Alec Ross
Leader

Ha lavorato per Obama e Hillary Clinton, ora insegna all’Università di Bologna: a tu per tu con Alec Ross

È nato in West Virginia – “la Calabria degli Stati Uniti”, la definisce – 51 anni fa. Ma non li dimostra. Alec Ross, esperto di tecnologia, è stato consigliere del dipartimento di Stato per l’innovazione con Hillary Clinton e ha guidato la politica tecnologica per la campagna presidenziale di Barack Obama.

Oggi vive tra gli Stati Uniti e l’Italia e insegna alla Business School dell’Università di Bologna. Ha pubblicato due best sellers mondiali: I furiosi anni 2020: aziende, paesi, persone e la lotta per il nostro futuro nel 2021 e Le industrie del futuro nel 2016. Ha visitato oltre 100 paesi dei 196 della terra. Ama l’Italia. I suoi antenati provengono dalle montagne d’Abruzzo e hanno coltivato e raggiunto il sogno americano. È un grande esperto di innovazione. È uno dei fondatori di Amplo, società di venture capital dedicata alle startup con oltre 2 miliardi di dollari di asset. Inoltre, è membro di diversi cda di aziende specializzate in tecnologia, finanza, istruzione, risorse umane e cybersecurity.

Dove è cominciato tutto?

Io sono del West Virginia, la Calabria degli Stati Uniti. I miei antenati provenivano dalle montagne d’Abruzzo e sono emigrati là perché c’era la possibilità di lavorare nelle miniere di carbone. Quindi ho dentro di me questo sogno americano, ma ho sempre un cuore italiano. Ho conosciuto l’Italia per aver studiato un anno Storia Medievale all’Università di Bologna. Poi ho fatto l’imprenditore e, successivamente, ho lavorato due anni con Barack Obama e quattro con Hillary Clinton. Ma non ho mai perso l’attrazione per l’Italia.

In che modo questo percorso l’ha portata ai vari ruoli che ha ricoperto?

Studiare un potere durato centinaia di anni porta alla consapevolezza che i grandi poteri diventano grandi perché sanno utilizzare l’innovazione meglio degli altri. Penso, per esempio, agli antichi romani che sapevano come innovare nei trasporti o nelle strategie di guerra. Ho visto sempre una profonda correlazione tra innovazione, infrastrutture e potere geopolitico.

Il suo percorso professionale da dove è partito?

Ho iniziato negli anni ‘90 come insegnante di studenti di 12-13 anni. Prima lavoravo in West Virginia, stato rurale e povero, poi ho insegnato a Baltimora, che è più urbana, ma sempre povera. Ho visto la povertà da due punti di vista diversi. Quel periodo, quando facevo l’insegnante, era un momento di cambiamenti derivanti dalla globalizzazione e mi sono chiesto: “Quale sarà il futuro di questi ragazzi se non ci sarà il lavoro tradizionale nei porti, nei mulini, nei trasporti?”. Allo stesso tempo ho visto che questi ragazzi erano a proprio agio nell’uso della tecnologia. Ho deciso, quindi, di creare una startup per cercare di costruire un ponte tra il mondo del lavoro, la tecnologia e queste comunità.

È così che è nato l’Alec Ross imprenditore?

Eravamo quattro ragazzi in uno scantinato, in otto anni abbiamo costruito una realtà con più di mille dipendenti e abbiamo chiuso operazioni in cinque Paesi. Possiamo dire di aver costruito un ponte tra il mondo della Silicon Valley e le comunità povere, dove abbiamo permesso di sviluppare le competenze richieste da realtà come Google, Apple e altre big tech.

Che Paese è l’Italia visto dagli Usa?

Penso che sia un Paese dalle grandi potenzialità. Le competenze ci sono, il problema è fare impresa: è come fare una maratona con uno zaino pieno di sassi. È troppo difficile. E quindi sono necessari alcuni cambiamenti per togliere questo zaino pieno di sassi.

Ma è solo un problema di burocrazia?

La burocrazia è solo il primo problema. Altre cose contano: guardiamo, ad esempio, Israele , che pur avendo poche risorse, ha un altissimo livello di innovazione. In Italia, invece, il sistema lavora contro l’innovazione. Dobbiamo cambiare la mentalità: troppo spesso quelli che hanno il potere in Italia vogliono mantenere lo status quo e giocano sempre in difesa. A volte invece bisogna giocare in attacco. Io vado a tutti gli eventi ‘con l’elite’ e molto spesso i grandi poteri italiani vogliono mantenere quello che hanno, ma bisognerebbe, invece, aprirsi al cambiamento. Poi è necessario accettare un livello di rischio più alto: noi siamo cowboy e il fallimento è contemplato nel nostro percorso verso il successo, mentre in Italia non è accettato.

Il mondo del lavoro in Italia è ingessato. Da cosa dipende?

Ci sono problemi legati all’importanza che si dà al cognome: le origini contano troppo. La bolla sociale è troppo ingombrante. Negli Usa, invece, gran parte delle imprese è fondata da migranti o figli di migranti. Il problema è che in Italia non si investe nelle persone fuori da questa bolla sociale. Non viene creato sufficiente spazio per chi viene dal Sud, per le donne, per chi non viene da famiglie blasonate.

Vuoi dire che potere e ricchezze sono concentrate in poche mani?

Non solo la ricchezza, ma anche le opportunità. Bisogna investire di più nelle donne, nel Sud, negli imprenditori che magari hanno belle idee, ma che non hanno una rete sociale all’altezza. Negli Usa la mente è più aperta.

Cosa dovrebbe fare l’Italia per salvarsi?

Prima di tutto bisogna togliere il 75% delle regole in vigore: invece di fare le riforme, azzeriamo tutto e ricominciamo da lì. La regolamentazione in Italia è assurda. Ho visitato più di 100 paesi nel mondo e l’Italia per burocrazia è senza dubbio la peggiore. Serve digitalizzare e togliere i processi non necessari: ciò che richiede quattro o cinque mesi negli Stati Uniti è fatto in quattro o cinque giorni. Il problema è che il capitale dall’estero non arriva in Italia: la gente viene solo per mangiare bene, visitare bei posti, comprare abiti, anziché per investire.

L’Italia è un Paese in cui c’è paura di investire per malaffare e corruzione?

Questa è una caricatura del passato: non vedo le cose in questo modo. Ovviamente la mafia va distrutta, ma come americano non penso che la mafia sia una ragione per cui non investire in Italia.

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