Prodotti italiani e niente omologazione: così il lifestyle designer di John Travolta conquista le star di Hollywood

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Matteo Perin (foto di Aaron Meekcoms)
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Articolo tratto dall’allegato Small Giants del numero di dicembre 2022 di Forbes Italia. Abbonati!

di Mirko Crocoli

È il pluricandidato agli Academy Awards e premio Golden Globe John Travolta, la star di Pulp Fiction, Grease e Get Shorty, a confessare la stima di Hollywood nei confronti dello stilista Matteo Perin, figlio di “artisti della moda” nato a Lugagnano in provincia di Verona e di stanza da alcuni anni tra Los Angeles, New York, Londra, Dubai e Singapore.

Perin, apprezzato anche da Al Pacino, Will Smith, Morgan Freeman, Marisol Nichols, Sofia Milos e Valentina Bìssoli, secondo Travolta “capisce che la sua visione deve anche far parte della tua, in uno sforzo che diventa collaborativo, collettivo”. Gli uomini devono avere in casa capi firmati Perin perché “è un guardaroba che sarebbe personalizzato secondo i propri gusti, in grado di farti sentire sicuro in ogni tipologia di circostanza. Perché Matteo capisce che la sua visione deve anche far parte del modo di vedere le cose del cliente. Con lui c’è una grande collaborazione, uno scambio di idee che porta sempre a risultati soddisfacenti”.

L’interesse e l’amore del lifestyle designer veneto per la moda, l’abbigliamento e l’estetica ha origini lontane, risalenti a quando era bambino e aveva a che fare con una nonna vestita impeccabilmente e i ricordi del bisnonno, già elegantissimo ad inizi del ventesimo secolo. Per il primo bozzetto ha tratto l’ispirazione dagli scorci paesaggistici del Montana, negli Usa, e i suoi lavori, tutti rigorosamente frutto di una fantasia esplosiva, sono oggi molto richiesti oltre che in Nord America (Canada compresa) anche in Cina, parte dell’Europa e negli Emirati Arabi Uniti. 

“Rigorosamente materiale italiano”, ribadisce Perin. Con un target rivolto ad entrambi i sessi, versatile, che va dall’elegante al day to day, il suo modus operandi è sicuramente diverso dai soliti standard, sia nel concetto che nella realizzazione.

Perin cerca di allontanarsi dall’omologazione e dall’appiattimento di molte maison internazionali che, causa globalizzazione, tendono a dedicarsi sempre più ai profitti e meno all’originalità delle creazioni. Perin in questo ha saputo emergere, come dimostrato a settembre scorso alla 79esima mostra d’arte cinematografica di Venezia. In questa occasione ha vestito con successo la modella Valentina Bìssoli e il produttore cinematografico Damiano Tucci, entrambi presenti sul red carpet della prestigiosa kermesse.    

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Matteo Perin e John Travolta (a destra)

    

Matteo, un endorsement non da poco quello di John Travolta nei suoi confronti.

Che dire, lo ringrazio naturalmente. Con John collaboriamo da ormai otto anni. Oltre il 90% di quel che indossa l’ho creato sapendo esattamente come e quando li avrebbe indossati e rispettando le esigenze di quel momento. 

Qualche aneddoto che la lega alla star di Pulp Fiction

Sì, ce n’è uno che riguarda gli alti valori familiari dell’uomo, prima ancora che dell’attore. La prima volta che dovevamo conoscerci non sono potuto andare per il compleanno di mio figlio, aveva 3 anni. Lui mi ha aspettato e, alle mie pronte scuse, ha poi ribattute dicendo che avevano molto apprezzato il mio forte senso della famiglia. Ricordo che c’era anche sua moglie, Kelly Preston.

Dalla città di Romeo e Giulietta agli elogi internazionali, dall’Asia all’Europa e naturalmente gli Stati Uniti. Come nasce il suo interesse per la moda?  

L’interesse per la moda, l’abbigliamento e l’estetica è nato molti anni fa, quando ero bambino. Ha a che fare con mia nonna, vestita impeccabilmente, ma anche con mio bisnonno, sempre ineccepibile in abito gilet, papillon e cappello. Era gente di altri tempi, molto affascinante. Ho conosciuto amici di mia nonna, sarti, specialmente uno di Roma, che aveva avuto a che fare con tantissimi attori durante quel periodo ricordato come “la Dolce Vita”. L’estetica mi è sempre piaciuta, sono attirato dalle cose che esprimono bellezza nella vita. La vedo un po’ come una banda armoniosa che vive da sé, non ha regole, ma ti sa colpire dritto dentro. Più ci vivi insieme e più ne hai bisogno, nella vita di tutti i giorni.

Il suo primo bozzetto? 

Ero in viaggio attraverso gli Stati Uniti dall’Oregon alla Florida. Nello stato del Montana mi sono innamorato del paesaggio. Ho disegnato una mini collezione tutta riguardante il western, ispirata al Montana. Sarebbe molto attuale ancora oggi.

Perché il termine lifestyle designer?

Perché creo molte cose che hanno a che fare con la gestione dello stile di vita delle persone. A tu per tu, creo il lifestyle del cliente. Anche perché spazio dai gioielli alle scarpe, fino all’arredamento. In sintesi disegno stili di vita. 

Qual è il suo principale mercato di riferimento?

Per numero di clienti il Nord America, ovvero Stati Uniti e Canada. Poi Emirati Arabi, Russia, Cina ed Europa. Però ho sempre puntato di più sugli Usa per la loro mentalità, giacché apprezzano molto il made in Italy. Io sono l’opposto del brand famoso. I miei clienti sanno cosa valgono, chi sono e dove devono andare. Quello che faccio io è qualcosa di unico, diverso rispetto ai capi già pronti. Non penso che una persona debba vestirsi come un manichino da 5th Ave o da Via della Spiga. Non amo vedere loghi ovunque oppure stampati sui capi prima ancora di vedere la persona.

Target dei suoi capi? 

Lusso, per via del prezzo e del servizio. Non ho un target preciso che sia elegante o casual. Ormai la gente va sul red carpet anche in jeans. Comunque il mio target, sia uomo che donna, è molto versatile, va dall’elegante al day to day. Creo capi senza tempo, che possono amalgamarsi bene in un guardaroba. Ma apprezzo molto anche quando posso creare e sbizzarrirmi con pezzi unici. Con disegni fatti da me sui tessuti. 

La mission aziendale?  

La missione della Matteo Perin è diventare il punto di riferimento per le persone che non hanno bisogno di brand famosi e vogliono indossare capi e look unici. Per quelle persone che possono spendere e che hanno bisogno di un qualcosa di particolare. Perché sanno che tutto ciò che trovi in giro sarà offerto a moltissime persone e che basta comprarlo per averlo. Quello in cui crediamo nella nostra azienda è uno stile di vita, e non tutti possono averlo, indipendentemente dal loro patrimonio.

Gianni Versace, Giorgio Armani, Valentino, Tom Ford, Karl Lagerfeld, Yves Saint Laurent. Tra i grandi chi mette su podio?      

Io sono sempre stato affascinato da Valentino, dal punto di vista femminile ovviamente. Aveva un modo di creare quando disegnava straordinario. Tutto fluiva, tu guardavi i capi e sapevi che erano suoi. Armoniosi, fluidi, eleganti. A livello maschile Giorgio Armani. Armani ha creato un look nuovo. Le cose che più mi hanno appassionato sono le collezioni passate, sapevi e riuscivi a capire a colpo d’occhio chi li disegnava. Un tocco importante. Adesso c’è una sorta di appiattimento, tutti vogliono fare tutto e in ogni stagione per non perdere le vendite. A Dubai (ad esempio) se non alzi gli occhi e guardi il nome del negozio c’è il rischio di confonderli l’uno con l’altro. Trovo lo stile odierno per nulla estetico. Guardando le collezioni mi sembra come se gli stilisti non sapessero più cosa fare. Si ripetono continuamente.

Futuri appuntamenti in agenda?

Per la primavera 2023 abbiamo programmato otto Trunk Show in differenti località esclusive degli Stati Uniti e stiamo lavorando ad un progetto molto interessante, ma ne parleremo solo a design finito. Per non parlare della linea da yatch, che è già in fase di produzione.

La produzione. Tutto materiale italiano? 

Assolutamente. Prodotto italiano 100%, tranne le pelli. In quel caso ci riforniamo anche in Francia e Spagna. Ma per il resto la materia prima è italiana, produzione compresa. Ci tengo in particolar modo a dare lavoro ad artigiani del nostro Paese nonostante le proposte allettanti di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Il know-how italiano è il migliore.

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