Due esperti spiegano perché nel mercato dei distillati l’Italia si sta mettendo in pari con gli altri Paesi europei

Claudio Riva e Davide Terziotti
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Articolo tratto dal numero di settembre 2021 di Forbes Italia. Abbonati!

di Marco Gemelli

Anche in Italia  esplode la passione per la distillazione. Il settore, infatti, fa registrare un trend di crescita stimato almeno nel 25% nell’ultimo triennio. Non solo: complice un rinnovato interesse degli italiani per il mondo degli spirits – in primis gin, ma anche grappe e whisky – solo nell’ultimo decennio il numero dei distillatori è cresciuto quanto nei 70 anni precedenti. Certo, siamo ancora lontani dal colmare il gap con gli altri paesi europei e con gli Stati Uniti, dove l’arte del craft distilling ha avuto inizio, ma secondo gli addetti ai lavori siamo all’alba di un autentico boom. Un po’ come quello che vent’anni fa ha portato all’esplosione del fenomeno dei birrifici artigianali.

“Il settore in Italia è rimasto bloccato per interi decenni”, spiegano Claudio Riva e Davide Terziotti, organizzatori di Distillo, la prima fiera italiana dedicata alla micro distillazione (Milano, 1-2 febbraio). “Pur non avendo grandi tradizioni, però, ci stiamo imponendo sul mercato con attori di qualità: oggi abbiamo circa 135 licenze e 80 alambicchi, di cui l’85% produce grappa mentre il resto si divide tra distillati di frutta e brandy. Si tratta di un comparto dalle piccole dimensioni: l’80% delle distillerie artigianali italiane ha meno di 10 addetti e addirittura il 95% meno di 50. Le più recenti strutture sono votate prevalentemente al gin, per questioni di maggiore popolarità (da solo conta circa 200 brand) e per la maggiore facilità di accesso a una licenza di distillazione, quella ad accisa assolta”.

Distillo

Dall’altro lato, il consumatore italiano è fruitore di prodotti d’alta gamma: “Non beviamo tanto”, confermano Riva e Terziotti, titolari di Craft Distilling, “ma lo facciamo bene. Non a caso, la categoria dei single malt scotch whisky è stata lanciata e promossa dagli italiani negli anni ‘60, e siamo un’avanguardia anche sul fronte del rum di qualità”. Paradossalmente, anche la pandemia ha portato a un aumento d’interesse verso il settore: “Sempre più professionisti della ristorazione e dell’ospitalità stanno pensando di differenziare il proprio business con un’attività di distillazione”, concludono Riva e Terziotti, “e gli esempi americani e britannici durante la crisi finanziaria di metà anni 2000 dimostrano che il settore della distillazione artigianale e dei distillati premium non è solo resistente alla crisi ma, in alcuni casi, ne prende addirittura spinta. Tra il 2005 e il 2015 in America, dove non si apriva una distilleria da prima del Proibizionismo, le strutture sono decuplicate, passando da cento a oltre mille: in stati come il Texas, oggi è impossibile non imbattersi in una distilleria artigianale”.