Guerra e pandemia minacciano le promesse della Cop26: il mondo è in ritardo nella rivoluzione sostenibile

Il premier britannico Boris Johnson durante la Cop26 di novembre 2021 a Glasgow, in Scozia. (Photo by Christopher Furlong/Getty Images)
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La conferenza sul clima che si è tenuta a Glasgow il 12 novembre, la Cop 26, ha gettato le basi di un ambizioso percorso che punta a dimezzare le emissioni entro il 2030 e azzerare quelle nette entro il 2050. Purtroppo, se gli impegni che si sono assunti i 140 Paesi presenti all’evento sono lodevoli, non altrettanto si può dire, almeno per il momento, dei risultati. “Mentre i governi del G20 hanno fatto delle promesse senza precedenti nel 2021, nessuno di loro ha implementato misure sufficienti per raggiungere in modo plausibile una profonda decarbonizzazione”.

Il giudizio, severo e drastico, viene dai ricercatori di BloombergNEF, una data company che si occupa di investimenti energetici e di ricerche sul mercato dei permessi di emissione di anidride carbonica. A decretare la condanna del Bnef c’è soprattutto il fatto che i Paesi del G20 spendono ogni anno 600 miliardi di dollari in sussidi ai combustibili fossili, il 40% dei quali va ai produttori. Inoltre, gli sforzi compiuti dai governi per tagliarli “sono stati poco incisivi”, mentre la guerra in Ucraina “potrebbe rendere più complicato ritirare i sostegni introdotti a favore dei consumatori”.

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L’Italia tra i paesi più virtuosi

Certo, nel report annuale  G-20 Zero Carbon Policy Scoreboard 2022” , il secondo realizzato, gli analisti di Bnef sottolineano anche ciò che di positivo è stato fatto in questi mesi. Tuttavia, su una scala che va da 0 a 100%, nessun Paese che fa parte del forum delle nazioni più industrializzate ha ottenuto il massimo dei voti. I primi classificati – Germania, Francia, Regno Unito e Italia – si sono fermati al 75%. Come si legge nello studio di Bnef, “anche i top performer hanno spazio per migliorare”. Decisamente peggiori sono i risultati conseguiti dagli altri Paesi. Nel gruppo chiamato “altri membri Ocse” e che comprende Australia, Giappone e Turchia, la media è del 52%.

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La nota dolente di economie emergenti e Usa

Le economie emergenti, invece, guidate da India e Sud Africa, “rimangono indietro nell’implementazione delle politiche con un punteggio medio del 36%”. E gli Usa? Il Paese guida dell’Occidente, con un 57%, si trova a metà classifica, alle spalle di Corea del Sud, Canada e Giappone. Per confezionare il report gli analisti di Bnef hanno valutato i progessi conseguiti in sei ambiti diversi: produzione di energia elettrica, combustibili a basse emissioni (come il gas naturale) e strumenti di cattura del carbonio (Ccus), trasporti, costruzioni, industria ed economia circolare.

Sulla base di questi parametri, il Paese che ha fatto di più è stata la Germania. Con un punteggio totale dell’82%, Berlino è prima in tutti i settori, tranne in quello relativo all’uso di combustibili a basse emissioni, seconda dietro agli Stati Uniti, e nell’economia circolare, sesta con il 63%.  

Mancano progressi nell’ambito dell’economia circolare

Per quanto riguarda l’Italia, con una valutazione del 70%, il nostro Paese è il fanalino di coda del gruppo dei migliori. Il comparto dove abbiamo fatto meglio è quello della decarbonizzazione dell’energia elettrica: siamo quarti con il 71% alle spalle della Francia (78%). 

In generale, sottolineano i ricercatori Bnef, c’è “una mancanza di progressi nelle politiche” per lo sviluppo “dell’economia circolare, che è cresciuta soltanto di un punto percentuale – il più basso incremento di tutti i settori studiati”. A guidare il convoglio in quest’ambito c’è la Corea del Sud che ha totalizzato un punteggio del 74%. 

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I progressi nella finanza sostenibile

Gli elementi positivi, però, non mancano, soprattutto per i Paesi europei. “Un numero crescente dei governi del G20” si legge nel report, “hanno implementato normative per costringere  le istituzioni finanziarie e le compagnie a considerare le implicazioni ambientali, sociali e di governance quando prendono decisioni di investimento”.

Si tratta dell’ormai famosa sigla Esg, un acronimo che indica i criteri di natura non finanziaria che misurano l’impatto dell’attività delle imprese sulla società nel suo complesso. Tra il 2011 e l’agosto del 2021, in tutto il mondo, sono state approvate 369 nuove normative sulla finanza sostenibile e sulla sostenibilità aziendale, contro le 167 del decennio precedente. A fare da apripista in questo settore sono stati i Paesi europei e il Regno Unito, “che hanno adottato il più alto numero di misure”, tra le quali la divulgazione dei risultati delle analisi Esg.

L’Europa prima della classe

Anche nel settore dei cosiddetti “permessi per inquinare” l’Europa è la prima della classe. Sebbene siano 13 i Paesi del G20 che hanno introdotto meccanismi di questo tipo, l’European Trading System è quello che funziona meglio. Si tratta, in sostanza, di un mercato nel quale le imprese si scambiano le cosiddette quote di emissione, certificati che consentono di inquinare (e produrre) di più. Ebbene, il sistema europeo è quello con i prezzi maggiori (tra i 67 e i 115 dollari per metro cubo di CO2) e con meno esenzioni. Insomma, secondo l’analisi del Bnef l’Europa se la cava, anche se potrebbe fare di più. I tempi, tra inflazione, guerra e una pandemia non ancora sopita, non sono certo i più favorevoli per fare (costose) rivoluzioni. O forse sì.  D’altronde, chi di rivoluzioni se ne intendeva una volta disse: “Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente”.

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