Sam Altman
Leader

Dal passaporto digitale alle tecniche anti-aging: i progetti dello stregone della Silicon Valley

Articolo apparso sul numero di ottobre 2023 di Forbes Italia. Abbonati!

Noi continuiamo a seguirlo mentre va a Capitol Hill per spiegare ai senatori degli Stati Uniti l’intelligenza artificiale (era metà settembre) e come regolarla, ma lui è già oltre. L’ha incrociata con le criptovalute per darci un’identità digitale e coltiva un sogno antico: sfidare la morte, a suon di centinaia di milioni di dollari. Sam Altman è un rivoluzionario digitale, perché è uno di quegli imprenditori che si mettono in testa di cambiare il mondo con le tecnologie. Un hacker del futuro, come lo definiscono anche in America, che vuole sovvertire il corso della storia, ovviamente a fin di bene.

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Se qualcuno si chiede chi sia Sam Altman, la risposta più semplice è: il papà di ChatGPT, l’intelligenza artificiale generativa. Un anno dopo il lancio, per il 6 novembre ha convocato la prima conferenza globale per sviluppatori. Ha anticipato che non ci saranno grandi novità, ma pochi gli credono, perché ChatGPT è “un prodotto cool, ma ancora orribile” (sue parole in un podcast del New York Times).

Da lui andò Elon Musk nel 2015, quando, dopo un colloquio con l’allora presidente Obama, decise di fare qualcosa di forte per far capire alla politica e al mondo l’importanza dell’IA. Insieme costituirono OpenAI come società no profit, poi cominciarono a discutere su che cosa fare, come farlo e, soprattutto, chi avrebbe dovuto comandare. Il fondatore di Tesla lasciò la partita e cominciò a bombardare il progetto, come nel suo stile. “Per essere stronzo, è stronzo”, ha detto Altman, ceo di OpenAI dal 2019. “Però credo che ci tenga davvero e che sia molto preoccupato”. Questo asciutto giudizio si può leggere nell’imponente biografia di Musk firmata da Walter Isaacsson e appena pubblicata anche in Italia.

Il tipo si può permettere molto. Non male per un giovanotto di Chicago, 38 anni, che ha frequentato Stanford ma non si è mai laureato, che è una potenza in Silicon Valley ma non ha certo la visibilità di Musk. Con lui condivide però il profilo del visionario che non vuole e non sa darsi limiti, del capitalista che si preoccupa degli effetti sociali di quel che fa, del tecnofilo ossessivo ma anche riflessivo. Non si diventa così per caso, ma per un talento potenziato da una concomitanza di casi: ha cominciato a programmare a dieci anni, a meno di 20 ha creato una startup che ha raccolto 30 milioni ed è stata venduta per oltre 40, dopo essere stata incubata in Y Combinator, la più celebre fabbrica di startup d’America e del mondo (è stata la culla di società come Airbnb e Dropbox).

Il fondatore, Paul Graham, notò quel ragazzino (“Bill Gates doveva essere così a 19 anni”), lo prese in squadra e dopo pochi anni lo volle come presidente. Altman è diventato così il mago dell’innovazione, l’uomo che per qualcuno dovrebbe addirittura salvare la Silicon Valley, che da tempo critica apertamente.

“Ha perso la sua cultura dell’innovazione. Qual è stata l’ultima grande svolta scientifica uscita da un’azienda della Silicon Valley prima di OpenAI?”, dice confermando un alto livello di autostima, fattore che mette al primo posto nelle sue 13 regole per avere successo (si trovano online). Si guarda troppo al ritorno finanziario a breve e il politicamente corretto sta uccidendo la creatività imprenditoriale, sostiene. Perché a lui piace essere indipendente, irriverente e autonomo. E, soprattutto, avere una visione del mondo che prevede di cambiarlo, puntando non solo sulle idee più sicure, ma su quelle più audaci e più rischiose.

Non è un caso se la nuova impresa lanciata a luglio si chiama Tools for Humanity. Il nuovo strumento per l’umanità ha la forma di una palla di bowling, fa la scansione della nostra iride e produce il WorldID, un passaporto digitale universale per identificarsi in un mondo che sarà sempre più popolato da bot. Il progetto si chiama Worldcoin, è partito da San Francisco, ha una sede a Berlino e due milioni di utenti, fa orbing in 35 città di 20 paesi. Le scansioni degli occhi vengono depositate su una blockchain (dove non possono essere rubate o alterate) e chi si fa fare la scansione dell’occhio ottiene il token (certificato digitale) di una nuova criptovaluta, Wld, che dai 50 centesimi di partenza ha già raggiunto un picco di 5 dollari.

“Worldcoin può aiutare ad affrontare i cambiamenti dell’economia e della società prodotti dalla diffusione dell’IA”, sostiene il fondatore. La rivoluzione come sequenza di misure e contromisure, di rischi e di soluzioni per ridurli. Altman sembra disposto a provarle tutte: nel 2018 ha pagato 10mila dollari per prenotarsi la digitalizzazione del cervello, un intervento messo a punto da una startup che potrebbe portare alla morte e che infatti è stato finora rinviato.

Non c’è rivoluzione senza una quota di utopia. Con l’intelligenza artificiale o “aliena”, come la definisce Altman, lavoreremo meno e solo se e quando vorremo. Sul tema riflette da tempo. È un sostenitore dell’Ubi (universal base income), un modello di reddito minimo per tutti studiato anche dalla Banca Mondiale, e nel 2016 ha finanziato un esperimento in California per valutarne gli effetti. Ma qual è il sogno più estremo di ogni stregone? Allungare la vita, mettere la morte in attesa.

Da anni Altman studia le tecniche anti-aging e legge ricerche. A un certo punto ha scoperto che il sangue giovane può rinnovare i tessuti. Ha chiamato una vecchia conoscenza di Y Combinator, lo scienziato Joe Betts-La Croix, e gli ha chiesto: “Hai visto che cosa hanno scoperto a Berkeley? Perché non facciamo una startup? Metto io 180 milioni di dollari”. È nata così Retro Biosciences, lanciata sul mercato nell’aprile 2023. Obiettivo: ritardare la morte di almeno dieci anni, tanto per cominciare. Come? Disegnando diversi metodi per prevenire le malattie della vecchiaia, usando la riprogrammazione cellulare e le terapie basate sul plasma. Altman ha già fatto sapere che, ovviamente, sarà il primo a provarle.  

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