Energia dai vulcani e niente tasse: come funzionerà la prima Bitcoin City di El Salvador

El Salvador bitcoin
The capital city of San Salvador sits in the Boquerón Volcano Valley surround by volcanoes. The second largest volcano in El Salvador, San Vincente, also known as Chichontepec, rises above the city with its well known double craters. The white domed Metropolitan Cathedral of the Holy Savior is the center of its downtown.
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Di Federico Rivi

Una città fondata su Bitcoin e sostenuta dai proventi del mining, ovvero l’estrazione di nuove monete digitali. Un’attività che spesso è stata criticata per il consumo energetico e l’impatto ambientale. Ma che, in questo caso, potrebbe evitare il problema: sarà alimentata con l’energia geotermica dei vulcani.

Il piano è stato presentato dal presidente di El Salvador, Nayib Bukele, due mesi dopo l’entrata in vigore della cosiddetta Bitcoin Law: la legge con cui il Paese – primo e per ora unico al mondo – ha dichiarato bitcoin valuta a corso legale. Da allora El Salvador ha accumulato circa 1.200 bitcoin (al cambio attuale, circa 66 milioni di dollari) e non sembra intenzionato a venderne alcuno.

Ma come è strutturato il progetto salvadoregno? Può essere d’esempio? Perché è strettamente legato al mining di Bitcoin e, soprattutto, quanto inquina davvero questa attività?

I bitcoin bond

Per finanziare il piano della Bitcoin City, El Salvador ha annunciato l’emissione di bond mai visti prima d’ora. Titoli di Stato decennali garantiti da un sottostante del 50% in bitcoin, strutturati come segue:

  • Emittente: Repubblica di El Salvador
  • Valore: un miliardo di dollari
  • Interesse annuale: 6,5%, pagabile ogni gennaio
  • Sottoscrizione minima: 100 dollari
  • Cittadinanza di El Salvador in caso di investimento uguale o superiore a 100mila dollari mantenuto per almeno cinque anni.

Per il miliardo raccolto con ciascuno dei bond – che in totale saranno 10 – il piano è di investire 500 milioni per partire con la costruzione delle prime infrastrutture e gli altri 500 milioni in bitcoin. Questi ultimi saranno vincolati per almeno cinque anni, al termine dei quali, se il prezzo di bitcoin sarà aumentato, il 50% degli utili verrà distribuito agli obbligazionisti. Se, invece, il bitcoin avrà perso valore, per i sottoscrittori non ci saranno rischi e le perdite verranno assorbite dallo Stato.

Complessivamente, dunque, i 10 bond dovrebbero raccogliere cinque miliardi per la costruzione della città e cinque miliardi da investire in bitcoin. Blockstream, una delle maggiori aziende al mondo nel campo dei bitcoin, che segue in progetto insieme al governo, ha spiegato che l’investimento di cinque miliardi di dollari renderà il mercato della criptovaluta ancora più illiquido e potrebbe favorire, in questo modo, una forte salita del prezzo.

Un paradiso fiscale per bitcoiner

La mossa del Paese centramericano appare studiata apposta per attrarre chi, nel tempo, ha accumulato grandi ricchezze con i propri investimenti in bitcoin. Il tasso di crescita composto annuale dell’asset, nell’ultimo decennio, è stato infatti del 196,7%, un dato senza eguali nella storia della finanza.

Nella Bitcoin City vigerà solamente un 10% di Iva sull’acquisto di beni e servizi. Per il resto, i residenti godranno di un regime completamente tax free. Redditi, plusvalenze e proprietà avranno lo 0% d’imposizione fiscale.

Come dovrebbero essere finanziate, dunque, le infrastrutture e i servizi pubblici? L’idea è quella di utilizzare in parte i proventi del mining, ovvero quel processo che trasforma l’energia elettrica in valore spendibile tramite macchine specializzate (chiamate Asic) che con complesse operazioni matematiche estraggono bitcoin nuovi di zecca.

Il mining: come interpretare il consumo energetico

Il paragone tra il consumo energetico del mining e quello di intere nazioni è piuttosto frequente. Il Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index – che aggiorna quotidianamente il fabbisogno energetico di Bitcoin – mostra come la criptovaluta attualmente consumi quasi 113 terawattora all’anno, un valore in effetti in linea con quello di molti paesi.

Il punto è: si tratta del confronto giusto? Bitcoin non è uno Stato-nazione, rappresenta piuttosto un sistema finanziario alternativo e viene definito sempre più spesso oro digitale per via della sua scarsità (non esisteranno mai più di 21 milioni di bitcoin e già oggi ne sono stati emessi quasi 19 milioni). Meglio, quindi, confrontarlo con i suoi reali competitor.

Un rapporto pubblicato a maggio da Galaxy Digital ha evidenziato come il sistema bancario consumi ogni anno oltre 250 terawattora, più del doppio di Bitcoin. Per estrarre l’oro occorrono invece 131 terawattora all’anno. Dalla ricerca emerge anche che l’energia elettrica globale dissipata ogni anno durante il trasporto ammonta a 2.205 terawattora e che la tecnologia always-on dei dispositivi elettrici americani spreca 1375 terawattora.

L’energia a disposizione, quindi, c’è. Il problema non sta nella quantità necessaria al sistema Bitcoin, ma nelle fonti dalle quali viene ricavata. Perché consumo energetico e inquinamento sono cose diverse.

Rinnovabili o fossili?

Se l’anno scorso – secondo il terzo Cambridge Global Cryptoasset Benchmarking Study – il totale dell’energia utilizzata da Bitcoin proveniva per il 39% da fonti rinnovabili, quest’anno i dati sono più confortanti. La Cina, Paese che fa ancora forte utilizzo del carbone e che ospitava una grossa fetta del mercato del mining, quest’anno ha vietato l’attività sul suo territorio, obbligando le imprese del settore a espatriare. 

Lo scorso luglio il Bitcoin Mining Council, che riunisce aziende e gruppi del settore, ha pubblicato un sondaggio sul 32% del network ed è emerso che nel secondo trimestre 2021 le rinnovabili hanno coperto il 56% del fabbisogno.

La tendenza è dunque quella di uno spostamento verso le rinnovabili. C’è poi chi crede che Bitcoin non solo diventerà sostenibile al 100%, ma che sarà un traino per la transizione energetica globale. Lo hanno scritto, in un white paper pubblicato ad aprile, l’asset manager Ark Invest e Square, azienda fondata dal ceo di Twitter Jack Dorsey. 

Poiché le fonti rinnovabili sono più economiche di quelle inquinanti, il documento spiega come i miner siano incentivati economicamente a utilizzare impianti a impatto zero, perché il profitto del mining è maggiore al calare del costo dell’energia utilizzata.

Il mining a El Salvador

Per finanziare il proprio progetto tramite il mining, il Paese centramericano avrà bisogno di grandi quantità di energia elettrica a basso costo. Ma non dovrebbe essere un problema. El Salvador è infatti ricco di vulcani e dispone già di centrali che convertono l’energia geotermica in energia elettrica. 

Un impianto di mining è già operativo e ha iniziato a produrre i primi bitcoin a inizio ottobre.

È ancora presto per capire se quello di El Salvador – uno dei paesi più poveri al mondo, con il 70% della popolazione priva di un conto bancario – sia un progetto concreto, che aprirà la strada a un nuovo modo di pensare la società, oppure più un’idea di marketing per attirare sul presidente Bukele i riflettori globali. Ciò che è certo è che si tratta del primo tentativo in assoluto di creare un’economia, seppur in scala ridotta, interamente basata su bitcoin: una singolarità i cui sviluppi verranno osservati attentamente dal mondo intero.

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