L’architettura di Stefano Belingardi Clusoni che ha riqualificato Piazza Fidia nel quartiere Isola di Milano

Stefano Belingardi Clusoni, fondatore di BE.ST
Share

Il suo approccio architettonico punta a emozionare, a trasmettere un’esperienza, mischiando funzionalità e armonia. Consapevole dell’importanza sociale di un’architettura responsabile, Stefano Belingardi Clusoni, laurea con il miglior progetto di Master secondo la giuria dell’Accademia di Architettura di Mario Botta a Mendrisio, ha seguito finora numerosi progetti di respiro internazionale dividendosi per anni tra Barcellona, Berlino e Shanghai. Fino a quando, dopo aver collaborato nello studio di Daniel Libeskind, apre il suo studio BE.ST Belingardi Stefano.

Due anni fa, all’età di a 32 anni l’architetto si è aggiudicato la gara per il progetto di riqualificazione dell’immobile direzionale di Piazza Fidia nel quartiere Isola di Milano, tra Scalo Farini e Porta nuova, a cui sono stati invitati tutti gli studi più importanti del settore. “Ho progettato l’intero l’edificio in quarantena, e questo mi ha concesso di avere il tempo per riflettere su dettagli che la vita frenetica mi impediva di fare”, racconta in questa intervista a Forbes Italia.

    Render Fidia
    Area Zoom
    Adi Museum
    Progetto Via Bisceglie

Quando è nata la sua passione per l’architettura?
La mia passione da piccolo era disegnare e questo mestiere mi permette di dare forma a un pensiero. Mi piace la totale libertà che ho mentre disegno e poter materializzare quell’idea in qualcosa di concreto e reale. Cerco sempre di far sopravvivere questo processo emotivo alle modifiche dovute agli aspetti funzionali e tecnici, questo conferisce un carattere indelebile al progetto.

Da cosa è stata maggiormente influenzata negli anni la sua filosofia?
Sicuramente dagli studi all’Accademia di Architettura di Mendrisio, dove ho avuto la fortuna di confrontarmi con professori di grande livello intellettuale, filosofi e storici ma anche la curiosità, tanta dedizione, i workshop, i miei numerosi viaggi e la sovrapposizione di interessi diversi ma tangenti all’architettura, dal cinema alla fotografia. Oggi nella mia quotidianità, tutti questi ingredienti vengono inconsciamente mischiati e applicati nei miei progetti.

Ha vissuto diversi anni all’estero lavorando per numerose realtà internazionali. Cosa ricorda dei primi tempi?
Se guardo indietro alle mie esperienze in Cina e in Spagna ricordo l’intensa dinamicità, tutto andava a mille all’ora, si passava da un progetto all’altro come all’interno di un flipper. Sei esposto a svariate situazioni e non hai esperienza, ricordo che il laboratorio di modellazione era la mia isola felice avendo fatto molta esperienza in Accademia, lì sapevo come muovermi, era la mia base per poi buttarmi nella mischia e imparare cose nuove.

Il suo è un modello di architettura responsabile…di cosa si tratta?
Sono consapevole dell’importanza sociale di questo ruolo per cui lavoro su una continua ricerca di interpretazione del luogo, cercando di attivare nell’immaginario un’atmosfera, uno spazio che andrà vissuto, dove orientarsi e identificarsi.

Qual è il fil rouge che identifica i suoi lavori?
Spesso persone e amici mi dicono che riconoscono un mio progetto e questo mi fa molto piacere perché vuol dire che in qualche modo ritrovano un fil rouge. In ogni progetto ci sono aspetti che non cambiano come la ricerca spaziale, le analisi e il metodo ma il processo creativo è sempre in mutamento, non si applica una formula ma si cerca sempre di creare qualcosa di nuovo e di diverso attraverso la sperimentazione. Durante un progetto sei soggetto a tante variabili diverse che spesso prendono forme inaspettate, non c’è un binario da seguire ma grande apertura e lavoro interdisciplinare. Nei miei progetti cerco di emozionare, di trasmettere un’esperienza, che è quello che provo quando fisso una fotografia o un’opera d’arte. L’obiettivo è ricreare quell’atmosfera, uno spazio speciale.

Arriviamo a Piazza Fidia: mi parli di questo progetto.
Piazza Fidia è il progetto a cui sono più legato essendomi aggiudicato un concorso potendomi confrontare con i più grandi studi del settore. Si tratta del progetto di riqualificazione dell’immobile direzionale di Piazza Fidia nel quartiere Isola di Milano, tra Scalo Farini e Porta nuova. L’edificio offre spazi di lavoro efficienti e sostenibili grazie alle certificazioni ambientali Leed, Well, Wiredscore e Breeam. La consegna dell’immobile, commercializzato da BNP Paribas Real Estate per conto di Ardian e Prelios Sgr, è prevista nel 2022. L’immobile ha un’immagine di impatto che dichiara in maniera forte e netta la sua presenza e la sua volontà urbana. La struttura generatrice della forma rimane nuda esprimendo la sua essenza e rispecchiando le condizioni regolari del contesto, basate su semplici geometrie, attraverso la ripetizione modulare di componenti strutturali e trasparenti che si bilanciano. Una grande griglia regolare che enfatizza la ripetizione viene spezzata da forti diagonali che permettono di svincolarsi dagli edifici confinanti creando cannocchiali verso la città, portando luce, vibrazione e movimento all’edificio. “Primo”, sarà il nome del palazzo che deriva dall’impronta dell’edificio a forma di “1” oltre che dalla localizzazione di Piazza Fidia 1. Un nuovo punto di riferimento di una zona in grande metamorfosi. L’edificio è completamente libero dal contesto e la trasformazione della piazza interna genera un attacco a terra che si allaccia al tessuto urbano della città.

Grande attenzione anche alla sostenibilità, a partire dall’efficientamento energetico…
Ogni edificio ha un cervello , una vita e una durabilità e  l’impatto positivo a lungo termine che dovrebbe avere sull’ambiente e sulla sua rigenerazione sociale, economica, naturale e urbana dipende esclusivamente da una progettazione basata su contenuti sostenibili. Oggi si parla di sostenibilità come se fosse una novità, una moda, ma il rapporto tra costruito, clima, territorio e risorse esiste da sempre; tuttavia, è stato scavalcato dalla tecnologia, al servizio di un mondo artificiale. Vengono commercializzati edifici a impatto zero ma in realtà costruire non è mai un’azione sostenibile, ci sono trasformazioni e processi industriali ma quello che si può fare è costruire meglio consumando meno e ragionando sulle prestazioni di un edificio.

A quali altri progetti sta lavorando?
Sto lavorando su progetti diversi, su scale diverse e in Paesi diversi ed è una flessibilità che mi piace e che voglio mantenere in futuro. Si passa in parallelo dalla progettazione più artigianale di interni e oggetti d’arredo a un processo più strutturato di sviluppo di grandi edifici e concept di interi masterplan.

Come è cambiata l’architettura durante il Covid?
La quarantena mi ha concesso il tempo per riflettere su dettagli che la vita frenetica mi impediva di fare, di riscoprire nuovi spazi e tempi di vita, un rapporto diverso tra pubblico e privato. Lo smart working ha certamente alterato i ritmi di lavoro, imponendo una meccanizzazione che riduce ai minimi termini ogni forma di spontaneità e annulla la dimensione artigianale. Il digitale è indubbiamente il presente e il futuro ma non potrà mai sostituire la componente fisica ed emozionale.