita in forte crescita. Il vantaggio accumulato è tale da poter affrontare qualsiasi sfida. La Cina ci sta incalzando e non penso che riusciremo ad arrestare questo processo. Torneremo ai ruoli rispettivi del 1700, prima della rivoluzione industriale, quando la Cina era avanti all’Occidente. Il modello cinese è solido e sostenibile, mentre noi non abbiamo creato le premesse per correggere i nostri difetti.

Può il decoupling aiutare l’Occidente? 
Il decoupling, o rimpatrio delle aziende occidentali, potrà avvenire nella filiera dei beni ad alta tecnologia, come i semiconduttori, ma non lo vedo in termini assoluti tra Est e Ovest. Poche aziende hanno lasciato la Cina negli ultimi anni, mentre, al contrario, gli investimenti in entrata sono aumentati. Piuttosto, sono stati gli investimenti cinesi in Occidente a diminuire. Questo per scelta di Pechino, che ha posto più vincoli sui capitali in uscita dopo gli sprechi di denaro in operazioni colossali e bizzarre, quali squadre di calcio. Ora danno approvazioni con il contagocce, solo per acquisizioni in settori mirati o in certi paesi in via di sviluppo. Avevano annunciato una go out policy, ma, di fatto, l’hanno rinnegata. Mi chiedo che cosa temano realmente. Forse, oltre alle fughe di capitale, vogliono evitare che il settore privato diventi troppo cosmopolita e che gli imprenditori cinesi si integrino con l’Occidente e lascino il Paese. 

È giusto provare a bloccare gli investimenti cinesi? 
Più che giusto, è necessario. Strumenti come la golden share costituiscono una difesa dell’imprenditoria domestica. Non dimentichiamo che la Cina blocca regolarmente gli investimenti stranieri non graditi. Gli Stati Uniti hanno praticamente chiuso ai capitali cinesi e l’Europa sta assumendo un atteggiamento simile con la sospensione dell’Accordo comprensivo sugli investimenti (Cai) e la non ratifica dell’investment deal Cina-Ue. Questa volontà europea di bloccare gli investimenti cinesi va letta come qualcosa di positivo, poiché l’influenza politica segue irrimediabilmente l’iniziativa economica. I paesi che esportano molto sono in una posizione fragile, poiché gli importatori possono danneggiarli con politiche che inibiscono il flusso commerciale. La Cina è il primo esportatore al mondo e rappresenta il 15% dell’export globale. Finché manterrà questa posizione, Pechino dovrà rafforzarsi investendo capitali in Europa e Stati Uniti e conquistando il potere di influenzare le decisioni politiche. Contrastare questi investimenti diventa il metodo più efficace per contenere la Cina. Così il mondo sviluppato potrebbe relegarla a quello in via di sviluppo. Ciò non significa che i Paesi sottosviluppati non siano rilevanti, ma almeno sarà possibile proteggere alcune aree geografiche dall’influenza cinese. 

Le aziende occidentali possono fare a meno del consumatore cinese?  
Nel lusso, assolutamente no. Alcuni settori sono fortemente dipendenti dalla Cina, che traina la crescita del fatturato. La Cina è un mercato molto attraente, ma chi vi diventa troppo esposto rischia di subire minacce economiche e geopolitiche. La tattica cinese è questa: ti lasciano esporre nel loro mercato e poi iniziano a esercitare pressioni, come nel caso di Corea, Norvegia, Filippine e Australia. Questo è il problema di fare gran parte del fatturato in Cina. Le ritorsioni commerciali cinesi fanno male alle aziende. Vedi l’incidente di Dolce & Gabbana, ma anche Balenciaga, Dior e Philipp Plein. Un domani potrebbero sorgere aziende che protestano contro la Cina e cristallizzano nicchie di consumatori anti-cinesi. Nike e H&M ci hanno provato, ma sono già troppo grandi per rinunciare alla Cina.

Quali sono i rapporti dell’Italia con la Cina?
Ottimi rapporti, ma di forte sbilanciamento commerciale. Nel 2020 abbiamo importato dalla Cina beni per 32 miliardi di euro e abbiamo esportato per appena 13 miliardi. L’atteggiamento è amichevole, tanto che siamo stati tra i primi europei ad aprire le relazioni diplomatiche con la Cina, ma ciò non compensa lo squilibrio economico. Neanche l’accordo sulla Via della Seta risolve alcunché, a livello di deficit. Rimediare è difficile, poiché la nostra bilancia commerciale è fatta da tante piccole imprese: mentre Germania e Francia possono vendere aerei, treni o centrali nucleari, le partite commerciali con l’Italia sono molto frammentate. Il 50% delle nostre esportazioni proviene dall’industria meccanica e chimico-farmaceutica, seguite da autoveicoli e lusso. Il governo può incentivare i settori più in deficit, ma non è facile incidere su una bilancia commerciale fatta di piccoli ordini. Nemmeno le sanzioni sono utili, poiché ho riscontrato che non modificano i comportamenti dei cinesi. Funzionano con la Russia, che ha bisogno di integrarsi, ma non con la Cina.

Di cosa si occupa oggi e quali sono i suoi piani per il futuro?
Mi occupo del mio fondo, Mandarin Capital Partners. Siamo nati nel 2007 per acquistare imprese europee e farle crescere sul mercato cinese, ma siamo sempre meno Cina-dipendenti e sempre più attivi in Est Europa e Stati Uniti. Il rapporto con la Cina è cambiato: prima si facevano investimenti industriali, ora di tipo commerciale. Mentre dieci anni fa era necessario produrre in Cina per abbattere i costi e vendere ai consumatori locali, oggi il costo relativo dei prodotti italiani e occidentali si è abbassato. Di fatti il nostro ufficio a Shanghai lavora per sostenere a livello commerciale le società che abbiamo in portafoglio. La Cina non è più dominante e non penso che continueremo a chiamarci Mandarin ancora a lungo.

Una soddisfazione e una frustrazione nel lavorare con la Cina? 
La maggiore soddisfazione è stata chiudere il primo fondo di Mandarin Capital Partners con 150 milioni di euro di investimento cinese. Le frustrazioni sono state 38 e le ho scritte tutte. Tra queste, il peggio è stato trattare con burocrati e imprenditori cinesi per nulla amichevoli. Come venirne a capo? Non farsi illusioni e non fidarsi. Io inizialmente mi ero illuso, avevo incontrato una serie di cinesi eccellenti e non avevo guardato in profondità. La migliore strategia per trattare con la Cina è avere sempre una via di fuga, non mettere mai troppe risorse nella stessa operazione, far vedere che si hanno delle alternative e non farsi fagocitare, mantenendo sempre un piede dentro e uno fuori.  

Qual è la sua giornata tipo? Tornerebbe mai in Italia?
Mi sveglio tardi, leggo i giornali, faccio incontri per pranzo e, quando apre l’Europa, incomincio a lavorare fino a notte fonda, tra video e telefono. Sarò ancora a Hong Kong per qualche giorno, ma trascorro più tempo nella mia casa a Boston che in Asia. Torno in Italia un paio di mesi l’anno, in estate. Un rientro permanente non è nei piani. 

Non è stato convinto neanche dal Pnrr? 
Sono del tutto a favore del Pnrr. È un piano-Paese che l’Italia non ha mai avuto prima. Indipendentemente dalla quantità di risorse, non c’è mai stato, a memoria d’uomo, un documento che mettesse nero su bianco le riforme, gli investimenti e le manovre di facilitazione necessari. Avere un piano-Paese scritto in modo chiaro, piaccia o non piaccia, focalizza il dibattito e aiuta a razionalizzare la spesa. 

Che consiglio darebbe a chi entra oggi nel mondo del lavoro? 
Un giovane non deve affacciarsi sul mondo del lavoro, ma aggredirlo. Occorre osservare dove va il mondo, immaginare nuovi lavori e far sì che lo sforzo scolastico crei delle professionalità utili per inserirsi gradualmente, sfruttando internship e lavori estivi. In questo possono aiutare insegnanti e mentori, ma è un lavoro che spetta principalmente ai genitori. Esperienze lavorative all’estero sono utili, ma i nostri ragazzi non devono illudersi di poter lavorare con soddisfazione in Cina. L’Asia, in generale, sta rimandando a casa gli occidentali, i quali possono resistere solo trovando delle nicchie di mercato molto specifiche e ricercate. Costruire una carriera di successo all’interno di una multinazionale cinese sarà sempre più difficile.