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Investimenti 21 Gennaio, 2020 @ 11:30

Rejoint, la startup bolognese dove la medicina incontra Big Data e I.A.

di Forbes.it

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Gian Guido Riva, founder Rejoint (courtesy Rejoint)

Arrivano nuovi fondi per Rejoint, la startup innovativa bolognese che sviluppa protesi personalizzate per il ginocchio. L’azienda ha chiuso un round di investimento di 1,350 milioni di euro dai business angel di IAG e dagli investitori della community di equity investing on-line Doorway.

Una notizia importante per Rejoint, visto che è nata con un obiettivo fondamentale: soddisfare quel 20% delle persone, che dopo essersi sottoposte ad un intervento di sistemi protesici al ginocchio, rimangono insoddisfatte per le problematiche che influenzano la qualità della vita: dolore, infiammazione, mismatch dimensionale.

Rejoint: Intelligenza artificiale e Big Data a sostegno della medicina

Per dar vita ai suoi dispositivi realizzati ad hoc per ogni paziente, Rejoint si basa sull’applicazione al settore della medicina ricostruttiva, della Realtà Aumentata, dell’Intelligenza Artificiale (per studiare l’anatomia del paziente e progettare l’impianto), della più innovativa tecnologia di stampa 3D (utilizzata anche durante gli interventi chirurgici) e dei Big Data, attraverso tutori sensorizzati che permettono di monitorare la riabilitazione del paziente nonché il continuo miglioramento del prodotto.

Soddisfatti della partnership con IAG e Doorway, e del conseguente round di investimento, i founder di Rejoint Gian Guido Riva e Lorenzo Viva, spiegano: “Insieme porteremo forte innovazione nell’ottica del trattamento personalizzato di tutto il “patient journey” in un mercato costantemente in crescita ma caratterizzato ad ora da un’offerta di prodotti e servizi “matura”.

IAG, Italian Angels for Growth, è stata fondata nel 2007 e oggi è il più grande network di business angels in Italia, tant’è che riunisce oltre 200 protagonisti del mondo imprenditoriale, finanziario e industriale  in più di dieci anni di attività, ha analizzato oltre 5.000 startup e i suoi soci hanno realizzato oltre 80 investimenti, per un totale di 157 milioni di euro investiti dai soci IAG e suoi co-investitori. 

Doorway, invece, è una startup innovativa, attiva sul mercato dal 2019, che ha uno scopo ben preciso: innovare l’industria della raccolta di capitale di rischio destinati a startup e PMI, tramite un’esclusiva piattaforma Fintech di equity investing on line, autorizzata da Consob. Essa è dedicata e rivolta ad investitori per supportare lo sviluppo e l’internazionalizzazione di startup e PMI ad alta scalabilità. La missione è supportare gli investitori nel diversificare il loro patrimonio, canalizzando parte della loro dotazione finanziaria verso l’economia reale.

Business 18 Gennaio, 2020 @ 11:06

Chef in Camicia: la media company food “nata in un bar”

di Massimiliano Carrà

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Chef in Camicia
“Chef in Camicia” – a sinistra Nicolò Zambello, al centro Luca Palomba, a destra Andrea Navone

“Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo”. Così cantava nel 1991 Gino Paoli e così nasce, seppur con qualche differenza, la startup food tutta italiana Chef in Camicia.  Ideata da Nicolò Zambello e Luca Palomba (in arte Lello), ex compagni di scuola delle elementari, Chef in Camicia prende vita, un po’ come narra il famoso cantautore italiano, da una semplice chiacchierata informale tra due amici, diventati subito tre grazie all’inserimento dell’altro compagno di scuola delle elementari Andrea Navone, con una passione comune: la cucina. 

L’obiettivo? In primis cambiare le loro vite, accostando al proprio stipendio mensile che percepivano dalle aziende per cui lavorano altre entrate economiche, e in secundis rivoluzionare il mondo del food in Italia. Un progetto ambizioso e forse anche folle, fatto sta che oggi Chef in Camicia è una media company che conta 26 persone.

Chef in Camicia: dal catering alle video ricette sui social

Per capire meglio la storia, l’evoluzione e la crescita di Chef in Camicia, la nostra redazione ha intervistato Nicolò Zambello, ceo e founder dell’azienda italiana attiva nel settore del food. 

Nicolò come e quando nasce l’idea di Chef in Camicia?

Chef in Camicia nasce alla fine del 2014 da un’idea mia e di Luca con un’idea ben precisa: sfruttare la nostra passione per la cucina per accostare ai nostri stipendi mensili altre entrate economiche. Entrambi infatti, prima di dedicarci anima e corpo a questo progetto, avevamo un altro lavoro: io nel settore delle startup, mentre Lello era un agente immobiliare. La nostra idea iniziale di Chef in Camicia però era totalmente diversa rispetto a quella odierna. Infatti, il nostro settore di riferimento era il mondo degli eventi, in particolare il servizio di catering. Tant’è che per la prima volta nel 2015, dopo che anche Andrea ha deciso di seguirci in questo progetto, un’azienda si è affidata a noi per il servizio di catering. Lì è cambiato tutto. Con i soldi di quella commessa abbiamo capito che era il momento di creare e registrare la nostra ufficialmente la nostra nuova società: Chef in Camicia 

Perché avete scelto questo nome e quando avete capito che era il momento di cambiare la vostra idea di business?

Abbiamo scelto questo nome perché da una parte non volevamo utilizzare la giacca tradizionale da chef, che spesso risulta un po’ snob e altezzosa, e perché la camicia è l’indumento maschile più classico e più utilizzato tutti i giorni a lavoro. Tornando invece all’evoluzione della nostra azienda, nel 2016, anche prendendo a riferimento alcune idee americane, abbiamo capito che dovevamo lasciare il mondo del catering e sviluppare video ricette. Proprio per questo, dopo aver registrato per due settimane a casa di un nostro amico 60 video ricette dall’alto della durata di minuto, il 24 aprile 2016 abbiamo pubblicato il nostro primo video su Facebook e Instagram. E da lì non ci siamo fermati più. Tant’è nel 2017, oltre ad avere già una community sui social composta da oltre 100mila persone, abbiamo aperto il nostro primo ufficio, con cucina annessa (set delle creazioni culinarie), e abbiamo ricevuto il nostro primo round di finanziamento.

A settembre 2019 siete diventati una media company anche grazie a un aumento di capitale da 1,2 milioni di euro, quali sono le aree dove state investendo?

Sono essenzialmente tre:

  • Media: dove stiamo investendo in marketing e pubblicità per poter ampliare sempre più la nostra community, che già oggi è la più grande in Italia perché è formata da oltre 3 milioni di persone su tutti i nostri canali social.
  • Piattaforma di e-learning realizzata sul modello master class: permetterà a tutti di imparare vari aspetti della cucina grazie agli insegnamenti dei migliori chef nazionali e internazionali e di ricevere un attestato alla fine del corso. Sarà lanciata il 25 marzo 2020.
  • Assunzioni: proprio recentemente infatti abbiamo accolto nella nostra azienda Dario Villa, il nostro nuovo direttore creativo. Tra l’altro vorrei sottolineare, che essendo un’azienda giovane, crediamo tantissimo nei ragazzi. Infatti prendendo in considerazione tutte e 26 le persone che lavorano all’interno di Chef in Camicia, l’età media è di 27 anni.

Quali sono i principali risultati economici che avete ottenuto in questi anni e quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati per il 2020?

Dal punto di vista economico siamo cresciuti in maniera esponenziale. Dal 2015 al 2019 il fatturato di Chef in Camicia è passato da 20mila euro a 1 milione e 350mila euro (circa +100% ogni anno). Proprio per questo vogliamo chiudere il 2020 con un fatturato pari a 3 milioni di euro. Questo però non è l’unico obiettivo che ci siamo prefissati per quest’anno. Oltre al lancio della piattaforma di e-learning, vogliamo infatti diventare il primo media in Italia attivo nel settore del food guardando a tutti gli strumenti di comunicazione disponibili. Devo anche sottolineare che il programma televisivo “Chef in Camicia”, andato in onda a fine 2019 su Alpha (ora disponibile su Amazon Prime Video), e il nostro libro di ricette sono state due occasioni di mercato che abbiamo colto per migliorare la nostra brand awareness e ampliare la nostra community.

Quali consigli ti senti di dare a tutte le aziende che non fanno uso dei social media?

In un contesto comunicativo come quello odierno è impossibile ormai non guardare alle dinamiche dei social media. Proprio per questo, credo che le aziende che non ne fanno uso sono le stesse che ancora non hanno affrontato un processo di cambiamento. Bisogna infatti sottolineare anche un altro aspetto: i social media non sono più solamente il mondo dei giovani, anzi tutto il contrario. Online infatti siamo in presenza di una community grandissima. In base a questo ciò il consiglio che mi sento di dare alle aziende è questo: se entrate in questo mondo, fatelo per bene e investite seriamente nel personale. Se non avete questa intenzione, non fatelo. 

SpaceEconomy 17 Gennaio, 2020 @ 5:26

Lo spazio è la nuova città d’oro: investimenti record nel 2019. Scontro miliardario tra Bezos e Musk

di Massimiliano Carrà

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uomo guarda il cielo di notte
GettyImages

di Alex Knapp per Forbes.com

Lo scorso anno i venture capitalist hanno investito 5,8 miliardi di euro in 178 startup legate al mondo dello spazio, un aumento del 38% rispetto all’anno precedente. Ciò, secondo un report della società di venture capital Space Angels, rende il 2019 l’anno che ha ottenuto più investimenti privati per lo spazio. 

Le startup Blue Origins e SpaceX, sostenute rispettivamente dai miliardari statunitensi Jeff Bezos ed Elon Musk, da sole hanno raccolto circa il 41% degli investimenti, a cui si sono aggiunti poi quelli di altre imprese spaziali in Cina e nel Regno Unito. Altri investitori hanno anche cercato di entrare in contatto con le aziende nelle fasi successive.

“Riteniamo che ciò rifletta una sana maturazione dell’ecosistema spaziale imprenditoriale che accade quando le aziende nella fase iniziale passano dall’idea alla crescita”, ha dichiarato il CEO Chad Anderson in un email che accompagna il report.

La sfida tra Jeff Bezos ed Elon Musk

Secondo il rapporto, Jeff Bezos, co-fondatore di Amazon, ha investito circa 1,4 miliardi di dollari nella sua azienda, raccogliendo il capitale vendendo azioni del più grande sito di e-commerce al mondo.

SpaceX di Elon Musk non è rimasta molto indietro: la società ha raccolto poco più di 1 miliardo di dollari nel 2019 nelle serie J, K e L, portando la valutazione l’azienda, secondo Pitchbook, oltre 33 miliardi dollari. La società internet OneWeb Satellites ha anche raccolto oltre 1 miliardo di dollari di investimenti, guidati da Softbank Group e Grupo Salinas.

Spazio: gli USA trainano gli investimenti

Gli Stati Uniti sono ancora il Paese che raccoglie più investimenti per il settore dello spazio. Infatti ha contribuito al 55% del finanziamento totale registrato nel 2019 che, tra l’altro, è stato destinato a società con sede proprio negli USA. 

Le startup spaziali nel Regno Unito hanno invece attirato circa il 24% degli investimenti registrati nell’anno appena volto al termine. Il Paese che ha visto incrementare maggiormente l’attività in questo settore è la Scozia, dove tra l’altro è in costruzione uno spazioporto. 

Il singolo round di finanziamento più grande però proviene non dagli USA, ma dalla Cina. Qianxun SI, sostenuto da Alibaba, ha raccolto a ottobre un investimento di 141 milioni di dollari, in gran parte da società statali cinesi. La società sta sviluppando un sistema di posizionamento satellitare per l’internet of things per ottenere geolocalizzazioni accurate al centimetro.

I settori che hanno attirato più investimenti

In termini di settore industriale, gli investimenti sono stati divisi equamente tra i settori del lancio e dei satelliti: l’osservazione della Terra coinvolge la più grande singola applicazione per i satelliti, seguita dalla produzione satellitare e quindi dalle comunicazioni. In termini di volume degli affari, tuttavia, circa il 75% dei round erano sono stati orientati verso il settore satellitare.

Da quanto afferma il report, dal 2009 sono stati già investiti nel settore delle startup spaziali circa 25,7 miliardi di dollari. La crescita è avvenuta soprattutto negli ultimi anni. In sintesi, sono state circa 535 startup che hanno ricevuto finanziamenti dal 2009, ma con la crescita del settore a livello internazionale questo numero dovrebbe aumentare. “L’ecosistema spaziale imprenditoriale si è dimostrato solido dal punto di vista finanziario, sempre più globale e diversificato tematicamente”, rivela il report.

Business 17 Gennaio, 2020 @ 11:15

Il club “Phigital” degli investitori in startup

di Forbes.it

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startup
(shutterstock)

La ricerca di rendimento in un mondo a tassi zero sta ormai da qualche tempo spingendo gli investitori di tutto il mondo verso la ricerca di asset class alternative, decorrelate dall’andamento dei mercati finanziari e soprattutto in grado di aggiungere una componente di extra-rendimento ai portafogli.

Un posto di primo piano in questo quadro lo hanno gli investimenti in attività reali, che siano aziende non quotate o startup. Tipologie di attivi sui quali l’industria finanziaria si è esercitata nella proposta di veicoli ad hoc, che racchiudono in un paniere un insieme spesso eterogeneo di singoli investimenti. Per gli high net worth individual, ossia le persone dotate di grandi patrimoni, che rappresentano tipicamente la platea ideale a cui indirizzare investimenti di questo tipo, non vi è però facoltà di mettere a frutto le competenze nel mondo dell’impresa spesso sviluppate nel corso della propria carriera, che potrebbero essere utilizzate per riconoscere le iniziative più meritevoli di supporto finanziario.

A cercare di risolvere questo problema è una realtà italiana, convinta che le startup possano candidarsi a diventare una asset class alternativa per il mondo del private banking. E soprattutto che lo possano fare con una formula non convenzionale.

“Vogliamo essere un ponte tra il mondo del private banking e quello delle asset class alternative, nello specifico delle scale up, ossia delle startup che sono già in possesso di un modello di business funzionante e con fatturati importanti”, spiega Antonio Chiarello, founder di ClubDealOnline, piattaforma italiana di investimento autorizzata e vigilata dalla Consob, che permette l’accesso diretto a singole iniziative imprenditoriali.

Le startup secondo noi possono diventare un asset class, con due vantaggi: l’investitore può diversificare andando a investire direttamente, non tramite un fondo, in un’azienda che di cui conosce la storia e le potenzialità. Contemporaneamente per le startup significa avere la disponibilità di capitali pazienti che possono aiutare a crescere, senza la necessità di essere remunerati immediatamente, perché l’investimento in startup è di medio periodo, dai 5 ai 7 anni”.

Le startup come nuova asset class per il private banking sono state al centro di un evento che ClubDealOnline ha organizzato in collaborazione con Forbes Italia presso Palazzo Cusani a Milano durante il quale si sono confrontati alcuni dei player più importanti del private banking italiano: Alberto Martini di Banca Mediolanum, Leonardo Cervelli di Banca Sella, Luigi Provenza di Widiba e Stefano Lenti di IWBank Private Investments. Che insieme
al pubblico in sala hanno anche potuto conoscere alcune delle startup nel portafoglio di ClubDealOnline: Eucardia e D-Orbit.

Investire in startup, nuova asset class per il private banking
Evento ClubDealOnline organizzato in collaborazione con Forbes

Come spiega Fabio Blandino, managing director di ClubDealOnline: “C’è una componente offline, i roadshow, in cui grazie alle partnership con alcune delle maggiori realtà del private banking italiano, presentiamo le startup agli investitori, che hanno modo di toccare con mano il modello di business e il valore dell’imprenditore che ci sta dietro. L’investimento avviene poi, online, sulla piattaforma. E’ lì che si chiude il processo decisionale, con un modello
che consente di tarare l’investimento a seconda delle disponibilità e delle aspettative di ritorno”.

I soggetti a cui l’offerta è rivolta sono, come detto, gli high net worth individual. Un soggetto quindi che ha usualmente già in essere un rapporto con una struttura di private banking. “Noi ci avviciniamo all’investitore attraverso il private banking”, spiega ancora Blandino, “perché la struttura conosce le abitudini di investimento ed è in grado di definire quali profili di investitore sono più coerenti con la nostra proposta agevolando anche il rapporto di connessione diretta”.

Investimenti 9 Gennaio, 2020 @ 2:07

Microcredito di Impresa: la startup che finanzia Pmi e professionisti

di Forbes.it

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Massimo Laccisaglia
Massimo Laccisaglia, ad Microcredito di Impresa

Articolo apparso sul numero di dicembre 2019 di Forbes. Abbonati

Il microcredito in rampa di lancio con il crowdfunding. Questa la svolta attesa dagli operatori del settore e di cui iniziano a vedersi i primi incoraggianti segnali, come racconta a Forbes Italia il team di Microcredito di Impresa, la startup fintech autorizzata da Banca d’Italia a prestare, come stabilito dalla normativa di riferimento, fino a un massimo di 35mila euro a startup, piccole imprese o professionisti con anzianità inferiore ai cinque anni.  A fine ottobre ha deciso di sfruttare il crowdfunding lanciando una campagna su BacktoWork che è in poco tempo andata in overfunding rispetto agli obiettivi minimi di raccolta che si era posta.

“Vogliamo imprimere una svolta al settore del microcredito, che offre grandi opportunità sia agli investitori di equity che di debito”, spiega Massimo Laccisaglia, amministratore delegato di Microcredito di Impresa e presidente di Innovative-RFK, tra i soci fondatori. “Ci piace questo settore perché coniuga forti esternalità positive con ottime opportunità di ritorno per gli investitori”. Ma il microcredito ancora non è decollato in Italia se è vero che la domanda potenziale da parte di tutti questi soggetti privi di storia creditizia viene stimata dal ministero dello sviluppo economico in oltre un miliardo di euro l’anno. Ed è qui che entra in campo BacktoWork, la piattaforma di crowdfunding fondata da Alberto Bassi (di cui Forbes Italia vi ha raccontato la storia sul numero di novembre) grazie alla quale Microcredito di Impresa mira a realizzare un aumento di capitale fino a 5 milioni di euro con l’obiettivo di prendere la guida di questo mercato a livello italiano.

Diego Rizzato
Diego Rizzato, dg Microcredito di Impresa

“Anche se gli operatori di microcredito sono ancora pochi, 13 società in tutta Italia, questo settore è ormai pronto per una crescita esplosiva”, dice convinto Diego Rizzato, direttore generale di Microcredito di Impresa. “Per questo ci stiamo dotando dei capitali necessari per stabilire rapporti di partnership con gli istituti bancari, che, pur potendo erogare direttamente microcredito, di fatto ci manifestano spesso la preferenza ad operare tramite un soggetto specializzato, come noi”. Ma la raccolta di funding non si ferma alle banche, la società sta già lavorando con alcuni fondi di debito che sottoscriveranno obbligazioni per poter mixare la provvista oltre che con alcuni istituti specializzati nell’acquisto o cartolarizzazione dei finanziamenti erogati dopo un periodo di ammortamento concordato, confidano Laccisaglia e Rizzato.

Se tutte le potenziali offerte di microcredito a professionisti, startup e pmi fossero soddisfatte potrebbero nascere 40mila nuove imprese l’anno e 100mila nuovi posti di lavoro.  La domanda reale, però, è oggi inferiore al 10% di questo potenziale. Un punto su cui gli operatori del microcredito come Microcredito di Impresa fanno particolare affidamento per sfondare nel mercato è la garanzia dell’80% da parte del Fondo di Garanzia che assiste i micro-prestiti, come prevede la normativa di riferimento, il decreto attuativo dell’art. 111 del TUB n. 176/2014 e le relative disposizioni attuative della Banca d’Italia.

Tecnologia 30 Dicembre, 2019 @ 10:00

Storia di una startup brianzola arrivata a quotarsi alla Borsa di Toronto

di Giovanni Iozzia

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Direttore di EconomyUp ed esperto di economia digitale.Leggi di più dell'autore
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Claudio Erba ha fondato nel 2005 Docebo, piattaforma di formazione digitale a distanza, utilizzata da 1,600 aziende in 68 paesi. (Courtesy Docebo)


Articolo tratto dal numero di dicembre 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

“In Brianza, se non sei un imprenditore, a scuola di solito ti picchiano…”.

Tra il serio e il faceto Claudio Erba ci porta così alle origini del suo successo. Docebo, la ex startup da lui fondata nel 2005 nella casa di famiglia vicino alle curve dell’autodromo di Monza, è una delle belle storie del 2019: un’impresa con testa e cuore italiani che si è quotata alla Borsa di Toronto, raccogliendo 75 milioni di dollari. “Io ti insegnerò”, dice il nome latino, e infatti Docebo è una piattaforma di e-learning, formazione digitale e a distanza ovviamente, utilizzata da 1.600 aziende in 68 paesi, da Amnesty International a Intesa Sanpaolo: la dimostrazione di quel che possono fare le tecnologie digitali applicate alla formazione aziendale.

Come si fa a creare una multinazionale della formazione, quasi 300 dipendenti, fatturato attorno ai 40 milioni con obiettivo 100 entro il 2021, uffici in Europa, Asia e Nord America, partendo da Biassono? Per Claudio Erba, 46 anni, il primo ingrediente è proprio lo stile brianzolo: “Testa bassa e lavorare. Pochi aperitivi e focalizzazione sul business…”. E poi c’è la svolta internazionale, un po’ cercata, un po’ dettata dai limiti del mercato italiano. Quando sono arrivate le buone notizie dal Canada, qualche investitore a cui si era rivolto in passato Erba, senza successo, ha fatto outing sui social: “Abbiamo sbagliato valutazione, soprattutto abbiamo sbagliato a non comprendere che Claudio fosse un imprenditore con grandissima potenzialità…”. Cosa che invece è accaduta oltreoceano, visto che sulla società hanno investito due importanti fondi canadesi e che oggi il 70% del fatturato è generato in Nord America, con gli Stati Uniti a farla da padrone.

Claudio, c’è un po’ di amarezza per non essere stato compreso in casa?
L’amarezza ce l’hanno gli altri, non io. Non sono entrati, quando Docebo valeva meno. Noi siamo brianzoli nel sangue e pensiamo a lavorare. Certo qualche supporto in più in Italia avremmo potuto averlo, ma adesso c’è qualcuno che si dovrebbe mangiare le mani. D’altro canto per noi è stato un c… gigantesco il fatto che mi abbiano rimbalzato: non saremmo riusciti a fare quello che abbiamo fatto, perché sono le situazioni di stress che ti portano ai grandi cambiamenti.

Come comincia il tuo percorso di imprenditore?
Ho sempre voluto fare l’imprenditore, era qualcosa che si respirava in casa, durante le vacanze scolastiche lavoravo con mio padre. Poi ho cominciato a fare esperimenti con Internet nel 1996, ho vissuto tutta la bolla d’inizio secolo ed è stato un bene, perché non si impara dai successi ma dai fallimenti. Con Docebo ho cominciato nel 2006, due anni dopo la nascita di Facebook, quando la bolla era ormai dimenticata ma in Italia ci si piangeva ancora addosso.

Quando è arrivata la svolta internazionale?
Fino al 2012 Docebo era una srl che fatturava 1 milione di euro. Se sei un’azienda italiana, è impossibile riuscire a fare come negli Usa, cioè crescere con il mercato interno: devi necessariamente andare all’estero. Quello italiano è piccolo, non ci sono i volumi sufficienti. Noi siamo stati acquisiti da due fondi canadesi, perché quando ci hanno visto avevamo già quasi il 50% dei ricavi negli Stati Uniti.

Quindi è possibile per una startup italiana o europea sfondare nel mercato nord americano?
Sì, ma il problema è arrivarci con un business model convalidato: non è facile e non accade spesso. Il paradosso è che per Docebo è stato più facile e veloce scalare, crescere, con un solo ufficio negli Stati Uniti che nel mercato europeo dove devi lavorare per mercati diversi. Entrare in Gran Bretagna, Francia, Germania è molto più complicato e richiede più tempo: dinamiche culturali, norme e regole di procurement sono molto diverse. Senza dimenticare le barriere linguistiche…

Che cosa c’è nel 2020 di Claudio Erba e di Docebo?
Con la quotazione in Borsa nessuno è uscito, i fondi hanno un lock-in (periodo di blocco, ndr) di 18 mesi e anche il management è superblindato. Il mio lock-in è di 36 mesi: questo per dimostrare al mercato che abbiamo una visione lunga. Adesso stiamo lavorando tantissimo con l’intelligenza artificiale. Pensiamo che può aiutare moltissimo a innovare la formazione, che è ancora molto tradizionale. È un viaggio lungo, siamo solo all’inizio e ultraeccitati dalle opportunità che si aprono. Ci vediamo tra sette anni, perché i nostri azionisti non hanno fretta

Claudio, dove vivi adesso?
Casa mia è Macherio, Monza e Brianza, anche se viaggio 10 volte l’anno negli Stati Uniti. Finora ha funzionato e, quando posso, mi porto in giro anche mia figlia, che ha cinque anni.

Non hai mai pensato di trasferirti lì?
No, mai. In Nord Europa ci sono minori opportunità ma si vive meglio. A me piace il mio giardino… E quando ho tempo studio francese, leggo di tutto, vado in mountain bike e faccio il prato. Dove lo trovo un altro posto come quello della mia Brianza?

Tecnologia 10 Dicembre, 2019 @ 12:38

Le 6 innovazioni ad impatto sociale finaliste di GoBeyond

di Gabriele Di Matteo

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C’erano i giovani inventori e c’era il ministro per l’Innovazione Digitale Paola Pisano alla premiazione dell’evento GoBeyond promosso da SisalPay per far emergere dal mercato italiano le migliori idee tecnologiche che abbiano anche una mission di impegno sociale.

Adams’hand, la prima protesi bionica al mondo completamente adattiva, e Corax – dispositivo smart per prevenire le infezioni nei bambini ustionati: sono queste le due start up vincitrici della terza edizione di GoBeyond, la call for ideas promossa da SisalPay insieme a CVC Capital Partners, che ha l’obiettivo di incoraggiare l’innovazione e il talento, facilitando la trasformazione di un’idea in una realtà imprenditoriale.

I vincitori sono stati proclamanti, durante la cerimonia di premiazione tenutasi a Milano presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, alla presenza del Ministro per l’Innovazione tecnologica e digitalizzazione Paola Pisano.

Un evento che ha rappresentato un momento di confronto concreto tra i protagonisti dell’ecosistema dell’innovazione e delle start up in Italia, per discutere ed individuare spunti e proposte concrete su come dare energia e finanziare il futuro in Italia, i lavori che verranno e il cambio di passo necessario per vincere le sfide che attendono il Paese.

SisalPay, insieme a CVC Capital Partners, garantirà un finanziamento all’idea vincente per ciascuna categoria – per la persona e per il sociale – attraverso un grant di 20mila euro, seguito poi da un supporto di advisory, mentorship, formazione e accelerazione insieme ad uno dei partner.

La giuria ha esaminato e valutato ciascun aspetto dei progetti presentati, assegnando un punteggio per ciascuno dei parametri individuati: innovazione, utilità, fattibilità e scalabilità. La commissione si è riunita per condividere il giudizio su ciascun progetto e assegnare un punteggio collegiale, decretando i il podio e dunque i vincitori:

Servizi innovativi per la persona, classifica:

  1. Adams’hand,la prima protesi bionica al mondo completamente adattiva
  2. Jobobo,un market place innovativo per una perfetta integrazione lavorativa
  3. Crypto,una piattaforma per rendere le criptovalute accessibile a tutti

Innovazione per il sociale, classifica:

  1. Corax,un dispositivo per prevenire le infezioni nei bambini ustionati
  2. Nando, un cestino in grado di riconoscere, smistare e compattare tutti i rifiuti
  3. Busrapido,una app sulla selezione che consente di scegliere la migliore azienda per il proprio viaggio

Il recruiting delle idee si era aperto il 24 giugno e si è concluso il 31 ottobre 2019; nei cinque mesi, sono state raccolte più di 120 idee da giovani e meno giovani di tutta Italia, grazie anche al GoBeyond tour, nato per promuovere la call for ideas, ha toccato 5 tappe italiane all’insegna dell’innovazione e dell’imprenditorialità, con il coinvolgimento di oltre 500 studenti.

Business 18 Novembre, 2019 @ 3:47

Il Trentino inaugura una Valley dedicata alle startup

di Forbes.it

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Un unico ecosistema multiservizio per gli startupper del Trentino. Sono aperte fino al 16 dicembre le candidature a Trentino Startup Valley, il progetto con cui Trentino Sviluppo e Hit – Hub Innovazione Trentino hanno scelto di unire le forze, sincronizzando programmi e concorsi prima gestiti separatamente, per offrire a startupper, aspiranti e neoimprenditori, studenti e ricercatori attivi nella Provincia autonoma di Trento un programma di accompagnamento caratterizzato da coaching personalizzato, supporto economico, spazi di lavoro, network dedicati e accesso a consulenti specialistici, investitori e business angel.

Trentino Startup Valley è un programma a numero chiuso, con una durata complessiva di 36 mesi e si suddivide in tre fasi – Bootstrap, Validation, Go-to-market – ed è promosso da Trentino Sviluppo e Hit che rappresentano i due enti di sistema chiamati dall’Assessorato provinciale a farsi portavoce per la valorizzazione delle idee imprenditoriali in Trentino, realtà che da tempo lavorano con le startup. Ora però c’è la possibilità di sinergie e collaborare a creare lavoro.

La prima fase è denominata “Bootstrap”, ed è un intenso programma di formazione imprenditoriale a numero chiuso della durata di 4 mesi; la seconda, “Validation”, prevede che le idee migliori che emergeranno dalla fase Bootstrap continuino ad essere seguite e supportate da figure professionali altamente specializzate nei successivi 8 mesi; la terza, quella del “Go-to-market”, è un programma a sportello, della durata massima di 24 mesi, per startup mature che necessitano di supporto finanziario e manageriale per completare la fase di industrializzazione e di entrata sul mercato.

In palio, per i primi tre classificati della seconda fase, 20 mila euro da investire nella propria attività al primo, al secondo 10 mila euro e al terzo 5 mila euro. Le domande per partecipare alla prima fase (“Bootstrap”) devono essere presentate tramite un form digitale presente sul sito web dell’iniziativa: www.trentinostartupvalley.it.

Business 15 Novembre, 2019 @ 11:01

Le invenzioni di questi teenager potrebbero cambiare le nostre vite

di Antonio Piazzolla

Studente universitario, mi occupo di giornalismo scientifico.Leggi di più dell'autore
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Alaina Gassler
Alaina Gassler

Giovani, brillanti, ambiziosi e determinati. Sono i fattori più comuni nei teenager che si fanno strada nel mondo delle startup e delle innovazioni; chi vive la Silicon Valley questo lo sa bene. Alcuni di loro siedono ancora tra i banchi di scuola e, tra una lezione e un compito in classe, dedicano il proprio tempo libero a servizio della comunità, sviluppando le loro intuizioni molto spesso con pochi mezzi e strumenti di fortuna, in un mix di genialità e creatività. Abbiamo raccolto tre validi esempi inerenti al settore automobilistico, sanitario e delle energie sostenibili.

Tra questi vi è Alaina Gassler, una studentessa quattordicenne di West Grove, in Pennsylvania, che si è aggiudicata il primo premio alla Broadcom Masters Competition per gli studenti delle medie consistente in 25.000 dollari, per i progetti più innovativi. La giovane studentessa ha messo a punto un sistema per eliminare i punti ciechi alla guida; Alaina ha raccontato alla Cnn di aver avuto l’intuizione quando ha realizzato che a sua madre non piaceva guidare la sua jeep perché i montanti anteriori causavano punti ciechi.

I montanti anteriori infatti, oltre a supportare il parabrezza, forniscono maggiore protezione in caso di incidente; al contempo però, le loro dimensioni creano dei punti ciechi rispetto alla posizione del conducente, compreso nello specchietto retrovisore e negli specchietti laterali.
“Ci sono così tanti incidenti automobilistici, feriti e morti che si potrebbero evitare se solo un montante non fosse lì. E dal momento che non possiamo toglierlo dalle auto, ho deciso di liberarmene senza liberarmene”, ha dichiarato la ragazza nel video di presentazione del progetto per la Society for Science.

Alaina ha utilizzato una webcam, un proiettore, un adattatore realizzato con la tecnica della stampa 3D e un tessuto retroriflettente per rendere ‘invisibili’ i montanti anteriori di un’auto mostrando la visuale che c’è dietro al punto cieco.

La webcam, installata all’esterno del montante, trasmette le immagini a un proiettore che invece è installato all’interno della cappotta dell’auto e che proietta le immagini acquisite su un tessuto retroriflettente che ricopre l’interno del montante, così che la luce si rifletta senza rimbalzare in diverse direzioni. La giovane ha anche realizzato un supporto con la tecnica della stampa 3D per consentire al proiettore di mettere a fuoco a distanza ravvicinata.

“Dopo aver fatto alcune ricerche ho scoperto che negli Stati Uniti ci sono più di 840.000 incidenti stradali relativi a punti ciechi all’anno, il che ha reso questo progetto significativamente più importante per me”, ha dichiarato Alaina alla Cnn.

A essere sinceri però, ci aveva già provato la Continental nel 2018 con un sistema più complesso (telecamere interne, esterne e display oled) chiamato ‘Virtual A-Pillar’ ma il progetto è stato parzialmente accantonato. L’idea della studentessa della Pennsylvania è sicuramente più sostenibile in termini di costi e tecnologie disponibili.

Altra affascinante storia è quella del diciottenne messicano Julián Ríos Cantú, ceo e co-fondatore di Higia Technologies, la cui idea si ispira a una tragica esperienza di vita vissuta: “Quando avevo 13 anni, a mia madre fu diagnosticato per la seconda volta un tumore al seno: le dimensioni del tumore passarono da quelle di un chicco di riso a quelle di una pallina da golf in meno di sei mesi. La diagnosi è arrivata troppo tardi e mia madre ha perso entrambi i seni e quasi la sua vita”.

EVA
Una coppa del reggiseno EVA (Higia Technologies)

Questa terribile esperienza ha ispirato il giovane a sviluppare EVA, un reggiseno che rileva le fasi iniziali del tumore al seno attraverso a dei sensori tattili che mappano la superficie del seno monitorandone la consistenza, il colore e la temperatura.

“Quando c’è un tumore al seno c’è più sangue, più calore, quindi ci sono cambiamenti di temperatura e struttura”, ha affermato il giovane in alcuni video su Youtube. Il dispositivo, nato alcuni anni fa, ha vinto il primo premio del Global Student Entrepreneur Awards in cui hanno partecipato 56 studenti imprenditori provenienti da 56 paesi, ed è acquistabile online sul sito ufficiale di Eva Tech.

Dulcis in fundo troviamo tanto creativa quanto geniale l’idea di Hannah Herbst che, dall’età di 14 anni, ha iniziato a progettare una turbina in grado di generare elettricità dalle correnti marine. Classe 2000, Hannah si è aggiudicata negli anni riconoscimenti come il Best Young Scientist negli Stati Uniti (2015) e il suo nome è presente nell’elenco dei 30 giovani under30 più promettenti secondo Forbes (2018).

Hannah Herbst
Hannah Herbst (Discovery Education 3M Young Scientist Challenge)

“Dio mi ha fatto sentire che devo aiutare gli altri”, ha detto Hannah. La sua fede in Dio ha dato origine all’intuizione: la ragazza infatti, membro della comunità cristiana nella città di Boca Raton (Florida), ha trascorso tutta la sua infanzia e adolescenza impegnata in un programma che mette i bambini americani in contatto con bambini di paesi sottosviluppati. Hannah ha così incontrato Ruth, dall’Eritrea, che è diventato il suo amico di penna: “Quando mi ha detto che l’elettricità non era accessibile nella sua città ho pensato che avrei dovuto fare qualcosa”, ha dichiarato la ragazza nell’ambito di Unleash 2019, un incontro di giovani talenti che la società spagnola Trivu organizza ogni anno a Madrid.

Nel contemplo Hannah si avvicina a un programma di ingegneria scoprendo che c’erano navi che si muovevano con l’energia prodotta dall’acqua. “Se funziona con le navi perché non applicare gli stessi principi per creare elettricità nella città costiera di Ruth?”. Così la ragazza, ai tempi quattordicenne, ha iniziato a lavorare sodo con il supporto dei suoi tutor, realizzando Beacon (acronimo inglese che sta per “Portare l’accesso elettrico alle città attraverso l’energia dell’oceano”), una turbina che trasforma l’energia delle correnti marine in elettricità attraverso un generatore.

“Non contenta”, si fa per dire, la giovane oggi ha sviluppato delle bende antibatteriche costituite con PDMS (il polidimetilsilossano); l’idea è giunta dopo che il suo papà ha riscontrato un cancro, l’anno scorso, al seguito di un periodo postoperatorio, quando la ferita si è infettata. “Ho pensato: ‘Come può accadere negli Stati Uniti che abbiamo risorse?’. Nel mio gruppo scientifico stavamo studiando le proprietà degli squali. La sua pelle è composta da strati che formano una rete impermeabile che impedisce ai batteri di penetrare. Ho deciso di provare a replicarlo nelle bende sanitarie. Sono bende antibatteriche perché le costruiamo con PDMS, il polidimetilsilossano, una specie di silicone trasparente e sono anche riutilizzabili, quindi sono molto economiche”, ha dichiarato la giovane.

Hannah ha dato vita alla società Tiburones Technologies, e le bande saranno lanciate nel mercato nel 2020, in attesa di brevetto, con l’intenzione di commercializzare in tutto il mondo.

Classifiche 11 Ottobre, 2019 @ 9:00

Chi sono le italiane più influenti nell’Europa delle startup e del venture

di Forbes.it

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Paola Bonomo
Paola Bonomo

Ci sono anche due italiane tra le donne più influenti d’Europa in ambito startup e venture capital: Paola Bonomo e Fausta Pavesio, che entrano nella Top 50 redatta da Eu-Startups.com.

Business angel e già manager di successo in McKinsey, eBay, Vodafone e Facebook, Paola Bonomo si è seduta anche in importanti consigli di amministrazione come quelli di Piquadro, Axa o Sisal. Qui il ritratto che Forbes ha dedicato a “nostra signora delle startup”. Anche Fausta Pavesio è business angel: fa base a Milano dove è indipendent director dello spazio di coworking Talent Garden.

Di seguito la lista completa delle Europe’s most influential women in the startup / VC world stilata da Eu-Startups.com:

Alice Bentinck (co-founder di Entrepreneur First e Code First:Girls)
Alice Zagury (co-fouder e ceo di The Family)
Alisée de Tonnac (co-founder e ceo di Seedstars World)
Alix de Sagazan (co-founder e ceo di AB Tasty)
Avid Larizadeh Duggan (co-founder di Bottica.com e oggi coo di Cobalt Music)
Brigitte Baumann (founder e ceo di Go Beyond Early Stage Investing)
Celine Lazorthes (founder e ceo di Leetchi Group: Leetchi.com, MANGOPAY)
Colette Ballou (founder di Ballou PR)
Corinne Vigreux (co-founder di TomTom)
Delia Lachance (co-founder e managing director di Westwing)
Dörte Höppner (coo di Riverside Europe Fund)
Eileen Burbidge (partner di Passion Capital)
Elizabeth Varley (founder e ceo di TechHub)
Fausta Pavesio (indipendent director di Talent Garden Milano)
Ida Tin (co-founder e ceo di Clue)
Jessica Butcher (co-founder e director di Blippar)
Julia Bösch (founder e ceo di Outfittery)
Justine Roberts (ceo di Mumsnet e Gransnet)
Kaidi Ruusalepp (founder e ceo di Funderbeam)
Karen Boers (co-founder e managing director di Startups.be)
Karoli Hindriks (ceo di Jobbatical)
Kinga Stanislawska (founder e managing partner di Experior Venture Fund)
Laura Kohler (founder e managing director di Sharkbite Innovation)
Laura Urquizu (ceo di Red Points)
Lea-Sophie Cramer (founder e managing director di Amorelie)
Madeleine Gummer v. Mohl (co-founder e ceo di Betahaus e co-founder di Hardware.co)
Mar Alarcon Batlle (founder e ceo di SocialCar.com)
Marie Ekeland (co-founder di Daphni)
Marie Helene Ametsreiter (partner di Speedinvest)
Maria Pennanen (ceo di Santiment e co-founder di Accelerator Frankfurt)
Martha Lane Fox (co-founder di lastminute.com, Lucky Voice, Antigone, Go On UK, and Doteveryone)
Mette Lykke (co-founder di Endomondo, ceo di Too Good To go)
Nancy Cruickshank (founder di MyShowcase, svp digital business transformation di Carlsberg Group)
Natalie Massenet (founder di Net-a-Porter)
Nathalie Gaveau (co-founder di Priceminister e di Shopcade, managing director e partner di BCG Digital Ventures)
Nicola McClafferty (investment director di Draper Esprit)
Paola Bonomo (Angel Investor, già membro del leadership team europeo di eBay e già marketing solutions director di Facebook)
Raffaela Rein (co-founder di CareerFoundry, founder e md di WildWildVentures e Vitalute)
Reshma Sohoni (co-founder e partner di Seedcamp)
Roxanne Varza (director di Station F project)
Sarah Nöckel (vc investor in Dawn Capital, founder ed editor di Femstreet)
Sarah Wood (co-founder di Unruly)
Sharmadean Reid (founder e ceo di Beautystack)
Sherry Coutu (Angel Investor e presidente di Founders4Schools, non executive director di Zoopla)
Sissel Hansen (founder di Everywhere)
Sonali De Rycker (partner di Accel Partners)
Steffi Czerny (co-founder e managing director DLD Media)
Stephanie Hospital (founder di One Ragtime)
Tanja Kufner (partner & head of dynamics.vc)
Tugce Bulut (founder e ceo di Streetbees)