La nuova space generation all’Onu: “Luna e Marte all’orizzonte. Ma prima c’è il climate change”

Davide Petrillo
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La generazione spaziale ha un posto alle Nazioni Unite per contribuire, con la propria visione, ai temi legati all’esplorazione del Sistema solare, al climate change e alla gestione del traffico in orbita, sempre più congestionato dalle megacostellazioni satellitari.

Davide Petrillo, 31 anni, ingegnere aerospaziale di Lignano Sabbiadoro, da qualche mese è managing director di Nanoracks Europe, ma è stato il direttore dello Space generation advisory council (Sgac) da marzo 2020 ad aprile 2023.

È stato lui a occupare il seggio di permanent observer in rappresentanza di migliaia di giovani, tutti under 35, e a dialogare con i rappresentanti di 192 Paesi, ma anche con le agenzie spaziali di tutto il mondo e le grandi compagnie per disegnare il futuro dell’Umanità nello spazio. Determinati a imprimere da dentro il sistema una direzione al corso degli eventi, a cominciare dai problemi che lo spazio può risolvere qui a casa nostra, su clima e risorse, e che riguardano proprio le generazioni future che già da ora provano a essere parte della soluzione. Prima di fare vela verso la Luna e Marte.

Davide Petrillo

Che cos’è lo Space generation advisory council?

Siamo un’organizzazione non governativa, nata nel 1999 alle Nazioni Unite, al Copuos (la Commissione Onu sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, ndr). Al momento siamo l’organizzazione più grande al mondo, circa 25mila membri da 165 Paesi, che rappresenta i giovani nel settore spaziale. L’unico requisito per farne parte è avere tra i 18 e i 35 anni. La membership è gratuita, i nostri uffici sono a Vienna.

Con quali finalità è nata?

“Gli stati membri dell’Unoosa (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico, ndr), si sono detti: chi se non i giovani ci può dare i migliori input per affrontare le tematiche spaziali? Gli obiettivi principali della nostra organizzazione sono due: dare raccomandazioni alle Nazioni Unite su ciò che interessa lo spazio come il climate change, la sostenibilità, lo space traffic management (dare delle norme per regolare il traffico in orbita, ndr), la medicina spaziale, l’esplorazione spaziale.

Il secondo è proprio creare questo network, per dare ai giovani una voce e l’opportunità di crescere e diventare i futuri leader del settore, mettendoli in contatto con i nostri sponsor e partner che sono, anzitutto, le agenzie spaziali e tutte le grandi industrie del settore.

Come vi fate sentire?

Principalmente attraverso tre attività: la prima sono eventi che organizziamo in giro per il mondo, più di 35 all’anno. Allo Iac, l’International Astronautical Congress, che quest’anno si terrà a Baku, in Azerbaijan, e nel 2024 a Milano.

Il secondo grande evento è allo Space symposium a Colorado Springs. Il terzo lo organizziamo a Washington, al Satellite Show. Poi ci sono altri eventi regionali. Abbiamo anche borse di studio e progetti in gruppi di studio specifici.

Qualche esempio?

Poniamo che uno sponsor, come l’agenzia spaziale tedesca, ci chieda un’opinione sul futuro della Stazione spaziale internazionale: durante i nostri eventi i giovani ne discutono e propongono una serie di raccomandazioni per lo sponsor, ma anche per le Nazioni Unite.

Non serve una laurea scientifica per poter partecipare? 

No: vogliamo fare in modo che chiunque abbia una passione per lo spazio possa partecipare a questo network e man mano crescere. I background sono diversi: il 75% dei membri lavora nel settore, il rimanente no. Perché hanno una passione per lo spazio e possono dare contributi aggiuntivi.

Quali sono le altre attività?

Abbiamo più di 200 borse di studio all’anno e diamo l’opportunità ai giovani di tutto il mondo, anche dai Paesi emergenti, di poter viaggiare e partecipare ai nostri eventi. E poi abbiamo progetti di ricerca, gruppi specifici, di cui i nostri membri possono far parte e contribuire su una tematica.

In questi ambiti si discute, per esempio, delle attività su Marte nei prossimi dieci anni, o di come potrebbe essere il futuro dei programmi lunari, soprattutto in termini di governance. Si producono report, documenti che poi vengono distribuiti pubblicamente e non solo alle Nazioni Unite. Oppure paper per le conferenze. Partecipano a progetti, concorsi, in modo che possano portare avanti le loro idee. 

Perché i giovani preferiscono compagnie come, per esempio, SpaceX o altri privati rispetto a una carriera nelle agenzie nazionali?

Magari perché in un’agenzia le procedure sono più lente, più burocratizzate. I giovani di oggi hanno più bisogno, invece che di una spinta, di qualcosa che li porti a dire ‘ok, sto contribuendo in questa azienda, in un ambiente dinamico, anche se molto più flessibile’ e con una visione.

Magari nell’agenzia spaziale questa cosa avviene meno. E quindi le nuove generazioni prima preferiscono farsi un’esperienza nell’industria, per decidere poi, a 40 o 45 anni, di passare all’agenzia nazionale e al proprio Paese. 

Anche le industrie che vi sponsorizzano vi consultano?

Vengono da noi dicendoci che faticano a trovare talenti. Allora cercano di capire quali possano essere i programmi che incentivano a far parte delle loro aziende. Noi diamo loro input dicendo che al momento i giovani sono molto interessati alla tematica dell’esplorazione marziana, della governance lunare, dello space traffic management, al climate change.

Sono tutti temi che, alla fine, toccheranno loro proprio in quanto giovani. Sappiamo bene che nel giro di trenta, quarant’anni al massimo, il climate change sarà un problema molto serio. Per questo si vuole fare in modo che l’input sia cruciale per il futuro non solo dello spazio, ma della sostenibilità. Preferiscono andare in un’azienda dove quella visione sia solida. 

In realtà, però, sono le agenzie spaziali quelle che hanno i programmi per la Luna, per Marte e per il climate change. 

In buona parte dei programmi, a prendere decisioni sono gli over 50. A differenza delle industrie, che invece inseriscono persone di 30 anni nel loro processo decisionale, anche in ambiti strategici. Sono inclusi in quelle conversazioni.

Le agenzie e le istituzioni stanno prendendo provvedimenti?

Buona parte sì. Josef Aschbacher – il direttore generale dell’Esa ndr – è venuto a uno dei nostri eventi. Ha detto proprio: ‘ragazzi nel giro di tre o quattro anni il 20 per cento dei lavoratori della gestione dell’Agenzia spaziale europea va in pensione. Puntiamo a un ricambio generazionale.

Su tematiche come l’esplorazione e la gestione del suolo lunare che indirizzo avete dato?

Nel 2021 è nata una piattaforma all’interno della nostra organizzazione, che si occupa in maniera precipua della Lunar governance. Ha l’obiettivo di produrre un report da distribuire alle Nazioni Unite ed è stata creata attraverso membri che hanno una passione per la governance lunare. 

In che cosa siete riusciti a incidere di più, a migliorare il comparto spazio con la spinta, con l’impulso dei giovani? 

Sicuramente in tutto quanto concerne il climate change. Abbiamo un’altra piattaforma dedicata a questo argomento. Lì i nostri giovani si esprimono sulle applicazioni spaziali che ritengono utili per cambiare le cose. A Las Vegas abbiamo organizzato un’intera giornata dedicata alla crisi climatica: la Nasa ha partecipato ed è rimasta sorpresa dal fatto che ci fossero certe visioni che non aveva considerato. Ne è nata una collaborazione per elaborare piani strategici.

Come date il vostro contributo in sede Onu e Unoosa?

L’Onu è un ambiente molto più diplomatico, bisogna rispettarne le procedure. Abbiamo lo status di Permanent observer. Abbiamo un posto a sedere, possiamo dire la nostra ma, ovviamente, non abbiamo potere di voto.

Come pensate sia giusto affrontare il climate change con le infrastrutture spaziali? 

Facendo in modo che i risultati abbiano una efficace ricaduta da globale a locale. Ogni anno organizziamo una competizione con le Nazioni Unite e chiediamo a tutti i nostri membri di argomentare la loro prospettiva in tema climate change.

Un concorrente ha presentato un documento molto interessante sulla deforestazione, sostenendo che le comunità locali non siano al corrente della situazione. Sono i governi che devono informare, poi starà alle comunità locali capire qual è il problema della deforestazione ed evitarla. 

Gli astronauti lo chiamano “overview effect”. 

L’astronauta lo vede con gli occhi, i satelliti lo vedono con i dati e quei dati devono essere tradotti in modo da essere accessibili a chiunque. 

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