Ingegneri del silenzio: come tre giovani italiani hanno creato la startup anti-rumore

fondatori Phononic Vibes
Luca D’Alessandro (al centro), fondatore di Phononic Vibes con i due soci Giovanni Capellari (a sinistra) e Stefano Caverni.
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“Sono un ca…o di stakanovista. Mi piace lavorare. E facevo così anche quando ero all’università: il primo a entrare e l’ultimo a uscire”. Luca, 32 anni, ingegnere civile, abruzzese di Chieti, sarebbe il protagonista ideale per un film che volesse mettere in scena a vantaggio di tutti concetti come tech transfer o deep tech, che tanto circolano tra il popolo dell’innovazione. Titolo di lavorazione: Eravamo tre amici al lab. Vediamo perché (insieme al significato di quei concetti ovviamente anglofoni). Luca D’Alessandro è il fondatore e amministratore delegato di Phononic Vibes, startup nata nel 2018 fra i laboratori e le aule del Politecnico di Milano con un’idea che solo apparentemente sa di poesia: gestire il silenzio (che è un modo elegante per dire: ridurre il rumore).

La startup, che in luglio ha ottenuto un investimento di sei milioni di euro, c’è riuscita con un materiale che ha superato l’esame di quella che viene definita l’Harvard dei trasporti, cioè la Deutsche Bahn, la compagnia ferroviaria tedesca. “Abbiamo sviluppato per loro un pannello trasparente e altamente assorbente da usare nei luoghi attorno a stazioni o binari, in alternativa alle pareti di acciaio attualmente utilizzate per ridurre l’impatto acustico”, racconta D’Alessandro. “Una vetrata fa tutt’altro effetto nello spazio urbano, ma di solito il vetro riflette il suono, non lo assorbe”. Non quello prodotto da Phononic.

La storia di Phononic Vibes

Tutto comincia con il dottorato di Luca, fra il Politecnico di Milano e il Mit, dove va con una borsa di studio. “Era il mio sogno sin da ragazzino, quando ho cominciato a sviluppare software. La tecnologia che abbiamo sviluppato è stata il tema del mio lavoro negli Stati Uniti”, ricorda. E mentre fa la ricerca conosce Giovanni Capellari, friulano, e Stefano Caverni, marchigiano. Tre studenti fuori sede che hanno fatto bene all’università, ma dentro hanno una spinta in più. “Noi avevamo voglia di fare e non solo pubblicazioni o carriera accademica. Volevamo usare a livello industriale la tecnologia che avevamo scoperto lavorando a contatto con le migliori università internazionali”.

Alla fine del dottorato i tre ingegneri portano il loro progetto di impresa a Switch2Product, il programma di innovazione del Polihub, l’incubatore di imprese del Polimi, e vincono i primi soldi per cominciare a passare dalle parole ai fatti. Poi arrivano quelli, più abbondanti (500mila euro), del fondo Poli360 del Politecnico, che li sceglie per il suo primo investimento. “E così si è realizzato il famoso tech transfer”. Che non è altro che il trasferimento tecnologico dall’universtà al mondo del business, l’utilizzo delle scoperte e delle competenze accademiche nell’economia reale.

Tecnologia profonda

Il tech transfer sembra facile ma non lo è, perché la gran parte dei ricercatori preferiscono fare pubblicazioni e inseguire cattedre piuttosto che fare impresa. Tanta innovazione possibile resta così nei cassetti. “Avevamo tutti offerte all’estero: io avrei potuto fare il post dottorato al Mit o ad Harvard, anche ben retribuito. Giovanni aveva un’offerta da una software house in Olanda, Stefano da una grande azienda in Polonia. Ma perché non provarci in Italia, ca….o!”. Mai nessun ripensamento? “Tutti i giorni”, risponde ridendo Luca. “Ogni volta che ci troviamo davanti a una sfida ci ripenso. Ma la libertà dell’imprenditore è una cosa preziosa. E poi non mi piace il cliché dell’italiano che si lamenta”. 

Così, invece di altri tre talenti in fuga, oggi abbiamo tre nuovi imprenditori in un settore poco visibile perché meno sexy del digitale, per esempio, e più difficile da comprendere: il deep tech. Ed eccoci al secondo ingrediente della sceneggiatura di Eravamo tre amici al lab: la “tecnologia profonda”, che ha il suo valore nei brevetti che riesce a generare. La fonte principale è l’università, mentre le startup fondate da ricercatori-imprenditori sono i suoi canali di diffusione nel mercato.

Con Phoninic Vibes, che di brevetti ne ha depositati 12, siamo nel regno dei metamateriali, i materiali creati artificialmente, dove si parla di ‘fononi’, le vibrazioni di un solido che producono ciò che noi percepiamo come rumore. “L’acustica è rimasta ferma a 100 anni fa”, osserva D’Alessandro. “Sulla fotonica (la parte della fisica che si occupa della luce, ndr) è stato fatto di più e ci sono startup adesso valutate miliardi di dollari. Noi, invece, raccogliendo ‘solo’ dieci milioni in totale siamo arrivati a questo punto. Quando abbiamo cominciato pensavo ci volesse una barca di soldi e che in Italia non fosse possibile. E invece abbiamo visto che si può fare: il materiale innovativo te lo deve pagare il mercato”.

Dove va Phononic Vibes

E il mercato ha già dimostrato di apprezzare il lavoro di Phononic Vibes. “Abbiamo fatturato quasi da subito, perché il modello ‘zero incassi, tanta cassa’ va forse bene in Israele, ma non in Italia. Dai 50 milioni del 2018 siamo arrivati al milione del 2021 e quest’anno chiuderemo con circa due milioni”. Adesso la startup è a un punto di svolta. Ha aperto un piccolo stabilimento alle porte di Milano per produrre il suo metamateriale e dopo le infrastrutture (le ferrovie tedesche) ha davanti il mercato dell’auto. “Con una casa tedesca entreremo in produzione nel 2023: la nostra tecnologia entrerà nelle parti soffici del veicolo, riducendo il peso dei componenti del 30%, ma mantenendo uguali le performace acustiche e riducendo quindi i costi. La stessa cosa faremo negli yacht e adesso stiamo lavorando anche a un progetto per un aereo privato”.

I rumori sono dappertutto, e lo sappiamo bene. Per ridurli il più possibile, fino a oggi, bisognava aumentare la quantità di materiali isolanti, facendo crescere il peso di un elettrodomestico, per esempio, oppure impiegando sistemi elettronici particolarmente costosi. “La nostra innovazione è totale. Ci stanno provando anche in Cina e in Francia, ma sono agli inizi. Il materiale che abbiamo brevettato può essere impiegato su tutti gli elettrodomestici che danno fastidio, dagli aspirapolvere alle cappe. In questo senso stiamo già collaborando con aziende come Elica, Haier e Ariston. Ci aspettano due anni decisivi”. Per veri stakanovisti.

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