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Business 9 Ottobre, 2019 @ 9:30

Acquisizioni dalla Cina: l’Italia è davvero in vendita?

di Forbes.it

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Per la prima volta nella storia degli investimenti cinesi in Italia, quest’anno un fondo di venture capital ha investito in una startup italiana. È l’inizio di una nuova serie di investimenti cinesi in Italia? Dobbiamo contenere questa ondata o cavalcarla? Si tratta di una novità che può rappresentare un’opportunità per le imprese italiane, ma anche un campanello d’allarme per le tecnologie made-in-Italy. 

La raffineria di Yanlian nella provincia dello Shaanxi, in Cina (Getty Images)

di Riccardo Silvestri

Nel maggio 2019 Zhen Fund, uno dei maggiori fondi cinesi, ha investito a fianco della europea Btov 1,7 milioni di Euro nell’italiana Stamps, un’applicazione telefonica per fare acquisti esentasse. Si tratta del primo investimento in assoluto di un venture capital cinese in Italia. Tuttavia, la storia delle acquisizioni cinesi in Italia non inizia qui: il numero di società italiane acquistate da entità cinesi è cresciuto di oltre 20 volte negli ultimi 10 anni. L’Italia ha rappresentato la quinta destinazione globale per numero di investimenti dalla Cina escludendo Hong Kong e Singapore, tipicamente Paesi di transito. Tra i Paesi europei, l’Italia è terza dopo Germania e Regno Unito davanti alla Francia. Ma cosa comprano gli investitori cinesi?

Prima di tutto, eccellenze industriali italiane. I primi investimenti cinesi in Italia si sono concentrati quasi esclusivamente su produttori di beni industriali, trovando nelle aziende italiane le tecnologie di nicchia e avanzate che a loro mancavano. Le operazioni più importanti furono l’acquisizione di una partecipazione di controllo in  Pirelli per 7,2 miliardi di Euro e la cessione di quote di minoranza in Ansaldo Energia e Cdp Reti a partner cinesi. Pur senza rinunciare alla meccanica, la seconda ondata ha visto emergere il settore dei beni di consumo, prima di tutto moda e lusso, come testimoniano le acquisizioni di Caruso e dell’85% di Buccellati. Più di recente sono stati presi di mira prodotti industriali hi-tech e intrattenimento, tra cui ricordiamo FC Inter e AC Milan. Negli ultimi due anni sembra che gli investitori stiano guardando alla pura tecnologia sviluppata da aziende di più piccole dimensioni per finalità legate alla strategia più che al profitto.

Questa evoluzione delle scelte di investimento e il crescente interesse della Cina per il nostro Paese ci fa interrogare su quali benefici e rischi si profilino per l’Italia. Il principale vantaggio è sicuramente un afflusso di nuovo capitale verso le aziende italiane dopo anni di crisi, le quali potranno trovare una nuova spinta alla crescita, finanziare progetti di ricerca e sviluppo, ma soprattutto rafforzare la propria presenza sul mercato cinese. Non mancano tuttavia anche i rischi. Risultano evidenti il potenziale pericolo di trasferimento del know-how italiano in Cina, un Paese con una complessa tutela della proprietà intellettuale, e gli impatti sulla disoccupazione che in Italia sfiora un allarmante 10%. La nuova serie American Factory in onda su Netfilx e prodotta dagli Obama mostra come un investimento cinese inizialmente accolto come opportunità di rilancio si trasformi in uno scontro culturale tra forza lavoro americana e management cinese. Diventeremo tutti una American Factory?

L’Italia ha ben presente questi rischi, in parte già affrontati lo scorso luglio in occasione del primo Finance Dialogue tra Italia e Cina. “Entrambe le parti concordano di approfondire la cooperazione in materia di regolamentazione finanziaria e vigilanza transnazionale“, recita la dichiarazione congiunta. Si tratta di un principio di reciprocità: gli investimenti in ingresso in Cina, infatti, sono fortemente regolamentati. Esistono settori ristretti ai capitali esteri in cui è necessaria la presenza di un partner cinese, come il medicale e l’automobilistico, o addirittura proibiti agli stranieri – ad esempio l’estrazione di terre rare, di cui la Cina controlla oltre il 90% del mercato globale.

È tuttavia improbabile che un tema così delicato venga risolto esclusivamente a livello italiano. Il rischio di appropriazione di tecnologie nazionali da parte di investitori esteri è comune a molti Paesi, perciò la chiave per proteggerci è una regolamentazione delle acquisizioni strategiche a livello europeo. Nuovi meccanismi sono già in atto per salvaguardare la sicurezza, l’ordine pubblico e gli interessi strategici dell’Europa ed altre regole sono in fase di studio. “Abbiamo bisogno di controllo sugli acquisti da parte di società straniere che hanno come obiettivo le attività strategiche dell’Europa” afferma Jean-Claude Juncker, promotore del framework europeo per lo screening degli investimenti stranieri.

Quindi l’Italia è davvero in vendita? Sì, ma non solo alla Cina. Gli Stati Uniti rimangono sempre i primi acquirenti di società italiane, con oltre 15 miliardi di dollari investiti negli ultimi tre anni secondo il portale finanziario Mergermarket. Ci sono una moltitudine di attori internazionali attratti dal patrimonio aziendale italiano e la regolamentazione a livello comunitario può fare la differenza tra una cooperazione transnazionale e una svendita.

Investimenti 8 Agosto, 2019 @ 11:50

Investire in Cina adesso? Un’opportunità storica, parola di Ray Dalio

di Matteo Rigamonti

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Ray Dalio (Bridgewater)
Ray Dalio, Co-Chief Investment Officer & Co-Chairman di Bridgewater durante l’intervista sul canale Youtube di Bridgewater

Investire nella Cina è un’opportunità da non perdere. A dirlo Ray Dalio, fondatore del fondo Bridgewater, per nulla preoccupato dall’escalation della guerra commerciale in atto con gli Stati Uniti. Nel corso di un’intervista pubblicata sul canale YouTube di Bridgewater Associates, Dalio ha spiegato come la situazione sia di fatto comparabile a quella di altri momenti della storia e di altre economie che nella storia hanno occupato posizioni di leadership: “Non avremmo forse dovuto investire nei Paesi Bassi dell’impero coloniale olandese?”, si domanda. “Non avremmo dovuto investire nella Gran Bretagna della Rivoluzione Industriale? Allora non avremmo nemmeno dovuto investire negli Stati Uniti d’America”.

Dalio, che dalla Cina racconta di essere stato folgorato nel 1984 “quando il Paese di stava aprendo”, non nasconde di essere “bullish” sull’opportunità di investire a Pechino e sa di avere un pensiero controcorrente in questo particolare momento storico. “Investire in Cina non è né più né meno rischioso che investire in altri mercati”, semmai “è rischioso non investire” in un Paese dove, ricorda, “da allora il reddito pro capite è cresciuto di ventisei volte, il peso dell’economia sul Pil mondiale è passato dal 2 al 22%, la povertà è scesa dall’88% a meno dell’1% e l’aspettativa di vita è cresciuta di 10 anni”.

Investire in Cina è meno rischioso che investire in Europa?

Nel video Dalio argomenta la sua tesi secondo una logica di “diversificazione degli investimenti” e aggiunge: “La questione è se chi investe vuole essere un precursore oppure arrivare dopo gli altri”. Il numero uno di Bridgewater è al contrario più preoccupato dallo stato delle economie occidentali: “Ogni posto è rischioso – prosegue -, l’Europa è molto rischiosa” perché “la politica monetaria sta per finire la benzina, c’è frammentazione politica”, ma soprattutto il Vecchio Continente “non sta partecipando alla rivoluzione tecnologica e potrei andare avanti ancora a spiegare perché investire in Europa è molto rischioso”.

Stesso discorso vale per gli Stati Uniti che Dalio reputa “molto rischiosi per diversi motivi: per la disparità sociale e di ricchezza, per il conflitto in atto tra socialismo e capitalismo, per la frammentazione del decision making e l’assenza di efficacia nella politica militare”.

Dalio – che  con il suo fondo gestisce investimenti per 160 miliardi di dollari – non nasconde che “anche i mercati emergenti hanno i loro rischi e la Cina da questo punto di vista non fa differenza” ma, ribadisce, “quello che è rischioso è non avere diversificazione”, “meglio puntare su entrambi i cavalli in corsa”. A maggior ragione se, come ritiene, “non si andrà verso una guerra in senso classico” tra Stati Uniti e Cina, piuttosto “assisteremo ad una ristrutturazione dell’ordine mondiale in termini di supply chain, di chi produce tecnologie e altri importanti cambiamenti in questo genere di cose”.

Ecco il video integrale dell’intervista: