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Business 27 Marzo, 2020 @ 4:52

Sales Bridge e l’accordo cinese con i top player del commercio digitale

di Forbes.it

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Sales bridge, startup e-commerce
La squadra di Sales Bridge

Buone notizie per Sales Bridge, la startup di Castelfranco Veneto che aiuta le aziende italiane a vendere online. Con l’obiettivo di potenziare l’e-shopping italiano, Alibaba, il colosso cinese dell’e-commerce, ha proposto al giovane team di imprenditori a capo della società di aprire un canale diretto per vendere (e comprare) sul proprio marketplace.

Una proposta eccezionale che prelude ad uno sviluppo internazionale dell’attività di Sales Bridge. Basti sapere che Alibaba Group, tramite le sue due piattaforme commerciali Alibaba.com e Aliexpress.com, registra un volume di transazioni pari a 547 miliardi di dollari, ha 200 milioni di venditori attivi e 507 milioni di navigatori mensili che usano la versione mobile ed ogni giorno spedisce 40 milioni di pacchi.

Il commercio digitale è in continua evoluzione – spiega Daniele Smaniotto, ceo di Sales Bridge – non cogliere questa opportunità di espansione sarebbe un errore. Il mercato è fluido e non conosce barriere o confini. Il nostro compito è quello di collocarci su molteplici marketplace di livello, proponendo prodotti che provengono dai migliori fornitori italiani, una delle ragioni per le quali il famoso gruppo cinese ci ha contattati per stringere una collaborazione con noi”.

Sales Bridge, la vetrina online delle aziende

Sales Bridge si pone come un ulteriore canale di vendita per le aziende, operando con un modello di business win-win senza i tradizionali costi di consulenza o di agenzia e soprattutto, senza l’ingombro di dover possedere un magazzino fisico, sostituito da quello virtuale potenzialmente illimitato.

Fondata a maggio del 2019 dal team di esperti Daniele Smaniotto, Matteo Vaccari, Nicola Seletti, Ots Sistemi e Andrea Smaniotto, la startup in meno di un anno ha messo in piedi un catalogo di oltre 100 mila prodotti, suddivisi in 300 categorie merceologiche e ad oggi gestisce oltre 4000 ordini mensili, registrando un fatturato di un milione di euro. risultati possibili grazie a un innovativo software in grado di automatizzare tutto il processo di vendita, dal caricamento del catalogo dei fornitori fino all’acquisto, alla logistica e al customer care.

Business 12 Marzo, 2020 @ 10:37

Medicinali a domicilio, l’idea di due under 30 siciliani diventata startup

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

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Giulio Lo Nardo (a sinistra) e Giuseppe Mineo sono i co-fondatori di Pharmap.

Sarà capitato a tutti l’imprevisto di avere bisogno di un farmaco, senza avere la possibilità di recarsi in farmacia a comprarlo. Per fronteggiare questo inconveniente – sempre più comune soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria dovuta alla pandemia di coronavirus – due siciliani under 30 selezionati da Forbes Italia tra i 100 leader del 2020, Giulio Lo Nardo e Giuseppe Mineo, hanno fondato Pharmap, una startup che ha introdotto la consegna a domicilio nel settore farmaceutico. La piattaforma recapita infatti qualsiasi prodotto dalla farmacia, inclusi medicinali che necessitano di una ricetta, in più di 120 città italiane con una media di oltre 3mila consegne al giorno, in aumento di cinque volte rispetto all’anno precedente, forte di un network che conta circa 1.500 farmacie. Il fatturato nel 2019 ha superato il milione e mezzo, +88% dall’anno precedente.

L’idea di Pharmap è nata qualche anno fa da un’esigenza ben precisa. “Mi trovavo all’estero per gli studi e avevo bisogno di un farmaco perchè stavo male e nessuno poteva aiutarmi” ricorda Giuseppe. “Ho cercato su internet e c’erano soltanto servizi di food delivery”. Da lì la scintilla: un servizio di home delivery verticale sul pharma. Per più di due anni i ragazzi, che erano anche compagni universitari, hanno lavorato intorno al progetto per smarcare i vari temi normativi, privacy e di mercato. In quel periodo Giuseppe lavorava come consulente in Accenture a Milano e Giulio in FinecoBank a Reggio Emilia, “quindi le nostre giornate erano infinite, tra il lavoro in azienda di giorno e gli studi sulla nostra startup di notte”. Alla fine, nel 2017, vide la luce Pharmap, un servizio sempre più apprezzato non solo dai consumatori finali, che sono cresciuti di oltre il 200% nel corso del 2019, ma anche dai farmacisti che utilizzano la soluzione per aumentare e per fidelizzare la clientela, rafforzando il proprio business. “Basti pensare”, dice Giulio, “che lo scontrino medio dell’utente a domicilio è di 45 euro, circa il 44% in più rispetto a chi si reca in farmacia”.

Il 2020 li ha messi però subito di fronte a una grande prova di maturità. In un momento così delicato come quello attuale e a seguito delle ultime raccomandazioni promosse dal Ministero della Salute, è un dato di fatto che le persone sentano ancora di più l’esigenza di servizi che consentano di ricevere a casa i prodotti di cui hanno bisogno, specie se si tratta di beni di prima necessità, come cibo e farmaci. “In queste ultime settimane”, conferma Giuseppe, “il cambiamento più importante che abbiamo registrato è stato certamente l’impennata drastica e imprevedibile di richieste di consegna a domicilio proveniente da tutti i nostri canali, app, web e ordini generati direttamente in farmacia. Le richieste nelle ultime tre settimane sono aumentate di più di 10 volte rispetto al periodo precedente, soprattutto in citta come Milano, Torino, Bologna e Reggio Emilia”.

I prodotti più richiesti? Manco a dirlo gel igienizzanti per mani, mascherine, ma anche antipiretici, termometri, anticoagulanti e benzodiazepine. Inoltre fino al 3 aprile, ci tengono a sottolineare i due amici, “offriremo la consegna gratuita a tutti i clienti che richiedono il nostro servizio da app o da web, inserendo il codice promo Foryou”.

E nuovi piani, come l’internazionalizzazione, crisi sanitaria permettendo, sono già in pipeline: “A settembre partiremo sul mercato francese, a Parigi, per poi pianificare altre capitali europee. Abbiamo da poco migrato su una nuova tecnologia che ci consente di avere ancora più controllo sulla sicurezza dei dati, grazie all’integrazione con sistemi all’avanguardia di blockchain”. Insomma, tante novità in cantiere. E i finanziamenti? “Abbiamo valutato insieme alla nostra advisor company, Kpmg, alcuni corteggiamenti da parte di investitori finanziari e industriali, ma al momento, grazie ad un modello di business che si autofinanzia, abbiamo preferito rimanere indipendenti”.

Business 28 Febbraio, 2020 @ 8:47

Questo trentenne italiano fa da ponte tra gli investitori e le aziende

di Daniele Rubatti

Staff writer, Forbes.it

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Articolo tratto dal numero di febbraio 2020 di Forbes. Abbonati

“È sbagliando che ci rendiamo conto di essere umani”: è questo l’aforisma preferito da Paolo Salza. Una citazione che ripete spesso a sé stesso e che fotografa appieno il suo carattere forte e la sua voglia di mettersi continuamente in gioco, affrontando senza paura tutte quelle sfide che chi lavora nel mondo dell’innovazione si trova a fronteggiare.

Nato a Torino, ha vissuto per un lungo periodo all’estero tra Londra e gli Stati Uniti, dove ha avuto l’occasione di imparare da persone di grande valore facendo varie e brevi esperienze ad Harvard, Goldman Sachs e Annapurna Ventures. Ha anche partecipato alla stesura del libro 10 anni 1.000 progetti dell’imprenditore Stefano Cecchi. A livello lavorativo si è formato per quattro anni nel mondo della consulenza, una grande scuola di metodo che gli ha permesso di tuffarsi con più sicurezza nel mondo che ama: quello dell’innovazione. Dal 2018 infatti è entrato a far parte in qualità di project manager dal team di Cariplo Factory growITup, realtà guidata da grandi professionisti, lanciata da Microsoft e Fondazione Cariplo per cambiare l’ecosistema dell’innovazione italiano attraverso investimenti, sinergie e grandi progetti. Il suo carattere è stato forgiato in maniera importante dallo sport: è stato vicecampione italiano di canottaggio durante il liceo. Un periodo del quali ricorda gli allenamenti sul fiume alle 6 del mattino prima di andare a scuola.

Quando chiedi a Paolo Salza di cosa si occupa tutti i giorni, l’entusiasmo prevale su tutto: “Aiuto le startup, i giovani e le nuove idee a prendere vita e arrivare al successo attraverso la creazione di ponti con investitori e grandi aziende”, racconta. “Quello che amo è vedere fino a dove le persone possono arrivare, tenendo duro e mettendo insieme competenze diverse. L’arte principale che manca in Italia è quella di accettare l’errore e andare avanti”. Tra i progetti più rilevanti a cui ha lavorato negli ultimi mesi c’è la realizzazione, in collaborazione con un’azienda operativa nel campo delle risorse umane, di un nuovo veicolo, che ha portato in digitale metodologie di lavoro che per decine di anni era stato svolto offline. “In pochi mesi e con vari strumenti creativi, come il design thinking, abbiamo creato e prototipato una soluzione che verrà lanciata su scala globale con impatto e numeri davvero impressionanti. È stata davvero una soddisfazione”, dice.

Mentre il contesto del venture capital italiano continua a cambiare rapidamente, Salza conosce benissimo la ricetta da mettere in pratica per fare in modo che il nostro paese possa essere davvero competitivo. In sostanza, occorre sensibilizzare gli stakeholder e generare consapevolezza. “In Italia il tema è culturale e politico: la vecchia generazione deve rendersi conto che puntare sull’innovazione è fondamentale per creare un futuro”, spiega. Ai giovani imprenditori in cerca di capitali lancia un messaggio forte e nitido: “Bisogna avere una visione chiara e credere fortemente nei propri sogni. Qualsiasi storia ha dei momenti di fatica, di difficoltà, nei quali serve una dose ulteriore di entusiasmo per continuare a combattere: una bella squadra e la capacità di guardare lontano sono fondamentali per tenere la barra dritta in queste occasioni. Gli investitori sono abilissimi nel riconoscere queste qualità”.

Continuare a rafforzare la crescita dell’ecosistema italiano dell’innovazione lavorando con corporate, startup e player istituzionali è il suo obiettivo principale per i prossimi anni: “Voglio aiutare le persone a realizzare le proprie ambizioni: abbiamo grandi opportunità ed è il momento di concretizzarle”, conclude. “Anche io, nel mio percorso, ho avuto la fortuna di incontrare alcuni advisor che mi hanno permesso in momenti bui di capire dove fosse il mio talento e come farlo fiorire: vorrei che un giorno qualcuno potesse dire lo stesso di me”.

Tecnologia 27 Febbraio, 2020 @ 9:26

Questa startup potrebbe rendere più semplice identificare la prossima epidemia

di Forbes.it

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(Getty Images)

di Leah Rosenbaum per Forbes.com

Se il virus che sta causando l’epidemia di Covid-19 fosse stato rilevato prima che il paziente uno mostrasse i sintomi, la malattia avrebbe potuto essere contenuta? Mickey Kertesz, ceo e cofondatore di Karius, spera potrà essere così. Mentre i test di laboratorio tradizionali possono richiedere giorni e possono cercare solo una malattia specifica alla volta, la sua startup specializzata in biopsia liquida (prelievo di sangue venoso che può in parte sostituire l’analisi di tessuto tumorale, ndt) sta sviluppando una tecnologia per rilevare rapidamente agenti patogeni noti ed emergenti e, ci si augura, impedire loro di trasformarsi in focolai.

“Il problema con le malattie infettive è, ovviamente, il loro enorme impatto sull’umanità”, afferma Kertesz. Il cancro è una malattia estremamente visibile e la lotta ad esso riceve enormi quantità di finanziamenti pubblici e privati. Eppure le malattie diffuse da batteri, virus, funghi e parassiti sono “la seconda principale causa di morte in tutto il mondo”, sottolinea Kertesz. “Muoiono più persone per malattie infettive di tutte quelle per tumore messe insieme”.

Grazie al nuovo round di finanziamenti di serie B da $ 165 milioni guidato da Vision Fund 2 di Softbank, che porta la raccolta complessiva a $ 255 milioni, Karius è l’ultima startup nel settore sanitario a beneficiare del crescente interesse del mondo del venture capital nel settore emergente della biopsia liquida. Sebbene la maggior parte delle aziende di biopsia liquida si concentrino sullo screening del cancro, Karius può prelevare un singolo campione di sangue e testare più di 1.400 agenti patogeni, tra cui virus, batteri e funghi.

Le aziende nel campo della biopsia liquida, come Grail, l’unicorno sostenuto da Ally Bridge Group e la neo-quotata Guardant Health, osservano il dna in circolo nel sangue per rilevare le malattie. Mentre quelle aziende cercano il dna dei tumori, Karius si concentra sul dna dei microbi.

LEGGI ANCHE:La storia di Moderna, l’azienda che ha sviluppato il primo vaccino in test per il coronavirus”

Lanciata nel 2014, la startup con sede a Redwood City si basa sulla scoperta di Kertesz e del co-fondatore Tim Blauwkamp che il dna dei microbi che causano la malattia può essere trovato nel sangue infetto dei pazienti, anche nelle prime fasi della malattia. È sufficiente un semplice prelievo di sangue per distinguere tra il dna del paziente e il dna del microbo. I due hanno trascorso diversi anni a perfezionare questa tecnologia, quindi hanno realizzato un “motore di ricerca” basato sull’intelligenza artificiale che analizza il dna microbico e lo confronta con gli oltre 1.400 agenti patogeni presenti nel suo database.

La biopsia liquida è ancora un concetto relativamente nuovo. Il suo primo utilizzo, per i test prenatali non invasivi, è iniziato in Cina nel 2011. Da allora, il campo è esploso e gli investitori stanno diventando sempre più sicuri del reale potenziale nell’ambito della diagnostica delle malattie. I test di Karius sono stati validati a livello clinico e attualmente la società collabora con circa 100 ospedali in tutto il paese.

La maggior parte delle altre aziende esamina i test prenatali e lo screening precoce per il cancro, dice Vikram Bajaj, amministratore delegato di Foresite Capital, perché “l’evidenza è meglio compresa”. Ma l’utilizzo della tecnologia della biopsia liquida sulle malattie infettive ha molteplici vantaggi, aggiunge. Non solo puoi usare la presenza del dna per diagnosticare una malattia, ma puoi anche guardare al profilo genetico di una malattia per avere indicazioni su come trattarla.

Dopo un esame clinico, un medico deve normalmente indovinare cosa non va in un paziente, quindi ordinare più esami del sangue specifici per confermare quella diagnosi. Con Karius, un medico può prescrivere al paziente un singolo prelievo di sangue e il giorno successivo scoprire se il paziente è infetto da virus, batteri o qualcos’altro. Il test può anche determinare se il paziente è infetto da una malattia nota o da qualcosa di nuovo. Kertesz afferma che i test di Karius hanno già trovato nel sangue dei pazienti nuovi agenti patogeni che non sono mai stati studiati prima.

Questa rapida rilevazione di microbi sconosciuti sulla base del dna potrebbe essere cruciale per la prossima pandemia. Non solo può essere utile il rilevamento rapido quando si tratta di adottare misure come la quarantene, dichiara Anthony Fehr, un assistente professore all’Università del Kansas, ma nelle prime fasi della malattia “probabilmente ci sono opzioni terapeutiche migliori”.

Mentre questo attuale focolaio di coronavirus è stato catturato in maniera relativamente rapida rispetto ai focolai passati come la Sars, afferma Stanley Prelman, professore di microbiologia e immunologia all’Università dello Iowa, “questo particolare focolaio è andato così rapidamente, che se lo avessimo rilevato anche solo pochi giorni prima forse avremmo fatto le cose diversamente “.

Al momento, la tecnologia di Karius è limitata al dna, il che significa che non è in grado di rilevare virus basati su rna, come il coronavirus che sta causando l’epidemia di Covid-19. Ma questo ultimo round di finanziamento potrebbe cambiare le cose, aiutando la società a espandere il numero di malattie che i suoi test possono rilevare: “La prossima volta che si verificherà un focolaio”, afferma Kertesz, “potremmo prenderlo rapidamente”.

Leader 6 Febbraio, 2020 @ 4:52

I due ragazzi italiani Under 30 che realizzano gessi per fratture stampati in 3D

di Daniele Rubatti

Staff writer, Forbes.it

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Articolo tratto dal numero di Forbes di gennaio 2020. Abbonati

Chiunque abbia avuto a che fare con l’inconveniente di una frattura, conosce benissimo le varie complicazioni che possono essere causate dal vecchio e caro gesso. Nell’epoca della stampa 3D non poteva mancare una soluzione innovativa volta a migliorare il percorso riabilitativo dei pazienti che hanno subito una frattura. A idearla sono stati due ragazzi italiani: Gabriel Scozzaro e Francesco Leacche, entrambi fondatori della startup Holey, specializzata nella realizzazione di tutori ortopedici. Il primo nasce a Roma all’inizio degli anni 90, di cui conserva la forte cultura pop anglosassone, legata al mondo dei videogiochi, della musica e del cinema. Spinto da una forte vocazione all’innovazione e alla medicina, ereditata in famiglia, si è laureato in ingegneria medica. Come ricercatore ha frequentato la Vanderbilt University di Nashville per tre anni. Francesco Leacche, che con Gabriel condivide la passione per i videogiochi, ha invece effettuato un percorso di formazione in computer science presso l’università di Roma La Sapienza. Ancora da studente si avvicina al mondo dell’imprenditoria e decide di cofondare Holey, dove oggi ricopre il ruolo di chief technology officer.

Leggi anche: Come funziona il poliambulatorio digitale fondato da due italiani Under 30

Holey è una startup innovativa che vuole rivoluzionare il mondo dell’ortopedia sostituendo il tradizionale gesso con un tutore stampato in 3D, prodotto su misura del paziente, resistente all’acqua e traspirante. “Per ottenere questo obiettivo abbiamo realizzato una soluzione integrata composta da uno scanner 3D brevettato che automaticamente acquisisce in alta definizione le misure dell’arto del paziente in meno di 30 secondi, un software basato su intelligenza artificiale che genera automaticamente il modello virtuale del tutore seguendo i parametri inseriti dallo specialista ortopedico e infine un servizio di stampa 3D che realizza il tutore utilizzando una plastica ipoallergenica”, spiegano i due fondatori della startup. A tre anni di distanza dalla nascita dell’azienda, i due imprenditori possono rivendicare di aver trasformato un’idea visionaria in un prodotto che oggi ha un impatto importante nel percorso terapeutico di un paziente, pur dovendo superare una serie di difficoltà che molte delle startup tecnologiche che operano nell’healthcare devono solitamente fronteggiare, soprattutto in fase di ricerca di finanziatori.

“Fino ad oggi, reperire gli investimenti, in fase early stage e preseed, è stata la difficoltà più grande incontrata, considerando che il nostro settore è molto più capital intense rispetto a quello, per esempio, del digital”, racconta Scozzaro, che è anche ceo della società. “Abbiamo dei time to market molto più lunghi, per cui i numerosi percorsi di accelerazione, che si pongono come obbiettivo di fatturare da 0 a 6 mesi, non si sposano con il biomedicale. Siamo stati capaci di ottimizzare ogni investimento e spesa affrontata massimizzandone il risultato”.

La stampa 3D ha già reso possibile lo sviluppo di soluzioni come quelle implementate da Holey: la sfida del futuro è rappresentata dall’intelligenza artificiale che porterà nel settore healthcare un grande cambiamento per quanto riguarda la prevenzione, l’accesso alle cure, la spesa e l’ottimizzazione, la terapia e la diagnosi. “Saranno un prezioso strumento specialmente nella gestione efficiente della salute di una popolazione con un’età media sempre più alta e con aspettative di vita sempre più lunghe. In aggiunta a questo nei prossimi 5/10 anni la medicina diventerà sempre più personalizzata e grazie a soluzioni basate su stampa 3D avremo, pelle, vasi sanguigni, protesi e ossa sintetiche realizzate su misura sia della nostra anatomia sia delle nostre esigenze cliniche”, conclude Scozzaro.

Leggi anche: Questo 20enne italiano è un prodigio della medicina

Tecnologia 4 Febbraio, 2020 @ 10:00

Quattro ragazzi italiani hanno raccolto 6 milioni di euro per la loro startup

di Daniel Settembre

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Startup, Italia: i quattro ragazzi di 2Hire raccolgono 6 milioni di euro
Andrea Verdelocco, Matteo Filippi, Filippo Agostini e Elisabetta Mari sono i co-fondatori di 2hire.

La startup 2hire, che sviluppa una tecnologia in grado di connettere qualsiasi tipo di veicolo (automobili, motorini, bici e monopattini elettrici) e abilitare servizi di mobilità condivisa ha chiuso un round di investimento da 5,6 milioni di euro. L’investimento è stato condotto dal gestore di venture capital P101 Sgr – attraverso il suo secondo veicolo Programma 102, che ha investito 3,9 milioni di euro – con la partecipazione di Linkem – uno dei leader nazionali delle telecomunicazioni wireless a banda larga – e assieme ai soci precedenti Invitalia Ventures, LVenture Group e Boost Heroes.

Nel 2017, 2hire aveva ricevuto un primo finanziamento da parte di LVenture Group, Invitalia Ventures, Boost Heroes, MobilityUP e altri investitori per un totale di 680mila euro, portando così la raccolta totale della startup a circa 6,2 milioni di euro.

Fondata a Roma nel 2015 da Filippo Agostino, Matteo Filippi, Andrea Verdelocco ed Elisabetta Mari, tutti ragazzi classe 1993, e accelerata da Luiss EnLabs, acceleratore d’impresa di LVenture Group nato da una joint venture con l’Università Luiss, 2hire offre soluzioni di gestione della mobilità per i veicoli connessi e non.

Grazie alla piattaforma di 2hire è possibile monitorare, gestire e aggiornare i servizi collegati ai parchi auto dei grandi produttori dell’automotive, così come quelli dei nuovi operatori dello sharing. La piattaforma di 2hire connette già oggi oltre 10mila veicoli in tutto il mondo, dall’Europa al Sud America e conta tra i clienti diverse società leader nel noleggio e nello sharing, e molti altri.

I vantaggi e le soluzioni offerti sono diversi e permettono di portare l’intelligenza del veicolo in cloud consentendo in questo modo l’evoluzione e la personalizzazione dei servizi con grande facilità. Un esempio è la possibilità di utilizzare un veicolo – sia esso a noleggio, in sharing o di proprietà – senza l’utilizzo delle chiavi, ma utilizzando soltanto il proprio smartphone. Inoltre, la connessione dei veicoli consente di semplificare e potenziare la gestione amministrativa, la manutenzione dei veicoli stessi e la sicurezza per gli utilizzatori.

“Il nostro obiettivo”, dice Filippo Agostino, che è anche ceo della startup, “è quello di affermarci come piattaforma leader nei servizi legati ai veicoli connessi e questo nuovo aumento di capitale rappresenta un passaggio fondamentale per espanderci e proseguire nel processo di innovazione di un settore, quello dell’automotive, che si sta trasformando a ritmi elevatissimi.

Capitali che trovano una ragione se si considera che il settore di riferimento in cui si inserisce 2hire è quello del mobility-as-a-service, che secondo le più recenti analisi (Accenture Mobility Report 2018) entro il 2030 avrà un valore stimato in circa 3,4 trilioni di euro a livello globale.

Life 30 Gennaio, 2020 @ 9:30

Il calcio unisce e Homefans lo sa: con 12 euro si diventa soci e si punta all’exit

di Massimiliano Carrà

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Courtesy Homefans – a sinistra Daniel Velásquez (co-founder)

“Non è solamente una partita di calcio, è un’esperienza”. Nasce da questo sentimento “Homefans”, la startup fondata a maggio 2016 grazie a un incontro a Manchester tra due appassionati di calcio: l’olandese Luke Verbeek e il colombiano Daniel Velásquez.

Nata con lo scopo di unire gli appassionati di calcio di tutto il mondo, che secondo i dati Nielsen si attestano a circa 1,5 miliardi (escludendo il continente africano), Homefans offre viaggi su misura per piccoli gruppi e gite giornaliere organizzate dalla stessa gente del posto per rendere appunto un partita di calcio un’esperienza a 360 gradi. Per scoprire come sta andando il business di Homefans e quali sono gli obiettivi futuri della startup con sede in Olanda e con un team a Londra, Forbes ha intervistato Alessandro Tordi, Crowdfunding Campaign Manager di Homefans.

Homefans: cosa offre e come funziona

Prima di entrare nel dettaglio dei prossimi obiettivi economici e aziendali di Homefans,  è essenziale prima di tutto concentrarsi su quello che offre la startup “calcistica” e quindi il suo business focale. Sul sito Homefans – come conferma anche Alessandro Tordi – vi sono dei pacchetti che includono tre servizi ben precisi: 

  • il biglietto dello stadio;
  • l’alloggio (più o meno confortevole in base all’opzione scelta);
  • il local host: appassionato di calcio del posto che fa da vero e proprio cicerone per permettere ai “turisti” di godersi i migliori posti della città. 

Come rivela il Crowfunding Campaign Manager della startup, “Homefans si attiva e crea i propri pacchetti per i match più sentiti dalle tifoserie, (come i derby), per quelli che vanno in scena negli stadi più iconici al mondo e per quelli giocati in città che garantiscono un’attrazione turistica interessante. Questo perché Homefans nasce per unire turismo e calcio”.

A febbraio Homefans lancia seconda campagna di crowdfunding

Nonostante il successo ottenuto in questi anni, Homefans ovviamente non vuole fermarsi e vuole continuare a crescere. E per farlo si affiderà nuovamente al crowdfunding. “Abbiamo deciso – dichiara Alessandro Tordi – di lanciare a metà febbraio una nuova campagna di equity crowdfunding, sempre su Crowdcube”. 

Rispetto al primo round di due anni fa, in cui Homefans ha raccolto 180 mila pound (oltre 200 mila euro), il minimo di raccolta questa volta è stato fissato a 200 mila pound. Va sottolineato che la campagna durerà due settimane e “abbraccerà tutti”. Per diventare soci di Homefans bastano infatti 10 pound (circa 12 euro).

“Ovviamente – rivela Tordi – l’obiettivo di questa campagna è quello di espanderci in maniera molto molto più aggressiva sul mercato europeo, tant’è che la maggior parte dei fondi ottenuti li dedicheremo al budget pubblicitario, il 25% sul personale executive e il 5-10% su assicurazioni per tutelare acncora di più i viaggiatori”.

L’obiettivo di Homefans: exit entro 5 anni

Da quanto ci racconta Alessandro Tordi, gli obiettivi di Homefans per i prossimi anni sono abbastanza chiari: aumentare il numero dei viaggiatori, dei ricavi e puntare a una exit nel giro di massimo 5 anni. Tra l’altro anche grazie all’aiuto economico di un club di calcio spagnolo che milita nella Liga, di cui Alessandro ci svela (per motivi di riservatezza) solo la lettera iniziale “B”, Homefans negli ultimi anni è cresciuto in modo esponenziale. Tant’è che tra il 2017 e il 2018 il business è cresciuto del 300% (anche in virtù della prima campagna di crowdfunding), tra il 2018 e il 2019 dell’80%.

Fino al 30 novembre 2019 sono stati registrati 2300 viaggiatori da 40 Paesi per un totale di circa 100 viaggi e di 615 mila pound di ricavi con un profitto del 46% tasse incluse (circa 282 mila pound). Numeri importanti che comunque Homefans nel entro il 2023 vuole totalmente surclassare.  Infatti, come racconta Alessandro Tordi “nei prossimi tre anni abbiamo l’ambizione di arrivare a 6 milioni di pound di ricavi: 3 dal nostro business attuale e 3 dal match day experience (il pacchetto “tutto in giornata”) che vogliamo che sia il nostro core business futuro”. 

 

 

Tecnologia 24 Gennaio, 2020 @ 9:33

Le 28 startup (2 italiane) in corsa per l’Open Innovation Contest di Tokyo

di Forbes.it

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Startup innovative: Billy Berlusconi, ceo di Igoodi
Billy Berlusconi, ceo di Igoodi (Courtesy Igoodi)

di Melania Guarda Ceccoli

Ha preso il via a Tokyo l’Open Innovation Contest, evento che prevede un premio da 100mila dollari da investire in ricerca e sviluppo oltre a un ambizioso percorso d’inserimento sul mercato globale attraverso il network di NTT Data, uno dei principali player a livello mondiale nell’ambito dell’information technology. Con il motto di “Let’s change the world together”, la competizione è nata per selezionare le startup più innovative a livello internazionale, in grado di proporre soluzioni rivoluzionarie in ambito di information technology.

A contendersi il titolo saranno ben 28 startup selezionate durante le finali locali svoltesi in 16 città nel mondo. Per l’Italia saranno presenti Igoodi e Mdotm.

Igoodi: guidata dal ceo Billy Berlusconi, presenterà la sua piattaforma tecnologica “The Digital You”, “in grado di supportare prodotti e servizi in settori in cui l’avatar di ognuno di noi si dimostrerà un utile assistente in grado di semplificarci la vita: dal fashion all’e-commerce, dal wellness al medicale, dai social fino agli e-sport” spiega il ceo. Forbes.it ne ha scritto qui.

Mdotm è invece una startup fintech che sviluppa strategie di investimento basate sull’intelligenza artificiale e funge da consulente per le istituzioni finanziarie nel loro processo decisionale di investimento. Il ceo della società ha partecipato alla diciottesima puntata di ForbesLEADER.

Le due startup italiane dovranno scontrarsi con altre 26 iniziative lanciate a livello internazionale:

Tulip Interfaces (Boston): la piattaforma di app di produzione no-code di Tulip trasforma digitalmente le officine offrendo visibilità in tempo reale su persone, macchine e processi coinvolti nella produzione.

Reti Edgewise (Boston): blocca le violazioni dei dati e protegge le applicazioni nei cloud ibridi utilizzando la tecnologia brevettata a zero trust guidata dall’apprendimento automatico.

ScoreData (Baia di San Francisco): offre soluzioni per ridurre i tassi di riammissione dei pazienti e i costi delle cure ospedaliere.

Anomalous (Edimburgo): rende l’ispezione più rapida e accurata consentendo ai team di ispezione di registrare e gestire digitalmente i loro processi.

Unmanned Life (Edimburgo): è un’intelligenza artificiale per la piattaforma SaaS di autonomia che consente alle industrie di essere completamente autonome. La piattaforma implementa Autonomy-as-a-Service per Industry 4.0 su reti wireless, incluso il 5G, su grandi verticali come Supply Chain, Telecom, Smart Cities e Smart Manufacturing.

Digital Fineprint (Londra): aiuta le organizzazioni di servizi finanziari a servire i clienti aziendali fornendo una singola risorsa di dati sui rischi commerciali.

Iotic (Londra): abilitano gli ecosistemi digitali condividendo selettivamente le informazioni, attraverso interazioni mediate, oltre i confini aziendali, in tempo reale.

FoodDocs (Tallinn): aiuta le aziende alimentari a conformarsi alle norme sulla sicurezza alimentare, digitalizzando il processo di sicurezza alimentare.

Helmes (Tallinn): un servizio elettronico che consente di risparmiare tempo e denaro a medici, pazienti e farmacie, consentendo di concentrarsi su pazienti critici

Anagog (Tel Aviv): interpreta i dati dei sensori sul telefono stesso, per fornire approfondimenti all’utente, con la massima privacy.

Binah.ai (Tel Aviv): la soluzione di monitoraggio della salute e del benessere consente a chiunque di misurare facilmente i segni vitali del corpo solo dalla fotocamera di un dispositivo.

Grapevine World (Tokyo): è un ecosistema decentralizzato e senza confini per lo scambio uniforme e standardizzato di dati sanitari.

Authlete (Tokyo): è un motore di autorizzazione per la sicurezza dell’API.

Looqbox (San Paolo):  è il Google interno per le aziende. Con un layout intuitivo, chiunque può facilmente trovare tutti i tipi di dati.

Mindify (San Paolo): integra le cartelle cliniche elettroniche con moduli Web a supporto dell’intelligenza artificiale che riducono la burocrazia clinica e migliorano il supporto decisionale.

Trace (Città del Messico): analizza migliaia di flussi TVCC per trovare istantaneamente persone scomparse e sospetti.

Nauphilus (Città del Messico): analisi del rischio online per individui e aziende attraverso analisi biometriche di microespressione con l’uso dell’intelligenza artificiale.

TeleDx (Santiago): sviluppa e implementa soluzioni di intelligenza artificiale per rilevare e prevenire le malattie, migliorare le decisioni sanitarie e ottimizzare i costi.

Altumview (Vancouver): è un prodotto abilitato all’apprendimento profondo con sofisticati algoritmi per monitorare gli anziani con la loro privacy completamente preservata.

VisualNext (Shenzhen): fornisce un lettore H5 interattivo globale, che combina il monitoraggio degli oggetti, il riconoscimento degli oggetti, l’interazione con i clic e altre tecnologie interattive video.

Dorabot (Shenzhen): Soluzioni di magazzino completamente autonome di nuova generazione basate su AI e Robotica

Wandelbots (Monaco): democratizza la programmazione dei robot. Consentono a tutti di programmare ed eseguire un robot industriale utilizzando dispositivi indossabili e dispositivi di insegnamento intelligenti. La robotica diventerà più veloce per cominciare, più flessibile da utilizzare e molto più efficiente in termini di costi.

Wingcopter (Monaco): consegna medica rapida e salvavita in regioni remote in tutto il mondo con droni.

KlearStack (Bangalore): questa startup aiuta le organizzazioni a rendere i loro dati non strutturati un vantaggio competitivo sbloccandone le informazioni.

Analisi CPC (Bangalore): consente di controllare l’algoritmo e i dati sottostanti per produrre equità, responsabilità, trasparenza e spiegabilità.

Sensei (Lisbona): è una soluzione che ridefinisce la vendita al dettaglio rimuovendo tutti gli attriti dai negozi e rendendoli autonomi e senza checkout.

Investimenti 21 Gennaio, 2020 @ 11:30

Rejoint, la startup bolognese dove la medicina incontra Big Data e I.A.

di Forbes.it

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Gian Guido Riva, founder Rejoint (courtesy Rejoint)

Arrivano nuovi fondi per Rejoint, la startup innovativa bolognese che sviluppa protesi personalizzate per il ginocchio. L’azienda ha chiuso un round di investimento di 1,350 milioni di euro dai business angel di IAG e dagli investitori della community di equity investing on-line Doorway.

Una notizia importante per Rejoint, visto che è nata con un obiettivo fondamentale: soddisfare quel 20% delle persone, che dopo essersi sottoposte ad un intervento di sistemi protesici al ginocchio, rimangono insoddisfatte per le problematiche che influenzano la qualità della vita: dolore, infiammazione, mismatch dimensionale.

Rejoint: Intelligenza artificiale e Big Data a sostegno della medicina

Per dar vita ai suoi dispositivi realizzati ad hoc per ogni paziente, Rejoint si basa sull’applicazione al settore della medicina ricostruttiva, della Realtà Aumentata, dell’Intelligenza Artificiale (per studiare l’anatomia del paziente e progettare l’impianto), della più innovativa tecnologia di stampa 3D (utilizzata anche durante gli interventi chirurgici) e dei Big Data, attraverso tutori sensorizzati che permettono di monitorare la riabilitazione del paziente nonché il continuo miglioramento del prodotto.

Soddisfatti della partnership con IAG e Doorway, e del conseguente round di investimento, i founder di Rejoint Gian Guido Riva e Lorenzo Viva, spiegano: “Insieme porteremo forte innovazione nell’ottica del trattamento personalizzato di tutto il “patient journey” in un mercato costantemente in crescita ma caratterizzato ad ora da un’offerta di prodotti e servizi “matura”.

IAG, Italian Angels for Growth, è stata fondata nel 2007 e oggi è il più grande network di business angels in Italia, tant’è che riunisce oltre 200 protagonisti del mondo imprenditoriale, finanziario e industriale  in più di dieci anni di attività, ha analizzato oltre 5.000 startup e i suoi soci hanno realizzato oltre 80 investimenti, per un totale di 157 milioni di euro investiti dai soci IAG e suoi co-investitori. 

Doorway, invece, è una startup innovativa, attiva sul mercato dal 2019, che ha uno scopo ben preciso: innovare l’industria della raccolta di capitale di rischio destinati a startup e PMI, tramite un’esclusiva piattaforma Fintech di equity investing on line, autorizzata da Consob. Essa è dedicata e rivolta ad investitori per supportare lo sviluppo e l’internazionalizzazione di startup e PMI ad alta scalabilità. La missione è supportare gli investitori nel diversificare il loro patrimonio, canalizzando parte della loro dotazione finanziaria verso l’economia reale.

Business 18 Gennaio, 2020 @ 11:06

Chef in Camicia: la media company food “nata in un bar”

di Massimiliano Carrà

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Chef in Camicia
“Chef in Camicia” – a sinistra Nicolò Zambello, al centro Luca Palomba, a destra Andrea Navone

“Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo”. Così cantava nel 1991 Gino Paoli e così nasce, seppur con qualche differenza, la startup food tutta italiana Chef in Camicia.  Ideata da Nicolò Zambello e Luca Palomba (in arte Lello), ex compagni di scuola delle elementari, Chef in Camicia prende vita, un po’ come narra il famoso cantautore italiano, da una semplice chiacchierata informale tra due amici, diventati subito tre grazie all’inserimento dell’altro compagno di scuola delle elementari Andrea Navone, con una passione comune: la cucina. 

L’obiettivo? In primis cambiare le loro vite, accostando al proprio stipendio mensile che percepivano dalle aziende per cui lavorano altre entrate economiche, e in secundis rivoluzionare il mondo del food in Italia. Un progetto ambizioso e forse anche folle, fatto sta che oggi Chef in Camicia è una media company che conta 26 persone.

Chef in Camicia: dal catering alle video ricette sui social

Per capire meglio la storia, l’evoluzione e la crescita di Chef in Camicia, la nostra redazione ha intervistato Nicolò Zambello, ceo e founder dell’azienda italiana attiva nel settore del food. 

Nicolò come e quando nasce l’idea di Chef in Camicia?

Chef in Camicia nasce alla fine del 2014 da un’idea mia e di Luca con un’idea ben precisa: sfruttare la nostra passione per la cucina per accostare ai nostri stipendi mensili altre entrate economiche. Entrambi infatti, prima di dedicarci anima e corpo a questo progetto, avevamo un altro lavoro: io nel settore delle startup, mentre Lello era un agente immobiliare. La nostra idea iniziale di Chef in Camicia però era totalmente diversa rispetto a quella odierna. Infatti, il nostro settore di riferimento era il mondo degli eventi, in particolare il servizio di catering. Tant’è che per la prima volta nel 2015, dopo che anche Andrea ha deciso di seguirci in questo progetto, un’azienda si è affidata a noi per il servizio di catering. Lì è cambiato tutto. Con i soldi di quella commessa abbiamo capito che era il momento di creare e registrare la nostra ufficialmente la nostra nuova società: Chef in Camicia 

Perché avete scelto questo nome e quando avete capito che era il momento di cambiare la vostra idea di business?

Abbiamo scelto questo nome perché da una parte non volevamo utilizzare la giacca tradizionale da chef, che spesso risulta un po’ snob e altezzosa, e perché la camicia è l’indumento maschile più classico e più utilizzato tutti i giorni a lavoro. Tornando invece all’evoluzione della nostra azienda, nel 2016, anche prendendo a riferimento alcune idee americane, abbiamo capito che dovevamo lasciare il mondo del catering e sviluppare video ricette. Proprio per questo, dopo aver registrato per due settimane a casa di un nostro amico 60 video ricette dall’alto della durata di minuto, il 24 aprile 2016 abbiamo pubblicato il nostro primo video su Facebook e Instagram. E da lì non ci siamo fermati più. Tant’è nel 2017, oltre ad avere già una community sui social composta da oltre 100mila persone, abbiamo aperto il nostro primo ufficio, con cucina annessa (set delle creazioni culinarie), e abbiamo ricevuto il nostro primo round di finanziamento.

A settembre 2019 siete diventati una media company anche grazie a un aumento di capitale da 1,2 milioni di euro, quali sono le aree dove state investendo?

Sono essenzialmente tre:

  • Media: dove stiamo investendo in marketing e pubblicità per poter ampliare sempre più la nostra community, che già oggi è la più grande in Italia perché è formata da oltre 3 milioni di persone su tutti i nostri canali social.
  • Piattaforma di e-learning realizzata sul modello master class: permetterà a tutti di imparare vari aspetti della cucina grazie agli insegnamenti dei migliori chef nazionali e internazionali e di ricevere un attestato alla fine del corso. Sarà lanciata il 25 marzo 2020.
  • Assunzioni: proprio recentemente infatti abbiamo accolto nella nostra azienda Dario Villa, il nostro nuovo direttore creativo. Tra l’altro vorrei sottolineare, che essendo un’azienda giovane, crediamo tantissimo nei ragazzi. Infatti prendendo in considerazione tutte e 26 le persone che lavorano all’interno di Chef in Camicia, l’età media è di 27 anni.

Quali sono i principali risultati economici che avete ottenuto in questi anni e quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati per il 2020?

Dal punto di vista economico siamo cresciuti in maniera esponenziale. Dal 2015 al 2019 il fatturato di Chef in Camicia è passato da 20mila euro a 1 milione e 350mila euro (circa +100% ogni anno). Proprio per questo vogliamo chiudere il 2020 con un fatturato pari a 3 milioni di euro. Questo però non è l’unico obiettivo che ci siamo prefissati per quest’anno. Oltre al lancio della piattaforma di e-learning, vogliamo infatti diventare il primo media in Italia attivo nel settore del food guardando a tutti gli strumenti di comunicazione disponibili. Devo anche sottolineare che il programma televisivo “Chef in Camicia”, andato in onda a fine 2019 su Alpha (ora disponibile su Amazon Prime Video), e il nostro libro di ricette sono state due occasioni di mercato che abbiamo colto per migliorare la nostra brand awareness e ampliare la nostra community.

Quali consigli ti senti di dare a tutte le aziende che non fanno uso dei social media?

In un contesto comunicativo come quello odierno è impossibile ormai non guardare alle dinamiche dei social media. Proprio per questo, credo che le aziende che non ne fanno uso sono le stesse che ancora non hanno affrontato un processo di cambiamento. Bisogna infatti sottolineare anche un altro aspetto: i social media non sono più solamente il mondo dei giovani, anzi tutto il contrario. Online infatti siamo in presenza di una community grandissima. In base a questo ciò il consiglio che mi sento di dare alle aziende è questo: se entrate in questo mondo, fatelo per bene e investite seriamente nel personale. Se non avete questa intenzione, non fatelo.