In che modo il conflitto russo-ucraino sta colpendo l’approvvigionamento dell’olio di girasole

Fabio Mascese
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Se nelle ultime settimane la tematica del grano e dei cereali ostaggio del conflitto russo-ucraino ha monopolizzato l’attenzione mediatica, è invece scomparso il focus su un altro prodotto agricolo tipico delle due nazioni dell’Est: l’olio di girasole. Vista la guerra in corso tra i principali produttori mondiali, la cui somma da il 60% del liquido dorato, le industrie che di quest’olio fanno uso massivo si sono trovate ad affrontare la problematica.

Gli usi di questo prodotto infatti sono molteplici, dall’industria biochimica ed energetica ai mangimi, dalla produzione di conserve e dolci alla ristorazione fuori casa. Per saperne di più sull’impatto di questa problematica sulla filiera abbiamo incontrato Fabio Mascese, sales director food service southern Europe di McCain, azienda leader a livello globale per quanto riguarda le patatine fritte surgelate e gli appetizer. La scelta non è certamente casuale, infatti il comparto si trova ad affrontare il problema dell’assenza di olio su tutti i livelli della filiera, dalle grandi fabbriche europee fino ai clienti a dettaglio, che devono friggere i prodotti per poterli servire ai clienti.

A poco più di 100 giorni dall’inizio del conflitto, come si è evoluta la situazione dell’approvvigionamento dell’olio di girasole sui vari livelli della filiera?

Lo scenario in questi pochi mesi ha avuto diversi cambiamenti. Prima del conflitto infatti l’importazione era affidata al trasporto marittimo, che è stato subito bloccato a causa degli eventi bellici. La situazione però rispetto all’inizio della guerra (in cui si trovavano le taniche e le bottiglie contingentate nei Cah&Carry e addirittura nei supermercati) si è molto distesa. Una parte dell’olio ha ricominciato a viaggiare su rotaia o su gomma, mentre sono entrati sul mercato nuovi Paesi esportatori, finora marginali per via dell’estrema competitività dei prezzi russi e ucraini. Dall’Argentina all’Europa, i nuovi player hanno colmato in vuoto lasciato nel mercato.

Ma l’allarme pare lontano dall’essere rientrato…

Resta l’incognita del prossimo raccolto, che dovrebbe essere stato piantato durante questi mesi di guerra, il cui futuro è incerto. Ma il vero campanello d’allarme è quello del prezzo. Anche se il prodotto è tornato reperibile, il suo costo non mai più tornato ad avvicinarsi al livello prebellico: anzi, gli aumenti sembrano ormai cristallizzati e non ci sorprenderebbe una nuova salita.

Come impatta questo sulla vostra filiera?

Per fortuna il mercato delle patate surgelate in Italia oggi è tornato a livelli quasi paragonabili a quelli del 2019, quindi al pre-Covid. Ma la quasi totalità dei prodotti sul mercato sono pre-fritti, e ciò significa che nei grandi stabilimenti produttivi europei l’afflusso di olio di girasole è costante. Non solo: questa tipologia di prodotti, che storicamente ha il suo sbocco maggiore nel canale Ho.Re.Ca, deve essere ovviamente fritto al momento dallo chef per essere mandato al tavolo, quindi l’impatto dell’aumento si ripercuote sulla porzione di patatine che arriva nel piatto del cliente finale per ben due volte.

Ci può dare qualche numero di questi aumenti?

Se prendiamo ad esempio gli aumenti dell’olio ad oggi e le previsioni future, abbiamo FY22 VS FY21 che segna un +29% e aspettative per il  FY23 VS FY22 che parlano di un +41%. Se a questo aggiungiamo altri aumenti come quelli di packaging che sono di più del 20% quest’anno e le ben note problematiche di costi di trasporto e di energia a livello globale, ecco la tempesta perfetta. Nel nostro caso manca l’elemento fondamentale, ovvero il costo della patata: ci tengo sempre a ricordare che parliamo di prodotti agricoli della terra, e il raccolto lo si compie di anno in anno. Nonostante la nostra ambizione di controllare il mondo, alla fine è sempre la natura a decidere, e da qui dipendono i prezzi finali. Per fortuna McCain ha sempre creduto nel coltivare rapporti diretti con la filiera, scegliendo fondamentalmente di creare una rete di partnership durature con i contadini, che ci assicurano il miglior prodotto a un prezzo corretto per tutte le parti. Un modo per subire meno le fluttuazioni e avere una fornitura costante e qualitativa.

Cosa si aspetta dal futuro? E soprattutto come si esce da questa situazione?

Le patatine fritte sono un prodotto anti crisi. Consentono infatti a tutti di godersi un pranzo o una cena fuori spendendo poco e con gusto. Sono prodotti che inoltre garantiscono ottime marginalità ai ristoratori, e anche in un momento di scarsità di personale che lavori nella ristorazione permettono in pochi minuti di servire un piatto caldo e adatto a tutti. Da questo punto di vista quindi sono ottimista che la categoria nonostante tutte queste difficoltà uscirà vincitrice dalla stagione estiva alle porte. Diverso è il discorso per quanto riguarda il lungo termine: fino a oggi siamo stati noi e gli attori della nostra filiera (in primo luogo i grossisti del comparto gelo, e poi i ristoratori) a farci carico degli aumenti. Bisogna avere il coraggio di distribuirli anche sui consumatori, com’è successo ad esempio già sulla celebre tazzina di caffè. Nessuno vuol intaccare il potere di spesa degli italiani, ma è proprio nella convinzione che le istituzioni si muoveranno che noi vogliamo mandare questo tipo di messaggio: meglio 1 euro in più nel conto che ristoranti chiusi o costretti a lavorare a ribasso a livello di qualità.

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