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Tecnologia 23 agosto, 2019 @ 8:32

Chi è l’unica italiana ad aver lavorato in tre startup miliardarie

di Giovanni Iozzia

Staff

Direttore di EconomyUp ed esperto di economia digitale.Leggi di più dell'autore
Ha studiato Sociologia ma fa da sempre il giornalista e segue la tecnologia. È stato direttore di Capital, vicedirettore di Chi e condirettore di Panorama Economy. chiudi
pallone a forma di unicorno
(Ann Suckov, Getty Images)

Articolo tratto dal numero di agosto 2019 di Forbes Italia. Abbonati.

“Sono l’unica italiana ad aver lavorato in tre unicorni”. Mentre lo dice, a Elena Lavezzi brillano gli occhi e come non capirla? A 32 anni ha già attraversato un buon pezzo dell’innovazione internazionale: Uber, Circle e adesso Revolut. Ecco gli unicorni: startup ad alto impatto sul mercato in cui operano e con ritmi di crescita impressionanti, oltre che con valutazioni miliardarie. Sono rari e quindi vengono chiamati come la leggendaria creatura. Dall’app di San Francisco, che in dieci anni ha cambiato l’idea stessa di taxi, alla società irlandese, ma con sede a Boston, che ha messo a punto una piattaforma finanziaria basata sulla blockchain valutata più di 3 miliardi sei anni dopo la fondazione, fino alla neobank da smartphone nata a Londra nel 2015 e già con 5 milioni di clienti in tutto il mondo.

“Un progetto davvero disruptive”, dice Elena a cui tocca adesso, come head of Southern Europe, guidare da Milano lo sviluppo di Revolut in Italia e in altri sette Paesi: Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro, Croazia e Slovenia. Che cos’è Revolut? “Una technology company che offre servizi finanziari”, risponde. “Una piattaforma globale, veloce e completa”. “One banking in one world”, dice lo slogan della startup fondata da due ex bancari, diciamo così, della City di origini russe. Quattro anni dopo ha raccolto quasi 350 milioni di dollari, con una valutazione di 1,7 miliardi.

Si apre il conto sullo smartphone, si attiva la carta di credito e si possono inviare o ricevere soldi in 29 valute. E non finisce qui: entro il 2019 Revolut permetterà di fare trading sulla Borsa americana e di investire in criptovalute; farà credito (diventerà quindi una vera banca…) e lancerà una carta di credito con le emoji per i bambini a partire da sette anni. Una fintech senza confini con l’ambizione di “democratizzare i servizi bancari”: è già uscita dai confini europei, sbarcando in Australia ed è pronta per Singapore, Giappone e Stati Uniti. Nel 2020 sono in programma Hong Kong, Brasile e Russia.

Elena Lavezzi è ora a capo del Southern Europe di Revolut. Guida da Milano lo sviluppo della startup in Italia e in altri sette Paesi: Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro, Croazia e Slovenia.

“La nostra vision è che l’accesso ai servizi bancari non deve essere un privilegio ma un diritto di tutti, in tutto il mondo”. E non è ancora così. Chi la conosce da tempo, dice che Elena mostra lo stesso entusiasmo che mostrava quando parlava di Uber o Circle. E c’è un motivo, che lei spiega così: “In questi anni ho imparato che, per adattarsi a un mondo che cambia alla velocita della luce, c’è solo un modo: essere molto motivati. In qualche modo devi sentire la missione”. Come si arriva a Revolut? “Ho applicato poco di quello che ho studiato”, dice spesso agli amici

Elena e la sua storia dovrebbe essere di ispirazione per tanti giovani alla ricerca di un ruolo in questo mondo che cambia. Va bene la triennale in Bocconi, che non guasta mai. Poi però ci ha aggiunto un anno di lavoro a NewYork, un master in marketing nella storica business school Escp di Parigi, quindi un anno di campus a Londra. Se non altro, a quel punto l’inglese è a posto. E dopo? Uno stage si trova sempre, ma non sempre è la via migliore. Elena ne ha fatti cinque in grandi aziende e dopo ha deciso di puntare sulle startup. “Torno Milano e comincio a lavorare per Ploonge. È stata la mia fortuna”, racconta oggi con il senno di poi. “Mentre ero lì, ho sentito che Uber stava per arrivare in Italia. Ho mandato subito il curriculum, mi hanno richiamato dopo due ore, un paio di colloqui via Skype e dopo una settimana ero assunta”. Esce da Uber come direttore marketing, fa un rapido passaggio in Tinaba, l’app con una banca dentro, giusto per respirare un po’ di fintech, e quindi il salto internazionale con Circle, dove in un anno passa dall’Italia al ruolo di director go-to-market retail Europe, con sede a Londra.

Confessa che ha avuto molte offerte e diverse tentazioni. E che alla fine ha accettato Revolut non solo per poter tornare a Milano… “È la chiusura del cerchio”, dice con soddisfazione. “Uber è the most growing tech company, la società tecnologica con una crescita straordinaria; Circle il fintech; Revolut la combinazione delle due”. Ma ad Elena non basta. Ha aderito con convinzione al progetto Unicef Next Generation (vedi box) e coltiva un sogno che rivela sottovoce perché ancora indefinito: portare in Italia i grandi investitori internazionali di venture capital. “Welcome to the giungle”, come canta il suo rapper preferito Jay-Z. Ma si tratta della giungla digitale.

Tecnologia 2 agosto, 2019 @ 12:47

Startup innovative, il Trentino vi aspetta… e vi finanzia

di Forbes.it

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startup-innovative

Trentino, terra di paesaggi mozzafiato, di vini eccezionali e di mele che potrebbero far ricadere in tentazione anche Biancaneve, ma non solo. Oggi il Trentino è anche terra di startup, una regione che guarda al futuro senza dimenticare la sua vocazione naturalistica. Si inserisce in questo vibrante contesto il bando lanciato da Trentino Sviluppo, l’agenzia della Provincia Autonoma di Trento dedicata a favorire lo sviluppo sostenibile del sistema trentino attraverso la promozione di azioni e servizi volti a supportare la crescita dell’imprenditorialità e la capacità di fare innovazione.

Finanziamenti per startup: Matching fund, il bando di Trentino Sviluppo

Matching fund”, è questo il nome del bando emesso da Trentino Sviluppo a sostegno alle startup e piccole-medie imprese innovative che fa leva sul principio del “matching fund”, ovvero fondi che vengono elargiti in uguale quantità ai fondi disponibili da altre fonti.

Per poter accedere a questi finanziamenti, infatti, le startup dovranno non solo scegliere il territorio provinciale di Trento come propria sede operativa e/o legale, rimanendovi per almeno cinque anni, ma dovranno già avere attivato la leva del sostegno pubblico, quindi essere accompagnate da un investitore privato “terzo” che le sostenga con una quota di investimento tra i 25 mila e i 200 mila euro. Sorpassata la selezione le startup riceveranno da parte della società di sistema della Provincia autonoma di Trento un sostegno economico pari a quello che riceveranno da imprenditori, centri di ricerca privati, business angel.

Come accedere ai finanziamenti per startup di Trentino Sviluppo

I settori interessati dal bando per startup Matching fund sono il green e lo sport-tech, la meccatronica, l’agritech e la qualità della vita. Sulla misura è stato stanziato per il 2019 un budget pari a 700 mila euro.

I criteri di valutazione delle domande per poter accedere ai finanziamenti per startup prenderanno in considerazioni i curriculum vitae, lo stadio di sviluppo dei prodotti e servizi offerti, il grado di innovazione, gli scenari di sviluppo, il know-how dei richiedenti, la validità del business model. La procedura prevede un’istruttoria formale di conformità, una valutazione di merito e una seconda istruttoria da parte di un Comitato di esperti. Le candidature dovranno essere inviate entro il 13 settembre.

Tecnologia 17 luglio, 2019 @ 12:40

Due italiani nella cover story di Forbes Usa: sarà loro la prossima startup miliardaria?

di Forbes.it

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Augusto Marietti (a sinistra) e Marco Palladino, co-fondatori di Kong.

L’edizione internazionale di Forbes ha pubblicato la quinta edizione della Netx Billion-Dollar Startups, una lista di 25 possibili startup che potrebbero diventare unicorni, cioè società non quotate che superano il miliardo di dollari di valutazione. Grazie all’aiuto di TrueBridge Capital Partners, sono state analizzate oltre 150 startup che hanno attività negli Usa per scovare gli “unicorni in erba”. Tra di loro, oltre al servizio di food delivery DoorDash, alla società di real estate Opendoor, al brand di valigie Away e all’azienda di biotech Ginkgo Bioworks, ce n’è anche una, Kong, fondata da due italiani: Augusto Marietti e Marco Palladino.

I due, rispettivamente di 31 e 30 anni, hanno lanciato l’azienda in un garage a Milano, dove hanno entrambi frequentato l’università. In seguito hanno costantemente viaggiato avanti e indietro dalla Silicon Valley per raccogliere fondi. “In quel periodo, avevamo a malapena soldi per mangiare”, dice Augusto che è anche ceo dell’azienda. “Abbiamo sicuramente perso qualche chilo all’inizio”. Ora con sede a San Francisco, Kong – che ha raccolto in totale $ 71 milioni e ha chiuso il 2018 a circa $ 5 milioni di ricavi – ha penetrato con successo il mercato enterprise, con oltre 130 clienti tra cui SoulCycle, Yahoo Japan e WeWork. Kong è essenzialmente un software che permette di proteggere e mettere in sicurezza le API (Application Programming Interface), tecnologia che permette a un server di comunicare con un altro server.

Tra gli investitori può contare sull’appoggio di mostri sacri del venture capital come Andreessen Horowitz, CRV, Index Ventures e New Enterprise Associates. Nell’ultimo round di investimento di marzo ha raccolto $ 43 milioni che permetteranno alla startup di continuare lo sviluppo del prodotto, oltre a espandersi in Asia e in Europa.

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Tecnologia 5 luglio, 2019 @ 2:00

Claudia Pingue è la nuova talent scout degli startupper

di Pieremilio Gadda

Giornalista, coordinatore di Forbes, scrivo di economia e finanza.Leggi di più dell'autore
Giornalista professionista, da febbraio 2018 coordina la redazione milanese del magazine Forbes. Collabora con l’Economia del Corriere della Sera e Milano Finanza. Caporedattore del magazine AdvisorPrivate tra il 2015 e il 2017, in passato ha scritto per l’Espresso, il Messaggero, Capital, Patrimoni, Panorama, Mf e Wall Street Italia. È laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano. chiudi
Claudia Pingue è tra le 100 donne vincenti di Forbes Italia nel 2019. (Courtesy Polihub)

Articolo tratto dal numero di luglio 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

“Quando sono arrivata all’università si usavano ancora i floppy disk. Oggi siamo nel mezzo della quarta rivoluzione industriale. L’Internet of Things e i sistemi d’intelligenza artificiale sono sempre più pervasivi”. Per comprendere la portata dello tsunami tecnologico che ha stravolto il mondo del lavoro, costringendo gli atenei ad attrezzarsi velocemente per essere parte attiva del cambiamento, non esiste forse immagine più efficace di quella scelta da Claudia Pingue, classe 1979, la donna che il Politecnico di Milano ha chiamato a guidare il Polihub, distretto dell’innovazione e acceleratore d’imprese del Politecnico di Milano. Una vera e propria fabbrica di startup, che in sei anni ha raccolto 12.500 idee di nuovi business, ne ha sostenute oltre 600, per 113milioni di euro investiti. Il ritmo di crescita è incalzante, se si pensa che nel solo 2018 le risorse messe in campo sono 28 milioni, suddivisi su 113 aziende ospitate.

“È il 10% del denaro investito in venture capital in Italia”, calcola Pingue. Dallo scorso ottobre la sua attività di talent scout dell’innovazione può contare su Poli360, il nuovo fondo d’investimento di 60 milioni di euro, gestito da 360 Capital Partners, società europea di venture capital che lavora in stretta collaborazione con le strutture dell’ateneo e vede la stessa Pingue in qualità di super-consulente. “Il mio compito come advisor è quello di contribuire a scegliere le idee che meritano di essere sostenute da un punto di vista finanziario”.

Nata a Sulmona in provincia dell’Aquila, Pingue arriva a Milano nel 1998, per iscriversi al corso in ingegneria delle telecomunicazioni. Fin dal principio una scelta di campo precisa. “Sono cresciuta dentro il Politecnico”, racconta a Forbes. Dopo la laurea con il massimo dei voti, nel 2004 viene chiamata come ricercatrice presso gli Osservatori digital innovation della School of management del Politecnico di Milano. Nel 2006 frequenta il master in gestione aziendale e sviluppo organizzativo del Mip – business School del Polimi. Il primo incarico di taglio consulenziale arriva nell’ambito della Fondazione dell’Ateneo, che gestisce Polihub. “Fungevo da trait d’union tra aziende, ricerca e finanziatori, accompagnando le imprese nel percorso di trasformazione digitale”.

Il 2013 è l’anno in cui in Italia nasce la startup innovativa come entità giuridica. Claudia, ex cestista – ha praticato basket a livello agonistico fino ai 28 anni – viene chiamata a gestire l’incubatore dell’Ateneo, in qualità di direttore generale. “Il nostro è un incubatore sui generis”, spiega Pingue, “perché lavoriamo con il deep tech: le idee che aiutiamo a sviluppare fanno leva su asset tecnologici difendibili: non parliamo solo di modelli di business innovativi, ma anche di tecnologie non facilmente replicabili, che nascono dalla ricerca di base, dalle università. Per questo i tempi di maturazione sono mediamente più lunghi”. Dall’idea allo sbarco del prodotto o servizio sul mercato passano in media tre anni. Si parte dalla fase di incubazione. La squadra di Pingue analizza i candidati, esaminando il valore innovativo della tecnologia proposta, il suo grado di maturità e il team che vuole lanciare l’impresa. Se l’idea supera l’esame, parte l’acceleratore. Si attiva formalmente l’azienda, viene testato il modello di business, in stretta collaborazione con il fondo Poli360 e con un club di mentori, costituito da business angel, esperti ed alumni, che collaborano in una logica di give back. “Vogliono restituire un pezzo del loro percorso di successo per favorire la nascita di nuove imprese”.

Se il test di mercato è positivo, si passa alla fase di scaleup: che significa crescita dimensionale, consolidamento organizzativo, espansione sui mercati internazionali. Il tutto in un contesto iper-stimolante e fecondo di opportunità di business, quello dell’Innovation district del Polimi, 8mila mq di spazi d’incubazione su quattro edifici nel quartiere Bovisa, più di 100 realtà tra startup e aziende, che operano in diversi ambiti di innovazione, dal design all’it, dal biomed alle micro e nano tecnologie.

Il tasso di sopravvivenza delle statup accelerate da Polihub, a cinque anni dall’uscita dal programma, è dell’82%. “Siamo molto selettivi in fase di incubazione: su 1.500 richieste, ne accogliamo una cinquantina l’anno”. Il sistema funziona al punto che nel 2018 il Polihub è stato premiato dal ranking di Ubi Global come terzo migliore incubatore universitario al mondo, secondo in Europa, per la capacità di generare impatto sull’economia. Il racconto di Pingue gronda entusiasmo per quello che fa. “Voglio continuare a lavorare a supporto di chi fa impresa”. Ma lascia trapelare anche una nota dolente. Riguarda la scarsa presenza di donne nelle startup, in linea con la media nazionale: 13%. Un dato fermo da tre anni, che nel segmento del deep tech presidiato dal Polimi precipita al 6%. Perché? “Il problema nasce dalla scarsa partecipazione delle donne ai percorsi formativi scientifici: nella nostra università il rapporto tra studentesse e studenti è uno a cinque. Tra ricercatrici e ricercatori uno su tre”.

Il risultato è un impoverimento: dell’università, del mondo lavorativo. E del tessuto imprenditoriale. “Il carburante essenziale che alimenta il potenziale innovativo di una startup è la diversità. Disciplinare, intesa come mescolanza di competenze differenti; culturale, e anche di genere. Una ricerca della Fondazione Kauffman dimostra che la presenza della componente femminile valorizza e completa la capacità di un team di analizzare un problema. Le donne manifestano l’attitudine a interpretare meglio i bisogni del mercato. C’è anche una differenza motivazionale: fanno impresa perché colgono un problema, identificano una possibile soluzione e intravedono un’opportunità di mercato. Gli uomini lo fanno più spesso per necessità”.

Se è vero che, come dice Pingue, le università “sono chiamate a trasformarsi da grandi scuole di formazione a generatori di futuro, c’è ancora del lavoro da fare, almeno sul fronte della parità di accesso. Intanto la manager resta concentrata sulla sua missione di talent scout dell’innovazione. Cosa avrebbe voluto fare in un’altra vita, se non il direttore generale di Polihub? “Il direttore generale di Polihub”, scherza. “La tecnologia mi ha sempre appassionato. Oggi le chiamiamo startup, un tempo era ricerca e sviluppo. In un modo o nell’altro mi sarei comunque occupata di innovazione”.

Claudia Pingue ce l’ha fatta. A immaginarla all’inizio di quel percorso, appena arrivata a Milano dall’Abruzzo, con in mano un floppy disk, viene da sorridere.

Business 27 giugno, 2019 @ 3:00

La startup che trasforma la plastica negli oceani in borse da viaggio

di Anna della Rovere

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borsa persona
(miterro.com)

Robert Luo è sempre stato un ambientalista convinto. E un giorno non molto lontano, il suo sogno di creare una borsa sostenibile, che avrebbe dato “filo da torcere” all’industria della moda si è realizzato con la nascita di Mi Terro, marchio di borse sostenibili che utilizzano plastica riciclata. E così, insieme a un gruppo di studenti della Marshall School of Business della University of Southern California ha realizzato una borsa da viaggio in sughero e plastica dell’oceano riciclata, battezzata Aka, la prima valigia premium in sughero al mondo.

borsa rosso beige
(miterro.com)

Il nome, Mi Terro, è una combinazione di spagnolo e portoghese che significa, non a caso, La Mia Terra. Il motivo è che la maggior parte degli alberi di sughero crescono proprio in Spagna e Portogallo. Un progetto che si è presto trasformato in una storia di successo: la borsa da viaggio, Mi Terro CDS (Cork Duffle Suitcase), è stata finanziata in meno di 22 ore dopo il lancio di febbraio su Kickstarter, sito web americano di finanziamento collettivo per progetti creativi.

Per ciascun modello, che costa sui 200 dollari, vengono utilizzati circa 2 kg di plastica, che arriva a Mi Terro da un’azienda specializzata nel riciclaggio in Cina.

 

Cultura 20 giugno, 2019 @ 9:52

Le startup al femminile devono lottare di più per trovare finanziamenti, lo certifica l’Ocse

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda e tutto ciò che le gravita attorno.Leggi di più dell'autore
Nata in Sicilia, si trasferisce a Milano per studiare giurisprudenza ma soprattutto per inseguire la sua più grande passione: la scrittura. In precedenza ha collaborato con il quotidiano di Class editori MFFashion occupandosi di moda e finanza. Appassionata di romanzi gialli, musica jazz e cinema. chiudi
persone tavolo
(shutterstock)

Cattive notizie per il mondo dell’imprenditoria al femminile. Secondo una ricerca dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che prende in considerazione i paesi dell’OCSE e BRICS e poggia su dati ricavati dalla piattaforma Crunchbase, le startup con almeno una donna nel team di fondatori hanno meno probabilità di ricevere finanziamenti. Queste società ricevono finanziamenti con un importo inferiore di un terzo rispetto alle start-up create da fondatori di sesso maschile. Tra le realtà coperte da Crunchbase, meno del 6% sono fondate solo da donne, mentre il 15% ha almeno una donna tra i fondatori.

L’analisi conferma inoltre che la presenza di gender gap nell’accesso al capitale di rischio è ancora più evidente quando si tratta di operazioni come M&A e IPO. L’Italia e gli Stati Uniti, poi, hanno la più alta quota di start-up con almeno un fondatore femminile (vale a dire il 17% e il 16%, rispettivamente). La possibile soluzione? Il rafforzamento di politiche idonee ad affrontare il divario di genere nel sistema educativo e nel mercato del lavoro.

Certo, come dice la ricerca, a remare contro sono spesso i pregiudizi ingiustificati da parte degli investitori: in tal senso, opzioni politiche pertinenti potrebbero includere, ad esempio, un adeguamento per distorsione di genere nei fondi di capitale di rischio governativi, programmi di sostegno alle imprese per le donne attraverso incubatori e iniziative ad hoc che incentivano la promozione delle donne nei ruoli di leadership. Come sottolinea il report, simile squilibrio di genere può non solo essere ingiusto, ma può anche comportare opportunità mancate per la crescita economica. E dato ancora più negativo emerso da un rapporto di Lawless e Fox, durante gli studi universitari le ragazze hanno meno probabilità rispetto ai ragazzi di immaginare se stessi come imprenditori e sono anche meno fiduciosi nelle loro capacità imprenditoriali.

La direzione dell’OCSE per la scienza, la tecnologia e l’innovazione (STI) sviluppa consulenze strategiche basate su dati ottenuti da campi quali la scienza, la tecnologia, l’industria del benessere e la crescita economica. I suoi documenti strategici coprono una vasta gamma di temi tra cui industria, globalizzazione, innovazione, imprenditorialità, ricerca scientifica e tecnologie emergenti.

Business 17 giugno, 2019 @ 12:00

Ecco come Craig Walker ha creato una serie di startup milionarie

di Forbes.it

Staff

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Forbes Italia è l'edizione italiana del magazine più famoso al mondo su classifiche, cultura economica, leadership imprenditoriale, innovazione e lifestyle. chiudi
(Getty Images)

Craig Walker ha creato un’incredibile serie di startup di successo. Ha raggiunto accordi con i buyer più apprezzati e al tempo stesso ha raccolto fondi dalla gente che conta nella Silicon Valley, consentendo allo stesso tempo alle aziende di operare in modo più snello ed efficiente.

Walker è apparso di recente sul podcast di DealMakers, dove ha condiviso pensieri sul suo viaggio della Valley, i modelli di successo che ha visto, i giorni più difficili che ci si aspetta di affrontare come imprenditore e molti altri argomenti.

Crescere vicino a Steve Jobs
Craig è nato e cresciuto a Cupertino. Ha vissuto in una stradina, poco lontano da dove Steve Jobs e il suo team fondarono Apple, a sole otto abitazioni di distanza. Ha frequentato Berkeley e poi ha ottenuto il suo MBA a Georgetown. Dopo la scuola di business, Craig ha lavorato per Apple in attesa di conseguire il LSAT (The Law School Admission Test), per poi tornare alla facoltà di giurisprudenza di Berkeley.

Essere un avvocato gli ha permesso di avere un’ottima visione di tutto quello che stava accadendo nella Silicon Valley. Ha avuto modo di rappresentare startup, grandi aziende pubbliche che stavano acquisendo startup, venture capitalist e investment banker, la maniera perfetta per studiare l’intero ciclo di crescita di un’azienda.

Lavorando in uno dei due studi legali dominanti, Brobeck, Phleger & Harrison a Palo Alto, ha maturato esperienza con clienti di una certa importanza gestendo le loro operazioni di fusione e acquisizione. Come Cisco Systems, Kleiner Perkins e Sequoia Capital: rappresentò Kleiner quando realizzarono gli investimenti di Serie A in Juniper Networks e lavorò anche all’Ipo di Polycom.

Che si tratti di una Ipo, M&A o finanziamento di venture capital, Craig dice di aver trovato questi accordi una ventata d’aria fresca rispetto alla maggior parte degli altri lavori legali: entrambe le parti di quelle trattative volevano infatti che l’affare fosse concluso.

“Mi hanno insegnato a cercare soluzioni vantaggiose per tutti. Business deals che non sono accordi win-win, o affari che sono totalmente unilaterali, non funzionano mai veramente. “Con il giusto tipo di partnership, puoi fare 1 + 1 = 3”, ha detto Craig.

La gerarchia della Silicon Valley
Craig dice che l’unico problema di essere un avvocato M&A è che si ha in un certo senso potere esecutivo, ma non si prendono decisioni di alto livello.

Nella Valley vedeva gli avvocati in basso, e poi gli investment bankers. Sopra di loro c’erano i venture capitalist, e quindi in cima i fondatori. Craig voleva essere sempre più in alto nella scala gerarchica per poter prendere decisioni importanti.

Ha avuto la possibilità di farlo con il fondo di investimento TeleSoft Partners, che lo ha invitato a salire a bordo per fare investimenti online nel settore delle telecomunicazioni. Ricorda: “Dei nostri primi otto investimenti, quattro sono stati acquisiti, due sono diventati pubblici, e forse due sono falliti”. Non è affatto un cattivo rapporto.

I 5 errori più grandi che fanno i fondatori
Nella sua esperienza, Craig afferma che i cinque errori più comuni che ha rilevato tra le startup sono:

  1. Essere troppo avidi e non creare accordi vantaggiosi per entrambe le parti
  2. Scalare troppo velocemente la vetta e spendere troppi soldi
  3. Non fidarti di te stesso quando le decisioni devono essere prese
  4. Scarse dinamiche interpersonali tra i fondatori
  5. Non anticipare una minaccia concorrenziale al prodotto o all’azienda

Il giorno più brutto come Ceo
Ci possono essere molti giorni difficili quando sei un imprenditore. Craig ne ha avuto uno nel 2001 quando è entrato come Ceo di una società VoIP nella quale il suo fondo aveva investito. Sfortunatamente, quando scoppiò la bolla delle dot-com, il consiglio di amministrazione della società si rese conto che erano cresciuti troppo in fretta e stavano bruciando troppi soldi nel tentativo di sopravvivere.

Il consiglio decise quindi di apportare una modifica, ridurre immediatamente i costi in modo da poter vendere la società prima di dover chiudere i battenti. Craig era il ragazzo adatto per farlo.

La società aveva appena tagliato di metà gli stipendi dei dipendenti, da 300 a 150. Dopo gli applausi per la sua nomina come nuovo amministratore delegato, Craig ha dovuto spiegare che l’unico modo per salvare la compagnia era tagliare tutto il personale fino a 15. Doveva farlo prima del successivo giorno di paga.

Anche se non conosceva bene la squadra di allora, ricorda ancora l’esperienza come il giorno più difficile della sua carriera.

Il rischio valse la pena, abbattuti costi per 4 milioni di dollari al mese, Craig riportò la compagnia in terreno redditizio e Yahoo bussò alla porta. Yahoo vide la società utile per evitare di perdere il mercato di Skype in rapida crescita e sborsò la cifra di 50 milioni. “Tratta ogni dollaro del tuo conto in banca come ossigeno. Non sprecare il tuo ossigeno!”, dice Craig.

Da zero a 100 milioni in soli 24 mesi
La startup seguente di Craig è stato il servizio di telefonia su Internet GrandCentral, che fornisce agli utenti un unico numero di telefono per accedere a tutti i loro contatti di casa e lavoro. Hanno raccolto 4 milioni in un round di Serie A guidato da Minor Ventures, lo hanno costruito, lanciato e il loro prodotto è stato apprezzato dai clienti. Prima che potessero chiudere il round di Serie B, Google ha chiamato e offerto loro 100 milioni per l’avvio, a soli 18 mesi di serie A. Il team si è unito a Google, aggiungendo milioni di nuovi utenti e trasformando GrandCentral in quello che oggi conosciamo come Google Voice.

Dialpad, AI per il tuo telefono
L’ultima startup di Walker, Dialpad, porta tutti i suoi precedenti lavori al livello più alto combinando sistemi telefonici basati su cloud per le aziende e integrando l’intelligenza artificiale per creare i processi più efficienti sia per i clienti sia per i fornitori.

In concreto, l’obiettivo di Dialpad è rendere più semplice l’esperienza telefonica professionale. I prodotti di Dialpad comprendono Conferencing (UberConference), Phone Systems (Dialpad) e Call Center (supporto per tastiera e tastierino).

Finora Dialpad ha raccolto 120 milioni di dollari dagli investitori più famosi come Andreessen Horowitz, Google Ventures, Felicis Ventures, SoftBank e Iconiq Capital. Probabilmente uno dei più efficienti team che qualsiasi startup potrebbe sognare. La valutazione più recente riportata della società era di 500 milioni di dollari.

Oggi Dialpad funziona con alcuni dei più grandi nomi del business – WeWork, Motorola e Uber sono degli esempi – non solo per rendere i propri dipendenti più produttivi, ma per scoprire i modi innovativi in ​​cui opera l’intelligenza artificiale.

Più recentemente, Dialpad ha lanciato Dialpad Sell, pensato per aiutare i venditori non solo a gestire senza problemi chiamate, messaggistica e video calls, ma anche per utilizzare le funzionalità AI per analizzare l’opinione dei clienti e ricevere coaching in tempo reale dai loro manager.

Tecnologia 7 giugno, 2019 @ 8:00

Una startup italiana ha ideato un modo per ridurre i danni dei terremoti

di Marco Barlassina

Direttore, Forbes.it

Direttore Forbes.itLeggi di più dell'autore
Giornalista professionista, prima di dirigere Forbes.it, ha diretto periodici specializzati nella finanza personale, nel risparmio gestito e nel Fintech. Dal 2008 al 2013 si è occupato del coordinamento editoriale dei siti Finanza.com, collaborando allo sviluppo dell’area editoriale delle testate online borse.it e finanzaonline.com. È laureato in Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari presso l'Università Bocconi di Milano. chiudi
Amatrice dopo il terremoto
La cittadina di Amatrice sconvolta dal terremoto dell’agosto 2016 (Shutterstock)

ISAAC-AMD, dispositivo che contrasta le oscillazioni degli edifici durante un terremoto riducendo i rischi di danni o collassi è il progetto vincitore dell’edizione italiana degli Everis Awards 2019 organizzati dalla Fondazione Everis.

Isaac, la startup italiana che ha realizzato il progetto, è stata premiata con 20mila euro, servizi di mentoring, 5mila euro da spendere su Google Cloud Platform e l’accesso alla finale internazionale di Madrid, dove le startup selezionate in altri 10 Paesi si confronteranno per altri 60mila euro in palio.

Cosa fa nella pratica ISAAC?

Durante un terremoto il vero problema non è il terremoto in sé, ma come si comportano gli edifici in risposta a questo fenomeno: le strutture civili possono infatti subire danni o crollare se non sono costruite con criteri antisismici. Di solito questo problema viene affrontato correttamente nella costruzione di nuovi edifici, mentre per quanto riguarda gli edifici esistenti, tutte le soluzioni disponibili hanno un punto debole comune: devono essere sempre studiate ad hoc per ogni specifico edificio, aumentando i costi, i tempi e l’invasività dell’intervento.

L’ISACC-AMD è un dispositivo per la protezione sismica di edifici già esistenti. All’ultimo piano di un edificio viene collocata una massa inerziale movimentata da motori elettrici che esercita una forza sul tetto dell’edificio capace di diminuire l’ampiezza delle oscillazioni dello stesso. In termini più semplici potremmo immaginare un peso che si muove sopra il tetto della casa verso destra quando l’oscillazione muove l’edificio verso sinistra e viceversa. Non appena la struttura viene colpita da un evento sismico, il dispositivo contrasta così le oscillazioni dell’edificio, riducendo i rischi di danni o collassi.

Il movimento della massa inerziale è regolato da algoritmi e da sensori distribuiti lungo l’edificio. In questo modo il sistema identifica autonomamente un modello dinamico continuamente aggiornato dell’edificio. ISAAC inoltre monitora e analizza la stabilità dell’edificio 24 ore su 24 e sette giorni su sette.

La tecnologia ISAAC è in attesa di concessione del brevetto e la fattibilità tecnologica del dispositivo è stata dimostrata con diverse soluzioni prototipali. La startup sta attualmente realizzando una campagna di raccolta fondi utili a perfezionare le soluzioni sviluppate e quindi ottenere le certificazioni richieste.

Le altre realtà finaliste degli Everis Awards erano:

3BEE che ha sviluppato HIVE-TECH, un IoT data-driven Decision Support System basato su Algoritmi di AI in grado di valutare il benessere degli animali per ridurre i trattamenti chimici.

E-Gap, il primo servizio di ricarica mobile per veicoli elettrici. Un’APP geolocalizza la posizione del veicolo da ricaricare ed entro 90 minuti viene fornita la ricarica mediante uno dei van della flotta di E-GAP.

PROMETHEUS, che ha sviluppato EMATIK, una soluzione progettata per la cura delle ferite cutanee, in grado di realizzare una seconda pelle per una completa rigenerazione della ferita senza comparsa di cicatrici.

INNOVACARBON, propone un filtro innovativo basato su nanomateriali come mezzi adsorbenti per depurare acque di scarico industriali e bonificare siti contaminati da idrocarburi.

FILIPARI, che ha sviluppato VEROMARMO, un microfilm indossabile contenente polvere di marmo che può essere combinato a diverse tipologie di tessuto.

MOI, che ha brevettato un processo di additive manufacturing in grado di stampare in 3D oggetti ad elevate prestazioni in materiale composito a fibra continua.

TMEK, un nuovo test diagnostico rapido e a basso costo per la malaria basato sulle proprietà magnetiche dei globuli rossi (RBC) infetti e dei cristalli di emozoina (HC) prodotti dall’agente patogeno della malaria.

Investimenti 27 maggio, 2019 @ 8:00

Il Barcellona lancia un fondo da 120 milioni per startup sportive

di Forbes.it

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Lionel Messi del Barcellona. (Photo by Alex Caparros/Getty Images)

Il Barcellona vuole fare il gestore. Il club catalano ha infatti lanciato un fondo di private equity, Barça Ventures, che mira a raccogliere 120 milioni di euro per startup che si occupano di sonno, alimentazione e monitoraggio di prestazioni sportive. La società blaugrana non metterà a disposizione capitale per questo fondo ma gestirà i contributi che arriveranno da investitori internazionali e si metterà a disposizione come “laboratorio” in cui testare le soluzioni ideate.

L’obiettivo è quello di raccogliere la somma prevista entro due anni e iniziare ad investire in startup che consentano miglioramenti sostanziali in uno dei tre ambiti in cui Barça Ventures vuole specializzarsi. Il fondo si concentrerà infatti su progetti legati all’alimentazione, al sonno e alle prestazioni nel mondo dello sport. Il primo mercato in cui la società catalana ha deciso di presentare il fondo è quello degli Stati Uniti. E sono già stati firmati accordi con varie università come MIT e Yale.

È la prima volta che una squadra di calcio mira a diventare il gestore di un fondo ma il Barcellona potrà così potenziare il nuovo Barca Innovation Hub, ecosistema creato nel 2017 per riunire tutte le conoscenze del club, da quelle sportive al marketing. I progressi che verranno fatti da questa nuova iniziativa verranno messi a disposizione dei 2.800 giovani atleti che fanno parte della cantera del Barcellona. Non solo quella del calcio, ma anche nella pallacanestro e nella pallamano.

Il Barcellona in passato ha collaborato con oltre 80 startup e dato vita a progetti innovativi insieme a multinazionali come Gatorade, con cui ha creato bottiglie speciali dotate di bluetooth in grado di controllare l’idratazione dei giocatori, e con Realtrack Systems il Barça ha messo a punto dei gilet che consentono di raccogliere 20mila dati al secondo per ciascun giocatore.

Tecnologia 22 maggio, 2019 @ 12:25

Transferwise è ora la startup fintech di maggior valore in Europa

di Simona Politini

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Transferwise-startup-fintech
Kristo Käärmann, cofondatore e ceo di TransferWise

Transferwise, la startup britannica che offre servizi per il trasferimento di denaro, ha ottenuto secondo il Financial Times un nuovo round di finanziamenti da venture capitalist che hanno portato la valutazione della società a 3,5 miliardi di dollari. In questo modo Transferwise è divenuta la startup fintech più preziosa d’Europa, quella caratterizzata dal maggior valore

Transferwise la startup fintech da 3,5 miliardi di dollari

Transferwise ha messo in cassa $ 292 milioni di dollari grazie a una vendita privata di azioni appartenenti ai primi investitori, ai dipendenti ed agli stessi fondatori, Taavet Hinrikus e Kristo Käärmann che stanno vendendo meno di un quinto delle loro partecipazioni nella società. Un modo questo per fare cassa senza la necessità di trasformarsi in una public company. “La compagnia non ha bisogno di contanti.” ha dichiarato Hinrikus, che però ha specificato: “Credo ancora che alla fine diventeremo una società pubblica, ma questo dimostra che non c’è fretta. Siamo una società redditizia, abbiamo tutto sotto controllo”.

Chi, grazie a questa nuova vendita, è entrato in Transferwise adesso è il gruppo di private equity europeo Vitruvian Partners e le società di investimento statunitensi Lone Pine Capital e Lead Edge Capital, mentre i primi investitori Andreessen Horowitz e Baillie Gifford hanno aumentato le loro partecipazioni. Anche i fondi gestiti da BlackRock hanno contribuito al round.

LEGGI ANCHE: “Fintech 50: la classifica Forbes delle aziende più innovative del 2019”

I numeri della startup Transferwise

Fondata nel 2011, Transferwise ha raggiunto oggi numeri davvero importanti. Secondo quanto dichiarato dalla startup, 10.000 sono i nuovi clienti business ogni mese, 5 milioni i clienti totali in tutto il mondo e 4 i miliardi di sterline transati mensilmente. Il servizio attualmente supporta 1.600 rotte valutarie ed è disponibile per 49 valute.

La startup impiega oltre 1.600 persone in dodici uffici globali e afferma ne assumerà altre 750 nei prossimi 12 mesi. I dati finanziari per l’anno fiscale che si è concluso a marzo 2018 hanno rivelato una crescita del fatturato del 77% a 117 milioni di sterline e un utile netto di 6,2 milioni di sterline al netto delle imposte. Inoltre, da poco è sbarcata in Italia.

La strategia di Transferwise, la startup fintech per il trasferimento di denaro

Transferwise punta a crescere adottando un approccio moderno che mette al primo posto il cliente: tasse ridotte, una piattaforma online semplice e intuitiva nella navigazione, maggiore trasparenza sulle commissioni bancarie e servizi di cambio valuta efficienti, sono questi i servizi di valore con i quali la startup vuole sfidare i colossi del settore Western Union e MoneyGram.