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Business 11 Febbraio, 2020 @ 9:23

Perché potrebbe essere un secolo cinese, nonostante tutto

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Investire in Cina nel Private Equity |nuovo quartiere di Pechino
Palazzi in costruzione a Pechino (Feng Li/Getty Images)

Tra l’emergenza coronavirus che sta scavalcando in gravità la Sars, il presidente degli Stati Uniti che le ha dichiarato una nuova Guerra fredda e una crescita del Pil che nel 2019 è stata meno brillante del previsto (anche se invidiabile per l’Occidente) non è proprio un momento felice, quello che sta attraversando la Cina.

Eppure, con la società americana sempre più popolarizzata sulle questioni politiche, le élite occidentali sempre più delegittimate, alcune istituzioni sovranazionali come il Wto, la Nato e l’Ue sempre più in crisi di consenso e di idee, il gigante asiatico resta ancora in pole position come l’architetto di quelle che saranno le strutture di potere del XXI secolo.

Le alternative cinesi alle norme consolidate euroamericane sono spesso opache e contestate dai mass media. Nonostante questo, potrebbero nel corso di questo secolo trascinare il resto delle superpotenze e Paesi limitrofi in un riassetto complessivo del globo. A cominciare dalla Belt Road Initiative (Bri), la cosiddetta “Nuova Via della seta”, che si sta sviluppando parallelamente agli sforzi di Pechino per cooptare la Banca mondiale e altre istituzioni nei suoi giochi diplomatici (ad esempio contro Taiwan o le minoranze etniche interne)

La presidenza Trump, certo, è spiazzante sotto molti punti di vista. Non ultimo il suo volersi ritirare progressivamente dai teatri di guerra più remoti, e in generale dal ruolo di gendarme mondiale che si sobbarca da solo la sicurezza degli alleati. A questo poi si uniscono una apparente mancanza di visione di lungo periodo sui Paesi in via di sviluppo, e la sfrontatezza con cui vengono ignorati gli accordi di Parigi sul clima.

Da qui a immaginare tra vent’anni gli Stati Uniti messi in un angolo, in un mappamondo dominato dalla Cina ce ne vuole.

Le élite di Davos, dopo aver applaudito Greta Thunberg, hanno fatto vincere la partita sostanziale a Trump, dimostrando di apprezzarne le policy-guida: che saranno anche più protezioniste di quelle di Obama, ma in fondo non radicalmente diverse – soprattutto per quanto riguarda gli sgravi fiscali e la deregolamentazione degli scambi – di ciò che sarebbe stata una presidenza (mettiamo) di Jeb Bush o di Mitt Romney. È l’opinione anche di uno studioso attento del populismo, per nulla pregiudizialmente avverso ad esso, come Michael Lind. Fatto sta che in questo contesto di rientro del populismo nell’establishment, il piano del presidente Xi Jinping è dichiaratamente quello di usare la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bri) per mettere la Cina al centro di comando delle relazioni economiche e geopolitiche mondiali

Sono innumerevoli i Paesi dell’Asia e dell’Africa – come la Cambogia o l’Angola – che dipendono in modo determinante dalla Cina per il loro sviluppo economico, sotto forma di progetti in infrastrutture commerciali e civili, finanziamenti alla ricerca in tecnologia e progetti militari. Più di una dozzina di Paesi europei si sono già dichiarati aperti all’idea di fare affari con la Bri, o per lo meno di arraffarne qualche briciola, anche se uno degli ultimi arrivati ha scosso con particolare vigore le certezze di Washington e Bruxelles: l’Italia, che ha accolto con tutti gli onori, a Roma, il leader del partito comunista cinese lo scorzo marzo.

Il sogno per la terza economia dell’Eurozona e membro del G7 è quello di farsi includere in un progetto di import-export che punta a unire l’Oriente all’Occidente con una miriade di ferrovie, porti e tunnel. Per ora il potenziale dell’operazione resta largamente inesplorato, ma diversi analisti hanno messo sul tavolo il rischio che possa allontanare i paesi più periferici e stagnanti dell’Ue dal nucleo franco-tedesco.

Non è un segreto per nessuno, del resto, che Pechino proverà a usare il suo potere negoziale per influenzare la politica estera e domestica dei Paesi coinvolti. Il fine ultimo della Cina è la “creazione di un ordine mondiale alternativo”, dice Nadège Rolland del National Bureau of Asian Research, in un’intervista ad Axios. E il piano grandioso si sta sviluppando su più livelli, il più evidente dei quali è quello commerciale: con una economia globale molto più dipendente dalla Cina di quanto lo fosse con la Sars di diciassette anni fa, il più piccolo starnuto del primo paese esportatore al mondo fa tremare Wall Street, mentre un’eventuale riduzione della domanda interna cinese si ripercuoterebbe gravemente – e già ci sono segnali in questo senso – sui Paesi Ue tutti rivolti verso l’export, come la Germania e il suo settore automobilistico.

È bastato che i media di Stato cinese – smettessero di trasmettere, seppur temporaneamente, le partite della Nba dopo che il coach degli Houston Rockets aveva scritto un tweet pro-manifestanti di Hong Kong, per far calare le azioni legate al basket e dimostrare il potere ricattatorio di Pechino. Ma questo potere è tanto più forte laddove i suoi effetti sono meno vistosi. Si pensi alla tecnologia 5G, dove la Cina sta facendo fare a Huawei – un’azienda pesantemente sussidiata e agevolata dal governo – la parte del leone in una strategia di dominio geopolitico, nonostante l’ostilità e i boicottaggi di Trump contro questo colosso delle telecomunicazioni.

Ironia della sorte: tra i Paesi che hanno scelto di adottare la tecnologia Huawei – assai più conveniente dal punto di vista economico che un piano di reindustrializzazione tecnologica nuovo di zecca – c’è un alleato chiave di Washington: nientemeno che la Gran Bretagna, da poco fuoriuscita dall’Ue sotto l’egida di Boris Johnson che è forse l’emulo più riuscito di Trump nel Vecchio Continente.

Questo ha provocato anche un certo malumore da parte dei conservatori inglesi, che avrebbero voluto, se non l’obbedienza cieca agli americani, perlomeno un tentativo di rilancio del “Made in Britain”, e comunque sono preoccupati dal rapporto simbiotico tra il governo cinese e Huawei, che – ritengono alcuni osservatori – potrebbe tradursi in raccolta in massa dei dati e in attività di spionaggio.

Nel frattempo altre società hi-tech cinesi stanno facendo notevoli sforzi per arrivare preparate ai futuri standard tecnologici, e tradurre la propria dominanza nel mercato in ricavi. Il governo non si fa attendere, e fa la sua parte investendo centinaia di miliardi di euro in ricerca e sviluppo mentre cerca di emulare l’expertise statunitense.

E non abbiamo nemmeno considerato la questione militare: la Cina spende per il suo esercito più di qualsiasi altra potenza esclusi gli Stati Uniti, e nell’ultimo decennio il budget ha visto aumenti a doppia cifra, superando il Regno Unito già nel 2008. La capacità d’intervento di Pechino non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella americana, ma con l’allontanamento di Trump dal Mar Giallo ha raggiunto ormai una posizione incontrastata in Estremo Oriente.

La morale è che, al netto del rallentamento economico, del ridimensionamento dei sogni di gloria dovuto all’ultima pandemia globale e al fatto che probabilmente anche un eventuale inquilino Democratico alla Casa Bianca confermerà l’approccio protezionista di Trump sulla Cina, il Paese asiatico condizionerà la forma del mondo negli anni a venire, in forme sempre più evidenti.

Cultura 7 Febbraio, 2020 @ 10:45

Coronavirus: il tasso di mortalità diminuirà, dice un Nobel di Stanford

di Forbes.it

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(Shutterstock)

di Russell Flannery per Forbes.com

Il numero di vittime in Cina a causa del coronavirus suggerisce che i casi di nuovi decessi potrebbero diminuire nella prossima settimana, secondo un’analisi del professor Michael Levitt dell’Università di Stanford, vincitore del premio Nobel per la chimica nel 2013.

Fino a ieri (l’altro ieri in Italia, ndr) sono stati segnalati 492 decessi e circa 24mila contagiati da coronavirus, con oltre il 97% dei decessi nella provincia di Hubei, colpita duramente dal virus. Eppure c’è una grande differenza nel tasso di mortalità dentro e fuori Hubei. Con solo lo 0,18%, il tasso di mortalità al di fuori di Hubei “è paragonabile alla mortalità totale dell’influenza”, ha detto Levitt. Al contrario, il tasso di mortalità per le vittime in Hubei è del 3%. Il tasso di mortalità al di fuori della provincia di Hubei è 16 volte inferiore ed è rimasto relativamente basso.

Sebbene il numero di decessi fosse maggiore di un giorno prima, il tasso di crescita della mortalità sta rallentando, ha detto Levitt in un’analisi quotidiana. “In particolare, il rapporto complessivo tra i morti di oggi e quelli di ieri è diminuito costantemente” dal 25 gennaio, ha detto. “Questo suggerisce che il tasso di crescita del numero di morti rallenterà ancora di più nel corso della prossima settimana”, ha scritto Levitt.

Trending 5 Febbraio, 2020 @ 12:30

Wuhan, la smart city incapace di contenere l’epidemia. Ma con i Big Data in futuro…

di Piera Anna Franini

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Vista aerea della città di Wuhan (Getty Images)

La Cina è leader mondiale nella realizzazione di smart city. Parlano i numeri: nel mondo, un progetto di smart city su due si sviluppa sul territorio cinese (cfr report Deloitte allegato). Nel 2010, il ministero della Scienza e Tecnologia elesse proprio la metropoli di Wuhan, epicentro dell’epidemia coronavirus, come sede pilota del programma di diffusione di città intelligenti.

In questi giorni, Wuhan è un luogo fantasma, nella morsa del virus, fragile come una qualsiasi città: l’aggettivo “smart” assume così una venatura fra il cinico e il sarcastico. Ne abbiamo parlato con Carlo Ratti, nome associato alle smart city, architetto, ingegnere, informatico, fondatore e direttore del MIT Senseable City Lab di Boston, al timone dello Studio Carlo Ratti Associati di Torino. Un inventore seriale (vedi la Copenhagen Wheel inclusa dal Time magazine fra le “Best Inventions of the Year”).

Ratti è la figura carismatica della Biennale di Urbanistica e Architettura di Shenzhen, la versione cinese della Biennale di Venezia, sebbene con i suoi 550mila visitatori ne doppi le presenze. L’edizione di quest’anno, tutt’ora in corso, fa proprio il dibattito internazionale sulle smart city concentrandosi anche sull’impatto dell’intelligenza artificiale. La Cina ambisce ad essere la numero uno pure in questo ambito come dimostra il crescendo di investimenti calcolato intorno agli $11.9 bilioni entro il 2023.

Dati gli accadimenti, alla Biennale di Shenzhen si apriranno spazi di dibattito sull’emergenza coronavirus. Ci si chiede come dovrebbe reagire una smart city a queste emergenze? “Per la chiusura della Biennale, a marzo, insieme a Michele Bonino del Politecnico di Torino stiamo pensando di organizzare un momento di discussione proprio intorno ai modi in cui una smart city può affrontare una situazione di crisi sanitaria” spiega Ratti che è stato in Cina in dicembre spingendosi fino a 350 chilometri da Wuhan, quindi in una fase in cui si erano verificati i primi casi di infezione ma non c’era il minimo sentore dell’incombere dell’epidemia.  “Una delle sfide per i prossimi anni – continua Ratti – sarà quella di trovare nuovi modi per analizzare i Big Data in arrivo dalla cittadinanza – informazioni che possono essere utili tanto per l’urbanista, quanto per gli studiosi di epidemiologia. Ad esempio, in un  recente articolo scientifico, pubblicato su Nature Scientific Reports, abbiamo sviluppato un metodo per predire i contagi di Dengue a Singapore usando gli spostamenti dei telefoni cellulari. La mobilità delle persone infatti è fondamentale per comprendere le dinamiche di trasmissione di molti virus e batteri”.

Per la verità, ci piacerebbe pensare che in una città smart i virus siano intercettati e debellati all’istante. O forse è chiedere l’impossibile? “I fattori in gioco sono moltissimi. Però credo che domani saremo in grado di monitorare meglio non solo l’ambiente fisico di una città ma anche quello biologico. Negli ultimi anni, il nostro laboratorio al MIT di Boston ha collaborato con alcuni colleghi del dipartimento di bioingegneria per studiare un sistema di analisi dei campioni batteriologici che si possono trovare nelle fogne urbane e che ci permettono, ad esempio, di trovare il virus dell’influenza prima che vengano segnalati i primi casi di infezione. Il progetto si chiama Underworlds“.

Sulle perplessità destate dall’anima smart di Wuhan, in ginocchio come una qualsiasi città, Ratti confessa che “del resto, il nostro pianeta rischia di soccombere al cambiamento climatico, indipendentemente dall’uso di nuove tecnologie. Come diceva Melvin Kranzberg: “La tecnologia non è né buona né cattiva; ma neanche neutra”.

Sempre a proposito di città cinesi. Carlo Ratti con Michele Bonino è alla testa del team curatoriale di “Eyes of the City”, la mostra che alla Biennale di Shenzhen affronta (anche) il tema del riconoscimento facciale, sempre più pervasivo nelle città cinesi.  Di fatto, il 2019 è stato un anno cruciale. “Proprio mentre organizzavamo la nostra Biennale su questo argomento – prosegue Ratti – , da San Francisco a Hong Kong la cronaca quotidiana ci raccontava di reazioni sempre più critiche verso la presenza del riconoscimento facciale nelle nostre città. Al contempo, la tecnologia non si ferma, e sono anzi sempre di più le circostanza della vita quotidiana in cui accettiamo di usare la nostra faccia come “chiave” per sbloccare un certo servizio: pensiamo, soltanto per fare un esempio, al nostro smartphone… Il ragionamento che abbiamo sviluppato alla Biennale, insieme a partner come l’università Cooper Union, è quello che sia necessario attuare strumenti di risposta nuovi, basati sul diritto a fare “opt out”. Ecco allora che alla Biennale a Shenzhen abbiamo dotato la mostra di un sistema di riconoscimento facciale: ma abbiamo anche dato la possiblità a tutti i visitatori di fare richiesta di anonimato. I primi risultati sono molto interessanti: i numeri di chi non vuole essere riconosciuto dal sistema sono decisamente più alti di quanto ci aspettassimo. Il modo in cui gestiremo la condivisione e il possesso dei dati urbani – a partire dal database dei volti legato alle reti di riconoscimento facciale – è uno dei temi fondamentali per le città del prossimo decennio. In Cina, ad oggi, c’è poca sensibilità sul tema privacy. La vecchia Europa si trova, invece, in una posizione di avanguardia con il GDPR, che è un ottimo punto di partenza”. E sempre in tema di vecchia Europa vs Cina.  Ratti conosce da vicino il sistema scolastico cinese, ma di una cosa è sicuro: è vero che  la Cina sta investendo enormi risorse nell’istruzione “e i risultati stanno arrivando molto in fretta. Le università occidentali, tra cui anche quelle italiane, hanno però un vantaggio: possono operare in società nelle quali l’atteggiamento critico viene coltivato su una scala decisamente più ampia. Mettere sempre in dubbio tutto è il punto di partenza del progresso scientifico – come ci ricorda tra gli altri Galileo”.

Trending 4 Febbraio, 2020 @ 8:55

Coronavirus: il racconto del ritorno in Italia dei cervelli in fuga (VIDEO)

di Massimiliano Carrà

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“È stata una giornata infernale, ma ce l’abbiamo fatta”. Così Marika Digato, studente di 25 anni all’Università di Tongji di Shanghai, racconta a Forbes il giorno del suo ritorno in Italia a causa del coronavirus. 

Dopo aver inviato il video alla nostra redazione, Marika (laureatasi al corso triennale di Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo), ci racconta la sua storia e quella dei suoi colleghi Francesca Palermo, Damiano Nitto, Laura Terravecchia, Martina Fessia, Michela Martina La Manna, Chiara Contino e Beatrice Alasotto: “Siamo al secondo anno del corso di laurea magistrale in International Relations e studiamo all’Università di Shanghai perché abbiamo vinto la borsa di studio messa a disposizione dall’Università di Torino “Campus Luigi Einaudi”, che permette di fare un anno a Torino e un anno in Cina come doppio titolo. Eravamo lì da 5 mesi e ne abbiamo ancora 5 da affrontare”.

Partita alle ore 23 di giovedì 30 gennaio da “Pudong” (l’aeroporto di Shanghai), insieme ai 7 suoi colleghi italiani, Marika è atterrata a Milano Malpensa, dopo uno scalo a Istanbul, alle ore 10.00 di venerdì 31 gennaio e spiega: “Abbiamo fatto tutto il viaggio con le mascherine che cambiavamo ogni 7 ore. La cosa che ci ha stupito è che solo a Pudong ci hanno sottoposto a controlli medici, ad Istanbul e a Milano niente di niente” (controlli stringenti e quarantena sono stati previsti invece per coloro che arrivavano da Wuhan)

Coronavirus? A Shangai sembra tutto sotto controllo

E se a Wuhan, la città da cui è partita la diffusione del coronavirus, la situazione sembra più critica, a Shanghai secondo quanto ci raccontano in un video Marika Digato, Chiara Contino (25 anni) e Laura Terravecchia (24 anni) “sembra tutto essere sotto controllo”. 

Infatti, come sottolinea Chiara, anch’essa studente all’Università Tongji di Shanghai, “se le città cinesi sono abbastanza vuote è perché in tantissimi sono fuori per le vacanze, non perché sono scappati per il coronavirus”. Dello stesso avviso anche Laura Terravecchia, che evidenzia “i cinesi sono abbastanza tranquilli e stanno prendendo delle ottime misure di sicurezza. In sintesi, non c’è tutto questo allarmismo”. 

“Torneremo in Cina il prima possibile: no al razzismo”

Nonostante il rientro in Italia, l’idea dei ragazzi è chiara: “Siamo in attesa dell’inizio del secondo semestre che doveva prendere il via il 17 febbraio, ma è stato spostato a data da destinarsi. Sicuramente noi speriamo di tornare e di poterci lavorare, perché la Cina è la nostra seconda casa. Alcuni di noi, infatti, hanno trovato delle opportunità di tirocinio. Inoltre, l’università – sottolinea Marika – è una delle migliori in Cina, tant’è che alcuni professori e studiosi stanno collaborando alla realizzazione del vaccino”. 

In ultima battuta, visto che in Italia si sono susseguiti casi di razzismo nei confronti di cinesi a causa della diffusione del coronavirus, Marika Digato ha voluto prendere le distanze da questi episodi: “I cinesi sono persone speciali, generose e disponibili. Sempre sorridenti e felici, noi ci siamo trovati bene fin da subito. Ovviamente ogni popolo ha la propria cultura e non è giusto giudicare. Proprio per questo ci discostiamo e non condividiamo tutto il razzismo e la cattiveria nei confronti di questo popolo speciale”.

Business 9 Ottobre, 2019 @ 9:30

Acquisizioni dalla Cina: l’Italia è davvero in vendita?

di Riccardo Maurizio Silvestri

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Per la prima volta nella storia degli investimenti cinesi in Italia, quest’anno un fondo di venture capital ha investito in una startup italiana. È l’inizio di una nuova serie di investimenti cinesi in Italia? Dobbiamo contenere questa ondata o cavalcarla? Si tratta di una novità che può rappresentare un’opportunità per le imprese italiane, ma anche un campanello d’allarme per le tecnologie made-in-Italy. 

La raffineria di Yanlian nella provincia dello Shaanxi, in Cina (Getty Images)

Nel maggio 2019 Zhen Fund, uno dei maggiori fondi cinesi, ha investito a fianco della europea Btov 1,7 milioni di Euro nell’italiana Stamps, un’applicazione telefonica per fare acquisti esentasse. Si tratta del primo investimento in assoluto di un venture capital cinese in Italia. Tuttavia, la storia delle acquisizioni cinesi in Italia non inizia qui: il numero di società italiane acquistate da entità cinesi è cresciuto di oltre 20 volte negli ultimi 10 anni. L’Italia ha rappresentato la quinta destinazione globale per numero di investimenti dalla Cina escludendo Hong Kong e Singapore, tipicamente Paesi di transito. Tra i Paesi europei, l’Italia è terza dopo Germania e Regno Unito davanti alla Francia. Ma cosa comprano gli investitori cinesi?

Prima di tutto, eccellenze industriali italiane. I primi investimenti cinesi in Italia si sono concentrati quasi esclusivamente su produttori di beni industriali, trovando nelle aziende italiane le tecnologie di nicchia e avanzate che a loro mancavano. Le operazioni più importanti furono l’acquisizione di una partecipazione di controllo in  Pirelli per 7,2 miliardi di Euro e la cessione di quote di minoranza in Ansaldo Energia e Cdp Reti a partner cinesi. Pur senza rinunciare alla meccanica, la seconda ondata ha visto emergere il settore dei beni di consumo, prima di tutto moda e lusso, come testimoniano le acquisizioni di Caruso e dell’85% di Buccellati. Più di recente sono stati presi di mira prodotti industriali hi-tech e intrattenimento, tra cui ricordiamo FC Inter e AC Milan. Negli ultimi due anni sembra che gli investitori stiano guardando alla pura tecnologia sviluppata da aziende di più piccole dimensioni per finalità legate alla strategia più che al profitto.

Questa evoluzione delle scelte di investimento e il crescente interesse della Cina per il nostro Paese ci fa interrogare su quali benefici e rischi si profilino per l’Italia. Il principale vantaggio è sicuramente un afflusso di nuovo capitale verso le aziende italiane dopo anni di crisi, le quali potranno trovare una nuova spinta alla crescita, finanziare progetti di ricerca e sviluppo, ma soprattutto rafforzare la propria presenza sul mercato cinese. Non mancano tuttavia anche i rischi. Risultano evidenti il potenziale pericolo di trasferimento del know-how italiano in Cina, un Paese con una complessa tutela della proprietà intellettuale, e gli impatti sulla disoccupazione che in Italia sfiora un allarmante 10%. La nuova serie American Factory in onda su Netfilx e prodotta dagli Obama mostra come un investimento cinese inizialmente accolto come opportunità di rilancio si trasformi in uno scontro culturale tra forza lavoro americana e management cinese. Diventeremo tutti una American Factory?

L’Italia ha ben presente questi rischi, in parte già affrontati lo scorso luglio in occasione del primo Finance Dialogue tra Italia e Cina. “Entrambe le parti concordano di approfondire la cooperazione in materia di regolamentazione finanziaria e vigilanza transnazionale“, recita la dichiarazione congiunta. Si tratta di un principio di reciprocità: gli investimenti in ingresso in Cina, infatti, sono fortemente regolamentati. Esistono settori ristretti ai capitali esteri in cui è necessaria la presenza di un partner cinese, come il medicale e l’automobilistico, o addirittura proibiti agli stranieri – ad esempio l’estrazione di terre rare, di cui la Cina controlla oltre il 90% del mercato globale.

È tuttavia improbabile che un tema così delicato venga risolto esclusivamente a livello italiano. Il rischio di appropriazione di tecnologie nazionali da parte di investitori esteri è comune a molti Paesi, perciò la chiave per proteggerci è una regolamentazione delle acquisizioni strategiche a livello europeo. Nuovi meccanismi sono già in atto per salvaguardare la sicurezza, l’ordine pubblico e gli interessi strategici dell’Europa ed altre regole sono in fase di studio. “Abbiamo bisogno di controllo sugli acquisti da parte di società straniere che hanno come obiettivo le attività strategiche dell’Europa” afferma Jean-Claude Juncker, promotore del framework europeo per lo screening degli investimenti stranieri.

Quindi l’Italia è davvero in vendita? Sì, ma non solo alla Cina. Gli Stati Uniti rimangono sempre i primi acquirenti di società italiane, con oltre 15 miliardi di dollari investiti negli ultimi tre anni secondo il portale finanziario Mergermarket. Ci sono una moltitudine di attori internazionali attratti dal patrimonio aziendale italiano e la regolamentazione a livello comunitario può fare la differenza tra una cooperazione transnazionale e una svendita.

Investimenti 8 Agosto, 2019 @ 11:50

Investire in Cina adesso? Un’opportunità storica, parola di Ray Dalio

di Matteo Rigamonti

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Ray Dalio (Bridgewater)
Ray Dalio, Co-Chief Investment Officer & Co-Chairman di Bridgewater durante l’intervista sul canale Youtube di Bridgewater

Investire nella Cina è un’opportunità da non perdere. A dirlo Ray Dalio, fondatore del fondo Bridgewater, per nulla preoccupato dall’escalation della guerra commerciale in atto con gli Stati Uniti. Nel corso di un’intervista pubblicata sul canale YouTube di Bridgewater Associates, Dalio ha spiegato come la situazione sia di fatto comparabile a quella di altri momenti della storia e di altre economie che nella storia hanno occupato posizioni di leadership: “Non avremmo forse dovuto investire nei Paesi Bassi dell’impero coloniale olandese?”, si domanda. “Non avremmo dovuto investire nella Gran Bretagna della Rivoluzione Industriale? Allora non avremmo nemmeno dovuto investire negli Stati Uniti d’America”.

Dalio, che dalla Cina racconta di essere stato folgorato nel 1984 “quando il Paese di stava aprendo”, non nasconde di essere “bullish” sull’opportunità di investire a Pechino e sa di avere un pensiero controcorrente in questo particolare momento storico. “Investire in Cina non è né più né meno rischioso che investire in altri mercati”, semmai “è rischioso non investire” in un Paese dove, ricorda, “da allora il reddito pro capite è cresciuto di ventisei volte, il peso dell’economia sul Pil mondiale è passato dal 2 al 22%, la povertà è scesa dall’88% a meno dell’1% e l’aspettativa di vita è cresciuta di 10 anni”.

Investire in Cina è meno rischioso che investire in Europa?

Nel video Dalio argomenta la sua tesi secondo una logica di “diversificazione degli investimenti” e aggiunge: “La questione è se chi investe vuole essere un precursore oppure arrivare dopo gli altri”. Il numero uno di Bridgewater è al contrario più preoccupato dallo stato delle economie occidentali: “Ogni posto è rischioso – prosegue -, l’Europa è molto rischiosa” perché “la politica monetaria sta per finire la benzina, c’è frammentazione politica”, ma soprattutto il Vecchio Continente “non sta partecipando alla rivoluzione tecnologica e potrei andare avanti ancora a spiegare perché investire in Europa è molto rischioso”.

Stesso discorso vale per gli Stati Uniti che Dalio reputa “molto rischiosi per diversi motivi: per la disparità sociale e di ricchezza, per il conflitto in atto tra socialismo e capitalismo, per la frammentazione del decision making e l’assenza di efficacia nella politica militare”.

Dalio – che  con il suo fondo gestisce investimenti per 160 miliardi di dollari – non nasconde che “anche i mercati emergenti hanno i loro rischi e la Cina da questo punto di vista non fa differenza” ma, ribadisce, “quello che è rischioso è non avere diversificazione”, “meglio puntare su entrambi i cavalli in corsa”. A maggior ragione se, come ritiene, “non si andrà verso una guerra in senso classico” tra Stati Uniti e Cina, piuttosto “assisteremo ad una ristrutturazione dell’ordine mondiale in termini di supply chain, di chi produce tecnologie e altri importanti cambiamenti in questo genere di cose”.

Ecco il video integrale dell’intervista: