Perché la crisi di Evergrande non sarà la nuova Lehman Brothers, ma dirà dove va la Cina

Xi Jinping Cina Evergrande
(foto Lintao Zhang/Getty Images)
Share

Tutto finito? Probabilmente no, ma la mattonata in arrivo da Evergrande, colosso immobiliare dai piedi d’argilla, oggi non fa più paura ai mercati d’Occidente, impegnati a far la fila per acquistare le azioni di Universal, la regina della musica che ad Amsterdam ha avviato la sua Ipo con un lusinghiero +37%. Intanto, a Hong Kong, gli operatori, quasi rassegnati ai primi default dei bond del gruppo immobiliare, zavorrato da 306 miliardi di dollari di debiti, hanno spostato il tiro. In attesa degli eventi, il titolo esce quasi indenne dopo una giornata drammatica (-17%). In cambio, scatta la caccia ai compagni di sventura. Società immobiliari in odore di default, ma anche la lista dei fornitori, con un occhio di riguardo per la carta igienica.

Sì, il titolo Toto, colosso del toilet paper, ha lasciato sul terreno il 15% da giovedì scorso per il fondato sospetto che tra i crediti che Hui Ka Yan, proprietario di Evergrande, già uomo più ricco di Cina, ci sia proprio Toto, che in Cina realizza un terzo del fatturato. Analoga sorte stanno subendo gli altri fornitori, dagli scavatori di Komatsu alle ditte di vernici. Oltre ad Alibaba e ad altri giganti di internet che potrebbe essere chiamati a compensare con i propri utili i danni del probabile crack.

Perché Evergrande non sarà la nuova Lehman Brothers

Quel che appare probabile, però, è che per ora il tracollo di Evergrande, con i suoi 1,4 milioni di appartamenti (in 220 città) rimasti a metà per mancanza di fondi, i 3 milioni di dipendenti tra cui molti costretti a versare i risparmi in fondi di risparmio finito male, non darà luogo a un effetto domino come quello provocato dalla crisi di Lehman Brothers, con ricadute drammatiche sulle borse occidentali. Evergrande ha debiti in obbligazioni in valuta per 14 miliardi di dollari che scadranno dopo il 2021, anno in cui si tratta di far fronte a interessi per 850 milioni.  Cifre importanti, ma non tali da giustificare un crollo sistemico.

Il tracollo di ieri, che ha investito i listini europei e Usa, insomma, è più frutto delle tensioni di Wall Street dopo un’estate all’insegna del rialzo e in attesa della Federal reserve che non delle disgrazie di Evergrande, che giovedì non potrà onorare le rate di alcuni bond. Una brutta notizia per quei gestori – tra cui Amundi e Ubs – che hanno investito in quei prodotti che a gennaio promettevano il 10,3% di interessi. Ma sono rischi che si corrono, senza troppi drammi in un anno di pingui guadagni.

La vicenda, però, è tutt’altro che chiusa. E promette sviluppi clamorosi, decisivi per capire dove va la Cina, che è pur sempre il secondo motore dell’economia globale. Per questo Evergrande rappresenta la vera cartina di tornasole della Cina di oggi e, soprattutto, di domani.

Evergrande, la cartina di tornasole della Cina di oggi e di domani

La Cina è fondata sul mattone, L’immobiliare rappresenta il 26% del Pil. Finora le autorità hanno incoraggiato la crescita del mercato in tutta la Repubblica Popolare, senza badare al rischio di un’esplosione dell’offerta che pure caratterizza molte città dove sorgono casermoni disabitati. A spingere sull’acceleratore sono stati i politici, concentrati sull’obiettivo della crescita, e ancor di più regioni e municipalità. La vendita del diritto a costruire è stata da sempre una fonte rilevante per le casse comunali, consentendo tra l’altro un fisco dalla mano leggera.

Evergrande, la creatura di Hui Ka Yen, che è stato fino a pochi giorni fa l’uomo più ricco della Cina, ha sviluppato in maniera scientifica un sistema che sembrava inattaccabile: la società compra e sviluppa progetti immobiliari, soprattutto appartamenti che vende ai clienti, per lo più famiglie, dietro il pagamento di acconti o, spesso, dell’intera somma pattuita, prima della consegna del bene, spesso finanziato da mutui. Da una parte, dunque, Evergrande incassa in anticipo, dall’altra paga i fornitori con debito commerciale a breve termine ma anche con emissione di obbligazioni, spesso in valuta estera.

Il meccanismo ha consentito un’espansione da capogiro. Oggi la società, per anni mecenate del calcio cinese (nel Guangzhou hanno militato sia Marcello Lippi che Fabio Cannavaro), ha quasi 800 cantieri in corso in oltre 200 città. È da lì che, in questi giorni, si sono mossi i risparmiatori gabbati alla volta del quartier generale di Shenzhen. Così come i dipendenti che hanno sottoscritto i “fondi benessere” con i propri risparmi e che rischiano di perdere tutto.

Le origini di una crisi

Il giocattolo è andato in crisi quando Pechino, preso atto della crescita esponenziale del debito, specie in periferia, ha provato a correggere gli eccessi di uno sviluppo basato solo sul credito bancario. Le autorità hanno fissato limiti all’indebitamento delle immobiliari, compresa Evergrande, che nella stagione della grande euforia si è per giunta tuffata nella speculazione di Borsa, con esiti incerti. Di fronte alla stretta, la società si è comportata con il più classico schema da “troppo grande per fallire”. Ma si è scontrata con la decisione di ridurre l’esposizione delle grandi banche, tutt’altro che solide, rispetto al mattone, che rappresenta il 29% del totale del credito.

Di qui una serie di espedienti. A partire dai “prestiti tra amici”, compresa la famiglia Zhang, proprietaria dell’Inter, allettata da rendimenti extra in attesa di una quotazione che non è stata approvata dalle autorità di Borsa. E i famigerati wealth management products (wmp), che promettono rendimenti spesso a doppia cifra, ma si rivelano bidoni.

Ora siamo arrivati all’epilogo. Xi Jinping salverà Evergrande? Quasi certamente no. Il presidente, impegnato nella campagna del “benessere comune” contro l’egoismo dei ricchi, non aiuterà un’azienda privata con i soldi di Stato. Più facile che Xi, impegnato a cambiare dopo quarant’anni il modello sociale dello sviluppo del Paese, in un ritrovato spirito da rivoluzione culturale troverà un modo per ridurre i danni alla classe media, già provata dalla pandemia e dalla frenata dell’economia. 

Ma cosa comporterà per noi la crisi del mattone cinese? Il vero test si avrà con la riapertura dei mercati locali e con la probabile dichiarazione di default di giovedì. Ma allora i mercati saranno concentrati a decifrare le parole della Fed. Forse non ci sarà tempo per pensare ai bidonati di Shenzhen.