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Classifiche 9 Dicembre, 2019 @ 1:08

SDA Bocconi sul podio delle migliori business school in Europa

di Simona Politini

Staff

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Sda Bocconi: terza nella classifica del Financial Times European Business School 2019
La SDA Bocconi di Milano

Dal sesto al terzo posto, la SDA Bocconi School of Managemen conquista il podio nella classifica delle migliori business school europee realizzata dal Financial Times. Il risultato nella classifica segue una serie di riconoscimenti positivi nei più importanti ranking internazionali.

E non è certo il primo traguardo raggiunto quest’anno dall’ateneo milanese. A fine ottobre SDA Bocconi era salita sul podio europeo dell’Economist con il suo Mba, ottenendo il terzo posto, mentre a novembre la Bocconi ha conquistato il sesto posto in Europa nella classifica dedicata a Economics & Business di US News basata sull’eccellenza della ricerca.

European Business School Rankings 2019: la SDA Bocconi scala la classifica del Financial Times

Nella classifica delle classifiche del Financial Times (che tiene conto dei risultati di quattro classifiche pubblicato nel corso del 2019) sulle migliori Business School in Europa la SDA Bocconi conquista la medaglia di bronzo superando istituzioni molto conosciute nella competizione internazionale come la francese Insead, la svizzera IMD e la Oxford Said, la business school dell’Università di Oxford. Un premio più che meritato se si pensa che nel 2019 ben 12.000 manager tra italiani e stranieri hanno scelto di frequentare i suoi corsi diversificati per livelli di competenza e durata.

«Un risultato simile nella classifica dei Financial Times riconosci la completezza dell’offerta formativa di Bocconi e SDA Bocconi », commenta il rettore Gianmario Verona .

«SDA Bocconi ha preso molto sul serio il concetto di formazione continua», aggiunge il decano di SDA Bocconi, Giuseppe Soda , «proponendo esperienze formative per ogni stadio di sviluppo della carriera e aggiungendo al centro della propria offerta i bisogni specifici di potenziamento delle azioni in una logica di apprendimento continuo. Nell’ambito dei migliori standard internazionali, il tocco di “italianità” di SDA è la personalizzazione dei percorsi di crescita formativa per le aziende e le singole persone».

Business school europee, un trampolino per chi punta ad una carriera internazionale

Come riporta il FT, secondo il Graduate Management Admission Council (GMAC), il numero di domande per i corsi MBA a tempo pieno organizzati dalle business school europee quest’anno è salito al 63%. La crescita della domanda è stata trainata da un aumento delle iscrizioni internazionali. Uno dei principali motivi per cui i candidati scelgono le scuole europee è la qualità del sistema educativo, guardando alla laurea in una scuola europea come una risorsa per i propri obiettivi di carriera internazionale.

Le migliori business school in Europa secondo la classifica del Financial Times

Al primo posto del Business School Ranking 2019 firmato Financial Times troviamo quest’anno HEC Paris, l’istituto d’istruzione universitaria francese specializzato in economia e commercio.  Gli alti stipendi degli ex studenti e gli aumenti salariali per i corsisti del master in management e i laureati EMBA hanno contribuito in modo significativo al suo successo complessivo.

Scende in seconda posizione la London Business School. Una retrocessione di poco che riflette come il trambusto politico creato dalla Brexit non abbia influenzato il settore della formazione aziendale nel Regno Unito che, invece, continua ad attirare sempre più studenti da tutte le parti del mondo.

Il terza posizione ecco dunque la nostra SDA Bocconi che il 25 di novembre ha inaugurato il nuovo Campus all’interno della ex Centrale del Latte di Milano: “uno spazio per potenziare l’esperienza formativa grazie ad elementi infrastrutturali e tecnologici di assoluta avanguardia”, come ha dichiarato Giuseppe Soda.

Seguono nella top ten delle migliori business school in Europa 2019: University of St Gallen (Svizzera), Insead (Francia/Singapore), Iese Business School (Spagna/US), Essec Business School (France), IE Business School (Spagna), ESMT Berlin (Germania) e University of Oxford: Said (Regno Unito).

European Business School Rankings 2019 Financial Times

Investimenti 15 Maggio, 2019 @ 1:56

Unicredit – Commerzbank, gli indizi che rendono caldo il dossier

di Ugo Bertone

Contributor, ho visto cambiare l’economia italiana.Leggi di più dell'autore
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La sede di Unicredit a Milano
La Unicredit Tower di Milano (Imagoeconomica)

Unicredit non ha firmato alcun mandato a advisors per mettere a punto una possibile offerta su Commerzbank. A prima vista la nota emessa ieri sera dall’istituto su richiesta della Consob dovrebbe mettere a tacere le voci sollevate dalle indiscrezioni lanciate da Reuters su un mandato affidato a Lazard e JP Morgan in vista di un’offerta per la seconda banca tedesca, partecipata al 15% dal ministero delle Finanze tedesco. A rafforzare il tono della smentita, per giunta, nella nota si ribadisce che “la banca è focalizzata sul proprio piano industriale, basato sulla crescita organica” che sarà illustrato al mercato il prossimo 3 dicembre.

Piazza Affari ha preso atto della precisazione che è in sintonia con le ultime dichiarazioni del ceo Jean Pierre Mustier: fusioni transfrontaliere, ha sostenuto lunedì a Londra, oggi sono ostacolate dalla differenza di regole e dal diverso livello dei tassi. Nel frattempo, dalla Germania arriva l’eco dell’ostilità dei sindacati: l’eventuale merger tra Commerzbank, la seconda banca commerciale tedesca, e Hvb, la controllata d’oltre Reno di Unicredit, non potrebbe che comportare tagli sui costi, a partire dal personale. La prospettiva di un accordo con un istituto italiano, poi, ha già suscitato più di una perplessità, vista la forte presenza di titoli del debito italiano nel portafoglio della banca di piazza Gae Aulenti.

Eppure, nonostante queste indicazioni di segno contrario, più di una ragione consiglia di seguire con attenzione il dossier. Vediamo perché:

  • Ci sono, innanzitutto, motivazioni generali a favore dei matrimoni tra le banche europee, ben illustrate stamane sul Sole 24 Ore da Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Genérale (altro possibile partner di Unicredit): “Nell’ultimo anno l’esigenza di un processo di aggregazioni cross-border nel settore bancario europeo non si è ridotta. Anzi, è aumentata perché la redditività è sempre più condizionata negativamente dal rallentamento dell’economia e dallo scenario di tassi di interesse vicini allo zero per un lungo periodo: c’è il rischio, in prospettiva, che le banche europee diventino vittime di una “sindrome giapponese”. L’alternativa all’integrazione, aggiunge l’ex membro del direttorio Bce, è che “l’unica leva per aumentare la redditività sia il taglio dei costi che inevitabilmente porta alla riduzione del perimetro delle attività. Così però si va verso banche sempre più piccole e più fragili, creando un circuito perverso”. Particolarmente insidioso, si può aggiungere, per l’Italia in vista di una stagione difficile per il debito pubblico.
  • I vertici di Unicredit sono senz’altro sensibili al problema. Lo stesso Mustier ha comunicato l’intenzione di voler ridurre l’ammontare del Btp in portafoglio, oggi pari a ben 58 miliardi di euro (cifra che vale circa la metà del portafoglio titoli governativi (e circa il 7% degli attivi), indice della vulnerabilità del settore. Soprattutto se, come accaduto lo scorso anno, i titoli italiani dovessero tornare nel mirino della speculazione quando ci sarà da negoziare con l’Ue la prossima legge di bilancio (una strada che si annuncia in salita alla luce dei 23 miliardi di clausole di salvaguardia da disinnescare). Tra i Paesi europei l’Italia è quello in cui le banche sono in assoluto più esposte al rischio sovrano (in media i BTp valgono il 10,7% del totale degli attivi in Italia contro il 7,6% della Spagna) e questo primato si paga tutte le volte che lo spread sale andando a erodere il capitale di vigilanza delle banche.
  • Di qui la necessità di disinnescare la mina del rischio sovrano, esigenza che ben si sposa con l’obiettivo di un merger internazionale. La stessa cessione del 18% di Fineco Bank, che ha portato al deconsolidamento dell’istituto guidato da Alessandro Foti dal gruppo Unicredit, oltre ad irrobustire il Cet 1 dell’istituto, potrebbe favorire l’investimento in Commerzbank, banca che non ha ancora assorbito l’impatto dell’acquisizione di Dredsner Bank, ad un passo dal crack. Dal punto di vista politico l’operazione potrebbe risultare per la Germania meno indigesta di quanto non appaia a prima vista. Una fusione carta contro carta potrebbe avvenire attraverso Hvb, la controllata tedesca di Unicredit, sotto la lente della Bafin e della Bundesbank. La quota di mercato combinata delle due banche in Germania raggiungerebbe il livello del 9%. La capitalizzazione combinata ammonterebbe a 34 miliardi di euro.Insomma, le basi per un matrimonio già annunciato dal Financial Times ancor prima che fallissero le trattative tra Commerzbank e Deutsche Bank, ci sono. Ma le difficoltà, politiche ancor più che finanziarie, sono tante. E molto dipenderà dall’esito del voto del 26 maggio, decisivo per il completamento dell’Unione bancaria.