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Mirella Cerutti
Business

La storia di Mirella Cerutti, la regina dei dati che guida Sas in Italia

Se alla fine dell’università le avessero detto che avrebbe guidato la divisione italiana di una delle più importanti aziende tecnologiche mondiali, probabilmente non ci avrebbe creduto.

Eppure, se è vero che la tecnologia è entrata nel suo universo un po’ “per caso”, tuttavia, a poco a poco, è diventata parte della sua anima e della sua carriera. Entrambe condite da altre due parole chiave: innovazione ed empatia. Due qualità innate che hanno permesso a Mirella Cerutti, amministratore delegato in Italia di Sas, azienda da 3 miliardi di fatturato e 14mila dipendenti, di diventare un punto di riferimento nell’azienda a cui è legata dal 1996 e nel panorama tecnologico nazionale e internazionale.

Oltre a essere un’amante della tecnologia e un’innovatrice, lei ha vissuto l’era del cambiamento cominciata negli anni ’90 con l’avvento di internet e dei dati. Che differenze ci sono con quel periodo?
Erano anni totalmente diversi. Però, nonostante siano cambiate tante cose, posso dire che Sas non è mai cambiata. Anzi, ha mantenuto la sua mission fondante: rendere i dati disponibili a tutti. Al punto da essere riuscita in un’impresa: quella di democratizzarli. Se fino a qualche anno fa l’analisi dei dati era un’operazione che potevano permettersi solo grandi aziende con importanti budget, adesso non è più così. E l’interesse e l’uso sempre più concreto delle aziende, delle istituzioni e del settore pubblico ne è una dimostrazione.

Stiamo quindi affrontando una nuova sfida?
Sì, quella di essere in grado di utilizzare i dati. Dobbiamo sfruttarli per creare valore e non è semplice, tanto che oltre il 50% dei modelli che vengono realizzati poi non vengono messi in produzione. E questo è un problema.

Quale può essere la soluzione?
Seguire un percorso coerente di trasformazione digitale, che abbia come primo obiettivo quello di avere a disposizione una piattaforma capace di gestire il dato dal momento in cui si genera alla sua fruizione finale. Perché il desiderio di tutti – e della nostra piattaforma e di Sas in generale – è quello di preservare una caratteristica fondamentale del dato: la sua affidabilità.

La piattaforma è solo il punto di partenza.
Certo, poi bisogna realizzare i modelli di analisi dei dati, metterli in produzione, rendere fruibili le informazioni ottenute e avere le competenze adatte. In questo senso, bisogna creare team interfunzionali capaci di studiare, analizzare e utilizzare i dati in base alle esigenze economiche, strutturali e di business dell’azienda. Noi, per esempio, oltre a mettere a disposizione la nostra piattaforma, accompagniamo le imprese nella crescita delle loro competenze, così da adeguarle alle sfide di oggi, rinforzarle e farle crescere.

A proposito di competenze, molte aziende lamentano un deficit. È un gap strutturale italiano? Riguarda anche la scuola e l’università?
Dobbiamo partire da un assunto: c’è un gap di competenza generalizzato. In particolare nel nostro Paese, che non fa bella figura a livello europeo quando si parla di materie stem, cioè scientifiche. Un problema che noi di Sas stiamo cercando di affrontare sia con le istituzioni, sia con le scuole, per indirizzare ragazzi e ragazze verso le materie scientifiche fin dalle primarie e dalle secondarie. Ci vuole tempo, ma è dalla formazione che dobbiamo iniziare per ridurre questo divario.

Ci vorrà tempo anche per ridurre il gap di genere in questo settore.  
Assolutamente sì. È un divario creato da alcuni elementi precisi: la scarsa considerazione di cui  ancora oggi le donne godono in azienda e la lentezza evolutiva della società italiana. Sia a livello culturale, dato che ancora ci sono diversi preconcetti attorno alla figura femminile, specialmente quando si guarda ai vertici aziendali, sia in termini di servizi, perché sono ancora insufficienti gli aiuti e i sostegni per le madri lavoratrici, dal baby sitting all’asilo.

Lei si è mai sentita discriminata in questo senso?
No. Anzi, ho un aneddoto molto particolare: dopo che sono rimasta incinta del mio primo figlio, nel 1999, al rientro dalla maternità ho ricevuto una promozione. Una stranezza pensando a quegli anni e a come molte aziende trattano il tema della maternità. Non è un caso, quindi, se in Sas le quote di uomini e donne si equivalgono in tutti gli ambiti e a tutti i livelli, anche a quelli manageriali.

Anche i giovani hanno difficoltà nell’arrivare ai vertici. Voi come vi comportate?
Il ritardo generazionale nelle posizioni di vertice è dettato dal fatto che in Italia la vita lavorativa è molto lunga. Da sempre crediamo nei giovani, nella loro voglia di scoprire, di sperimentare e imparare cose nuove per migliorare se stessi e il mondo che li circonda. Per noi sono i veri protagonisti di domani. Ecco perché collaboriamo con più di 40 università, istituti di formazione, clienti e partner per supportare la creazione di strutture e competenze in grado di generare valore e innovazione, contribuendo a inserire i talenti nel mondo del lavoro. Per questo mi dispiace sentire la solita storia dei giovani che ‘non hanno voglia di lavorare’ o ‘sono bamboccioni’. Non è assolutamente vero.

In sintesi, rispetto della persona, tutela della diversità e dell’inclusività.
Chiaramente, sono questi alcuni driver fondamentali che guidano la nostra azienda. E i benefit e impegni che abbiamo attivato nel tempo lo dimostrano: dal sostegno alla maternità – garantendo per esempio sei mesi in più post maternità in modalità part-time e l’asilo aziendale – alla flessibilità lavorativa, che garantivamo già prima della pandemia. Non dobbiamo dimenticarci che le persone sono il vero patrimonio dell’azienda. Di conseguenza, se si trovano bene, se condividono i suoi valori, creano benefici per l’azienda stessa.

In termini di sostenibilità che cosa fate?
Agiamo con un unico obiettivo: fornire strumenti e soluzioni innovative ai nostri clienti, affinché possano fare la differenza e avere un impatto positivo anche oltre i confini del business. Tenendo a mente che le tecnologie emergenti possono fare la differenza solo se l’uomo e la società rimangono sempre al centro dell’innovazione e del progresso. I tempi che abbiamo vissuto ci hanno dimostrato come la tecnologia e l’innovazione possano essere al servizio di un forte senso di connessione e comunità.

Che progetti avete attivato in questa direzione?
Sono diversi e rientrano nella nostra Data for Good, l’iniziativa globale di Sas che incoraggia l’uso etico dei dati per risolvere problemi sociali come la povertà, la salute, i diritti umani, l’istruzione e l’ambiente, per riuscire a prevedere la deforestazione della foresta pluviale amazzonica prima che accada, individuando le aree più a rischio, oppure  per provare a porre fine alla povertà idrica di regioni svantaggiate. Collaboriamo anche con Malala Fund per prevedere l’impatto del cambiamento climatico sull’istruzione delle ragazze.

Gestite con lo stesso spirito anche il rapporto con i vostri clienti?
Certo, perché vogliamo evolvere insieme alla società, insieme alle novità offerte dal mercato, diventandone protagonisti. Lo dimostra il fatto che oggi collaboriamo con aziende di svariati settori e di qualsiasi dimensione. D’altronde, è evidente che ormai tutte le società hanno bisogno di analizzare e studiare modelli di analisi che si basino su dati attendibili, fruibili e affidabili. Aspetti che rientrano nella nostra mission: democratizzare i dati.

Come si inserisce in tutto questo il rapporto tra intelligenza artificiale ed etica?
L’intelligenza artificiale è uno strumento potenzialmente in grado di portare un cambiamento positivo senza precedenti nelle nostre vite e nella società, migliorando l’efficienza lavorativa, incrementando uguaglianza, equità, salute e sicurezza. Tuttavia, se non usata in modo responsabile, può causare danni dovuti a violazione della privacy, mancanza di trasparenza e tracciabilità, diffusione di disinformazione e rischi per le popolazioni vulnerabili. Danni che si estendono ben oltre la singola azienda e che coinvolgono la società su larga scala.

Quindi responsabilità è la parola d’ordine?
Assolutamente sì. La tecnologia da sola non basta, è necessario che venga usata responsabilmente, tenendo sempre in mente il ruolo centrale che l’individuo e la società devono avere in ogni innovazione. In questo modo l’innovazione può garantire equità, trasparenza e correttezza in ogni fase del processo, dall’ideazione all’implementazione. Per Sas l’innovazione responsabile è questo: assicurare che equità e giustizia guidino la creazione di tecnologie affidabili, che elevino le persone e la società e portino loro benefici. Per questo supportiamo le aziende in tutto il processo di innovazione responsabile, per ridurre al massimo i bias nei dati e negli algoritmi, incrementare il valore e la qualità dei dati e costruire modelli affidabili ed equi.

Guardando a tutte queste sfide, che cosa dobbiamo aspettarci da Sas in futuro?
Sicuramente continuare a essere parte integrante del cambiamento e della rivoluzione tecnologica e sociale, come dimostra il miliardo di dollari che investiremo a livello globale in ricerca e sviluppo nei prossimi tre anni, con focus sull’intelligenza artificiale. Una sfida che affronteremo con la stessa passione e con la stessa convinzione di sempre: quella di cogliere i nuovi trend del mercato e di essere un punto di riferimento in termini umani e sociali, per dare e garantire continuità. Quella stessa continuità che ci sta portando verso un altro passo: quello dell’ipo a Wall Street, al Nasdaq, che speriamo di concludere nel giro di due anni.

Se continuità è la parola per descrivere il vostro futuro, qual è quella per descrivere i suoi 27 anni in Sas?
Bellissimi. Senza dubbio.

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