La storia di Pavel Durov, il fondatore miliardario di Telegram che è scappato da Putin. E ora vuole vendicarsi

Pavel Durov Telegram
Pavel Durov, fondatore di Telegram (foto Steve Jennings/Getty Images per TechCrunch)
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Una mattina di fine 2011, Pavel Durov era nel suo appartamento di San Pietroburgo quando una squadra di agenti in tenuta antisommossa si presentò alla porta. Qualche giorno prima, si era rifiutato di rimuovere da VKontakte, il Facebook russo che aveva creato cinque anni prima, le pagine degli oppositori politici di Vladimir Putin. “Gli agenti erano armati e sembrava che facessero molto sul serio”, ha raccontato Durov al New York Times. Ciò nonostante, non aprì. Dopo più di un’ora, la polizia se ne andò. Un giornalista di Mosca ha spiegato a Fortune che “in Russia, per cose del genere, la norma è di mantenere un profilo molto, molto basso”. Durov, invece, rese pubblica la vicenda.

Fu il primo di una serie di scontri con il Cremlino che hanno infine costretto Durov ad abbandonare il suo Paese nel 2014. Il fondatore di VKontakte è stato cacciato dalla sua creatura, che oggi è in mano ad alleati di Putin. È diventato cittadino di Saint Kitts and Nevis, un arcipelago caraibico, in cambio di una donazione da 250mila dollari alla Fondazione per la diversificazione dell’industria dello zucchero locale. Ha portato i suoi soldi in Svizzera, ha girato il mondo a lungo prima di stabilirsi a Dubai. E dal suo esilio ha creato Telegram, l’app che nell’ultimo mese è diventata, come ha scritto Marco Imarisio sul Corriere della Sera, “lo strumento senza il quale [la guerra in Ucraina] non potrebbe essere raccontata”. E che sta offrendo al suo creatore, dopo otto anni, l’occasione di consumare la sua vendetta.

Pavel Durov, tra Edward Snowden e Keanu Reeves

In quanto fondatore di VKontakte, Pavel Durov è stato etichettato a lungo “il Mark Zuckerberg russo”. Originario di San Pietroburgo e cresciuto per un periodo a Torino, dove il padre insegnava filologia classica, Durov condivide con il creatore di Facebook l’anno di nascita, il 1984. Come lui ha creato l’embrione del suo social network all’università, dove lo aveva concepito come strumento per studenti e professori.

Secondo il giornalista Joshua Yaffa, che lo ha incontrato nel 2013 per Bloomberg, Durov è però “più affascinante e imprevedibile” di Zuckerberg. Adora la saga di Matrix e veste quasi sempre di nero. Un libro del reporter russo Nikolai Kononov lo descrive come un uomo a cui “piace essere l’architetto che controlla l’intero sistema. È un individualista, un egoista. Lavora solo per se stesso, gioca solo al suo gioco”.

Durov, tra l’altro, ha offerto un impiego a Edward Snowden, l’ex tecnico della Cia che ha rivelato piani segreti di sorveglianza di massa del governo statunitense e di quello britannico, per poi definirlo “il suo eroe personale”. Ha lanciato l’equivalente di duemila dollari dalla finestra del suo ufficio, in banconote da cinquemila rubli, e ha causato scontri in strada tra chi cercava di accaparrarsele. Si è definito astemio, vegetariano e taoista. E ha scritto un manifesto libertario in cui affermava che le valute nazionali sono “anacronistiche”, che “la società deve sbarazzarsi del peso di leggi obsolete, licenze e restrizioni” e che “la migliore iniziativa legislativa è l’assenza”.

Il Facebook russo

La pronuncia di VKontakte suona come l’espressione russa equivalente a “in contatto”. Durov ha creato la piattaforma nel 2006 con l’aiuto del fratello maggiore, Nikolai, considerato un genio della matematica e della programmazione. La maggior parte dei capitali, secondo Bloomberg, veniva da Mikhael Mirilashvili, uomo d’affari con interessi nei settori immobiliare, edilizio, petrolifero, energetico e dei casinò. Il figlio, Vyacheslav, era un compagno di scuola e socio di Durov.

VKontakte è diventata in breve una piattaforma da tre miliardi di dollari. Nel 2010 ha portato il suo quartier generale nella storica Casa Singer, sulla Prospettiva Nevskij. L’anno dopo, però, è entrata in conflitto con il Cremlino. Il rifiuto che portò la polizia sulla porta della casa di Durov fece di lui, per un breve periodo, un nuovo volto dell’opposizione. In una lettera, però, il diretto interessato spiegò che si era trattato di una scelta d’affari: “Se i siti stranieri continuano a esistere in uno stato libero e i siti russi iniziano a essere censurati, l’internet di lingua russa può solo attendere di morire lentamente”.

C’è chi dice no

A quel ‘no’ ne seguirono altri. Durov rifiutò di passare alle autorità i dati dei manifestanti ucraini pro-europeisti di Euromaidan, scesi in piazza contro la sospensione delle trattative per un accordo di associazione con l’Ue. Non consegnò nemmeno quelli dei leader ucraini nei giorni dell’annessione della Crimea e non bloccò la pagina VKontakte di Alexei Navalny, il maggiore oppositore di Putin. E ancora una volta fece conoscere i fatti a tutti: pubblicò alcune ordinanze e spiegò perché le considerava illecite.

Nel 2013 la polizia si ripresentò da Durov, accusato di essere passato sul piede di un agente con una Mercedes bianca. Nel 2014 VKontakte fu scalata da alleati di Putin. Durov fu cacciato in aprile. Lasciò il Paese “senza alcuna intenzione di tornare indietro” e definì la Russia “incompatibile con il business di internet”. Pochi giorni fa ha scritto: “Ho perso la mia azienda e la mia patria, ma rifarei tutto allo stesso modo, senza esitazione”.

Oggi VKontakte appartiene a Sogaz, costola assicurativa del gigante dell’energia Gazprom, di proprietà del governo di Mosca. Tra gli azionisti di Sogaz c’è Yuri Kovalchuk, un oligarca che Putin ha definito come un suo amico personale.

La nascita di Telegram

Per poter viaggiare senza problemi di visto in Europa, Durov, che da agosto 2021 è anche cittadino francese, nel 2014 prese il passaporto di Saint Kitts and Nevis: un arcipelago caraibico con poco più di 50mila abitanti, comparso sui giornali soprattutto per avere prodotto un campione del mondo dei 100 metri. Mise 300 milioni di dollari nelle banche svizzere e cominciò a lavorare a Telegram, la sua seconda creazione. Prima a Berlino, poi a Dubai, dove oggi vive e amministra un patrimonio di 15,1 miliardi di dollari.

Nel 2018 ha tentato anche di creare una criptovaluta, Gram, e una piattaforma blockchain, Ton. Ha raccolto 1,7 miliardi di dollari e ha trovato finanziatori come Laurene Powell Jobs, vedova del fondatore di Apple. È stato però costretto a rinunciare dopo un contenzioso durato due anni e mezzo, in cui la Securities and Exchange Commission – equivalente americano della nostra Consob – ha sostenuto che Gram violasse le leggi federali. “In pratica”, ha riassunto Wired, “Telegram non avrebbe registrato la vendita del token, che la Sec considera un titolo azionario”.

“L’app più amata dei terroristi”

Telegram è conosciuta come un’app che mette la riservatezza prima di tutto. Una filosofia figlia delle esperienze in patria e dell’avversità di Durov per il controllo e l’intervento statale. In un’intervista a Fortune, il miliardario ha raccontato di non parlare quasi mai al telefono, di avere tre numeri e di cambiarli di continuo. “È come una questione di igiene personale”, ha detto. “Come cambiare lo spazzolino da denti”.

Proprio per la sua ossessione per la segretezza Telegram è diventato, come ha scritto il Corriere, “il social più amato dai terroristi di tutto il mondo”. Uno status che già nel 2016, pochi mesi dopo gli attentati del Bataclan di Parigi, gli attribuiva anche un analista del Combating Terrorism Center di West Point, citato da Fortune: “Tra i canali utilizzati dai gruppi terroristici, Telegram è uno dei primi tre”.

Durante la pandemia si è parlato dell’app anche come di un “incubatore di no vax”. E dopo che Facebook e Twitter hanno cacciato Donald Trump e adottato misure per contrastare la disinformazione estremista, Telegram è stata anche indicata come uno dei nuovi rifugi dell’ultradestra americana, assieme a Signal.

Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Proprio il fondatore di Signal, Moxie Marlinspike, alcuni giorni fa ha messo in dubbio la sicurezza di Telegram per le comunicazioni sulla guerra in Ucraina. Secondo Marlinspike, Mosca potrebbe esigere e ottenere dati dai dipendenti russi della società. “Se il Cremlino non vuole prendersi il disturbo di fare hacking”, ha affermato, “può barattare la sicurezza delle famiglie di queste persone con l’accesso ai dati”.

Telegram, come sottolinea Forbes.com, non spiega al pubblico le modalità con cui fornisce dati alle forze dell’ordine. Durov, in un messaggio sulla sua piattaforma, ha dichiarato però di non avere mai fornito dati di cittadini ucraini al governo russo, “né personalmente, né attraverso la sua società”.

Secondo la società di sicurezza informatica Check Point, nel giorno in cui la Russia ha invaso l’Ucraina è nata un’enorme quantità di canali Telegram dedicati alla guerra. Quasi un quarto serve a coordinare attacchi informatici contro la Russia. “Fra questi”, segnala Forbes, “c’è anche l’It Army, coordinato dal ministero della Trasformazione digitale del governo ucraino”.

Telegram, in Ucraina, viene usato dai giornalisti, dai cittadini ucraini che comunicano con i parenti e con il resto del mondo, dai russi che cercano informazioni non inquinate dalla propaganda, da Volodymyr Zelensky per lanciare appelli alla resistenza. Per Politico, Telegram, rifugio degli estremisti e ora canale privilegiato per l’informazione indipendente, è “il Dottor Jekyll e Mr. Hyde” dei social.

Durov, tramite la sua piattaforma, ha anche ricordato le origini ucraine di un ramo della sua famiglia. “Il nome da nubile di mia madre è ucraino (Ivanenko) e ancora oggi abbiamo molti parenti che vivono in Ucraina. Per questo la tragedia del conflitto è personale per me e per Telegram”. Per questo, e perché resta da consumare una vendetta attesa per otto anni.

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