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Business 21 Maggio, 2020 @ 3:00

Un voucher anticrisi per tutelare l’innovazione delle Pmi, l’iniziativa di GLP

di Forbes.it

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(Shutterstock)

La ripresa da sempre passa per l’innovazione, ancora più nel momento in cui ci si accinge a uscire da una crisi economica. Le due principali istituzioni europee per la proprietà intellettuale (EPO ed EUIPO) in un recente studio spiegano come le imprese coinvolte in uso intensivo di tali diritti generino ogni anno il 45% del Pil nell’Ue e contribuiscano per 63 milioni di posti di lavoro.

In questo senso le Pmi con la loro flessibilità e capacità di adattarsi dinamicamente alle evoluzioni del mercato possono rappresentare il fulcro della ripartenza economica. Tuttavia spesso tutto ciò si scontra con la difficoltà per le piccole e medie imprese di tutelare la proprietà intellettuale.

Per questi motivi il gruppo GLP, ha dato vita all’iniziativa glp.eu/ripartiamoinsieme, stanziando 300 mila euro in voucher a favore delle Pmi italiane per l’accesso ai servizi messi a disposizione dalla società di consulenza: servizi per la protezione strutturata della proprietà intellettuale, attraverso la consulenza strategica, il deposito di domande di brevetto, la registrazione di marchi, disegni e modelli in oltre 160 nazioni.

I due managing partner Davide Luigi Petraz e Daniele Giovanni Petraz, hanno voluto aprire un portale dove le Pmi italiane potranno beneficiare di un voucher per i servizi offerti dalla società nei servizi specializzati connessi alla proprietà intellettuale, quindi all’innovazione e alla sua tutela. Le Pmi che necessitano di un supporto per tutelare i propri titoli di proprietà intellettuale, potranno così valutare al meglio la strategia di una ripresa strutturata tramite il deposito di un brevetto o modello o la registrazione di un marchio.

“E’ ora di fare squadra, mettendo al centro di ogni attenzione l’industria. Il supporto alla tradizionale capacità innovativa del sistema industriale italiano dev’essere favorito sopra ogni altra attività.
Il nostro gesto vuole trasmettere il senso del dovere verso tutti gli attori, perché solo in questo modo – se ognuno farà la propria parte – sarà possibile far ripartire il Paese”, spiegano i due managing partner.

Tutte le informazioni per ottenere il voucher GLP sono disponibili al sito internet glp.eu/ripartiamoinsieme.

Responsibility 8 Maggio, 2020 @ 10:47

5 azioni strategiche suggerite da Cariplo Factory per rilanciare l’economia

di Forbes.it

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(Imagoeconomica)

Proposta elaborata da Cariplo Factory. A cura di: Carlo Mango, Consigliere Delegato, Riccardo Porro, Chief Operating Officer, Marco Noseda, Chief Strategy Officer, Matteo Scarabelli, Chief Communications Officer, Gioia Piccioni, Legal Advisor, Ugo Castellani, Chief Technology Advisor, Anders Nilsson, Startup & Internationalization Senior Advisor, Enrico Noseda, Chief Innovation Advisor.

 

Nonostante la crisi economica e sociale che il nostro Paese si appresta ad affrontare, questo difficile momento può essere (anche) un’occasione di crescita per il sistema Italia.

L’emergenza legata al Coronavirus può essere l’opportunità per investire nei grandi trend trasformativi e assicurare al nostro Paese un futuro rilevante nell’economia mondiale che verrà (e che probabilmente non sarà globalizzata come siamo stati abituati a pensarla negli ultimi trent’anni). In Cariplo Factory, siamo convinti che l’innovazione sia uno strumento essenziale per affrontare le sfide che ci attendono perché, se il mondo non tornerà a essere quello che conoscevamo, la capacità di produrre cambiamento sarà una risorsa vitale. Pensiamo che le startup siano il miglior agente d’innovazione disponibile sul mercato e, per questo, siano un patrimonio da tutelare e valorizzare.

Lo hanno dimostrato sul campo, proprio durante la crisi da Covid-19, rispondendo in modo veloce, creativo e, soprattutto efficace, alle necessità più diverse, ricavando un respiratore da una maschera da snorkeling oppure organizzando la spesa condominiale per le persone in difficoltà.

Chiaramente, in un momento di incertezza sul futuro delle grandi industrie e delle PMI, che rappresentano la struttura portante della nostra economia, con le ombre lunghe del crescente disagio sociale, è giusto dare la priorità a elementi di maggiore peso macroeconomico. Tuttavia, dimenticare quelle microimprese innovative, finanziariamente fragili ma ricche di talento, competenze e tecnologie, con un enorme potenziale di crescita, sarebbe una grave miopia. Una mancanza di visione strategica che potrebbe non solo frenare la ripartenza, ma condizionare anche la competitività del nostro Paese nel lungo periodo.

Il Governo ha promesso di mettere sul piatto centinaia di miliardi di garanzie pubbliche per salvare le imprese: una dimostrazione di credito fondamentale nei confronti del sistema produttivo. Come Cariplo Factory, crediamo sia importante che questo maxi-investimento possa e debba fruttare anche in termini di innovazione, ricerca e sviluppo. Un sistema in grado di fare fronte ai bisogni di liquidità può diventare terreno fertile per accelerare su diversi fronti competitivi e adeguare i modelli di creazione del valore in una logica più sostenibile, nel rispetto non solo del patrimonio naturale ma anche del capitale umano e sociale.

Abbiamo individuato cinque azioni per sostenere l’innovazione, e in particolare le startup, in questa fase di ripartenza. Cinque azioni ambiziose affinché questa crisi possa anche essere un’occasione di crescita per il sistema Italia.

1 – Facilitare i meccanismi di innovazione attraverso un procurement agile

Le proiezioni sull’intero 2020 mostrano un crollo del PIL superiore al 10%, il dato peggiore nella nostra storia repubblicana. Molti analisti hanno già fatto scattare l’allarme per una depressione economica prolungata. In questo contesto, il rischio di paralizzare l’intero ecosistema congelando l’innovazione italiana per il prossimo decennio è concreto. Nella nostra esperienza, l’innovazione fiorisce laddove quegli agenti di cambiamento che sono le startup possono interagire con capitali o grandi aziende. Dei capitali ci occuperemo nei punti seguenti, qui ci concentriamo sulle aziende: i grandi gruppi, sicuramente quelli pubblici, ma non solo, sono vincolati ad agire in un perimetro normativo penalizzante, che non permette loro di muoversi in tempi rapidi e in modo efficace. E allora, visto che il momento è eccezionale, anche i provvedimenti devono esserlo: pensiamo a una piattaforma di smart procurement, gestita direttamente da un’agenzia collegata alla pubblica amministrazione, in grado di facilitare l’incontro e la collaborazione con le startup, già tracciate nel Registro delle imprese innovative, e i grandi gruppi presenti in Italia, organizzazioni sufficientemente strutturate per affrontare velocemente percorsi di open innnovation e coglierne i relativi benefici. Sono state proprio le startup a mostrarci, durante l’emergenza Covid-19, l’importanza del fattore velocità: lo smart procurement è uno strumento che permetterebbe lo sviluppo di servizi e prodotti innovativi in grado di rispondere ai nuovi bisogni con cui, certamente, ci troveremo a confrontarci nei prossimi 12/24 mesi. La proposta è in linea con i provvedimenti di semplificazione già adottati dal Governo nel decreto-legge Cura Italia del 17 marzo.

2 – Creare un piano strategico 2020-30 per accelerare la transizione verso l’economia circolare e i nuovi modelli di creazione del valore

Non sappiamo quando potremo dichiarare finita l’emergenza, ma già oggi sappiamo che difficilmente le cose torneranno come prima. A cominciare dalla globalizzazione: in molti, a partire dall’economista Jeremy Rifkin, si sono espressi sulla crisi di questo modello. Il distanziamento sociale, ancora per un lungo periodo, sarà la regola. La mobilità di merci e persone un fattore di criticità. Il modello dei distretti produttivi, che hanno fatto la fortuna dell’Italia a partire dagli anni Cinquanta, probabilmente tornerà attuale perché le logiche di prossimità saranno centrali per sviluppare nuovi modelli di creazione del valore. Ai quali può contribuire in modo determinante anche il concetto di adattività, vale a dire la reingegnerizzazione dei processi produttivi. Un elemento in grado di contenere il rischio per medie, piccole e microimprese e valorizzare la resilienza delle comunità locali.

L’economia circolare è la massima espressione di questi modelli. E per una volta l’Italia si trova nel ruolo della lepre: diversi indicatori sono concordi nel collocarci primi in Europa in molti settori dell’economia circolare. Siamo davanti anche a Francia e Germania che però, in virtù di una pianificazione più strutturata e di lungo periodo, stanno crescendo a una velocità superiore alla nostra. L’Italia utilizza al meglio le risorse destinate all’avanzamento tecnologico e ha un buon indice di efficienza (3,5 euro di PIL per ogni chilogrammo di risorsa consumata, la media europea è di 2,24), tuttavia è penalizzata dalla scarsità degli investimenti (circa 2,5 volte più basso rispetto a quello della Germania e 2 volte inferiore a quello della Francia), che si traduce in carenza di innovazione (siamo all’ultimo posto per brevetti depositati), e dalle lacune sul fronte normativo. È urgente invertire la rotta: finora abbiamo agito con le leve dei bonus, degli incentivi e delle misure spot. È arrivato il momento di una misura strutturale, in grado di assicurare continuità agli investimenti e alle risorse. Crediamo che si opportuno definire una strategia nazionale di lungo periodo e un piano di azione decennale per l’economia circolare, due strumenti che potrebbero assicurare al Paese un progetto di sviluppo (sostenibile) nel lungo periodo.

3 – Stimolare la trasformazione digitale attraverso la defiscalizzazione degli investimenti in progetti innovativi

La pandemia ci ha permesso di toccare con mano le enormi potenzialità della trasformazione digitale. Nonostante le difficoltà di una situazione estrema, milioni di italiani hanno sperimentato i benefici dello smart working. Gli studenti di scuole e università, nel giro di pochi giorni, hanno cominciato a seguire le lezioni dietro a un tablet o un pc anziché in classe. La telemedicina è stata una panacea per assistere anziani, pazienti cronici e altri soggetti fragili, senza farli muovere da casa. Il digitale, insomma, ci ha permesso di tenere accesi i motori del Paese durante i giorni del lockdown. Ma non sono state tutte rose e fiori: mai come in questi giorni abbiamo capito che il digital divide non è una questione tecnologica bensì un tema di inclusione sociale: in Italia solo il 24% delle abitazioni è raggiunto da servizi di rete ultraveloce e ci sono molte zone a “fallimento di mercato” dove gli operatori non hanno convenienza a portare la loro offerta.

Tuttavia, il problema vero non è l’hardware, ma il software, cioè i nuovi contenuti, i nuovi servizi, i nuovi processi, le nuove soluzioni di efficientamento, i nuovi canali di vendita. In una parola, il change management. Enormi opportunità che rischiamo di non cogliere. Il digitale è il principale fattore abilitante per la crescita post emergenza e per la competitività delle nostre imprese, grandi e piccole che siano, nel lungo periodo. Per questo occorre una strategia che stimoli la trasformazione digitale: crediamo che defiscalizzare gli investimenti pubblici e privati destinati allo sviluppo di progetti innovativi sia il modo migliore per perseguire questo obiettivo. Soprattutto se questi progetti coinvolgono le startup in una logica di open innovation e di collaborazione con le imprese.

 

4 – Sostenere finanziariamente le startup con provvedimenti straordinari

Le startup e le PMI innovative costituiscono il motore dell’innovazione. Sono imprese fragili, che esprimono numeri poco rilevanti da un punto di vista macroeconomico (il valore della produzione ammonta a circa 1,2 miliardi di euro per 12 mila posti di lavoro), tuttavia con un enorme potenziale di crescita. Lo stallo dell’economia, causa emergenza Covid-19, rischia di colpire prima di tutto loro. Prive di significative riserve di cassa, spesso esposte dal modello “as a service” e fortemente impegnate nella continua evoluzione della loro soluzione, una parte rilevante delle startup italiane rischia di non superare l’anno in corso. E, come detto, è un rischio che l’innovazione italiana non può permettersi di correre. Il perché è tutto in un numero: 10 miliardi di euro. È la valutazione media delle cosiddette startup unicorno (cioè con valutazione superiore al miliardo), poco meno di 500 aziende nel mondo che 30 anni fa non esistevano e che hanno utilizzato moltiplicatori di crescita possibili soltanto grazie a servizi e prodotti innovativi.

Crediamo che, in questo senso, debbano essere adottate misure straordinarie. VC Hub, l’associazione dei Venture Capital in Italia, ha recentemente definito una serie di provvedimenti urgenti a sostegno finanziario delle startup: credito d’imposta per la copertura dei costi fissi; emissione di prestiti “convertendo”; rimborsi dell’iva; credito d’imposta per attività di ricerca, sviluppo e innovazione; contratti a tempo determinato per i neo-assunti; contributi a fondo perduto per fronteggiare il Covid-19; moratoria dei finanziamenti; incentivazione dell’afflusso di capitale e delle acquisizioni di imprese innovative. Sono misure che abbiamo già pubblicamente sottoscritto e nelle quali ci riconosciamo pienamente.

 

5 – Raddoppiare i fondi di Corporate Venture Capital attraverso il contributo di finanza pubblica

Creare le condizioni affinché le startup possano sopravvivere è condizione necessaria ma non sufficiente per alimentare l’innovazione in Italia. È necessario stimolare l’iniziativa privata, favorire quelle forme di contaminazione finanziaria, preludio al processo di osmosi di conoscenze, competenze e talenti, tra le grandi corporate e le startup. Lo strumento si chiama Corporate Venture Capital e ha già dimostrato buone potenzialità nel nostro Paese: i quasi 10mila investitori in Corporate Venture Capital sono presenti nel capitale di una startup italiana su quattro. Inoltre, le startup partecipate da questo genere di investitori crescono di più e falliscono di meno rispetto a quelle partecipate solo dai fondi di investimento. E il 40% dei ricavi totali prodotti dalle startup italiane deriva da startup investite da Corporate Venture Capital. Il modello funziona, ma come spesso accade in Italia soffre di nanismo, cioè non ha una dimensione sufficiente per generare valore in modo significativo.

Alla luce di questa fotografia, pensiamo che le grandi corporate Italiane (e in generale le aziende di qualsiasi dimensione) debbano essere stimolate alla creazione di fondi di Corporate Venture Capital prevedendo logiche di matching fund di finanza pubblica. Vale a dire che a fronte della costituzione di un fondo di Corporate Venture Capital, un contributo pubblico con la medesima quota di capitale ne raddoppierebbe la capacità di investimento. Crediamo che questa misura possa creare le condizioni ideali per permettere alle grandi aziende del nostro Paese di lavorare con il comparto startup e innescare virtuosamente l’innovazione made in Italy.

Responsibility 7 Aprile, 2020 @ 10:14

Dentro Kilometro Rosso, uno dei parchi scientifici più attivi d’Italia

di Forbes.it

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Kilometro Rosso, il parco tecnologico che ospita più di 65 tra aziende
(kilometrorosso.com)

articolo di Enzo Argante tratto dal numero di marzo di Forbes Italia

Veloce, appariscente, evocativo e passionale. Dove, se non in Italia, un chilometro può essere rosso? Dove, se non in Lombardia, sulle cui possenti spalle industriali grava una buona parte del presente e del futuro della straordinaria vocazione italiana all’innovazione? Magari green? Se Kilometro Rosso è uno dei parchi scientifici più attivi e prestigiosi di questo paese, lui, il direttore Salvatore Majorana ne è il profeta, intraprendente e soprattutto controcorrente. Bandito per una volta lo stereotipo pessimista, lo dice forte e chiaro: “Sullo scacchiere mondiale del sistema industriale l’Italia c’è (e ci sarà) nel ruolo di protagonista. L’innovazione è nel nostro dna. Abbiamo la capacità di fare scienza e tecnologia e la storia di molti prodotti leader globali lo conferma. Dietro la grande rivoluzione tecnologica di questi decenni c’è tanta Italia: abbiamo inventato i microprocessori, il telefono, la plastica; dietro a tante conquiste tecnologiche c’è una capacità di superare i limiti straordinaria. Nelle nostre università e centri di ricerca si fa scienza di qualità, abbiamo una capacità di fare impresa ai vertici mondiali. Dobbiamo lavorare ancora tanto per creare un collegamento strutturale fra chi sa fare bene impresa e chi sa fare bene la scienza. Questo è il dominio del trasferimento tecnologico su cui meritiamo di mettere molta più energia. Quindi dobbiamo alimentare questa cultura in prospettiva”. E ciò che Majorana ama sempre dire specialmente ai giovani: “Siate curiosi, l’unico modo di affrontare il cambiamento è studiarlo e appassionarvi. Questo è il messaggio che anima chi fa il mestiere come il mio, affascinante, fra impresa e ricerca”.

Salvatore Majorana

Ci sono le competenze, perfino gli strumenti anche se disaggregati. Ma allora che cosa manca perché questa vocazione indiscussa in molti campi si concretizzi in leadership sul mercato internazionale? “Viviamo un’epoca in cui non si può lasciare all’iniziativa del singolo; un’epoca in cui se non impariamo a fare sistema rimaniamo dietro ai grandi colossi. Il nostro paese ha bisogno di darsi un metodo, un sistema, investire risorse, cambiare cultura e status quo”. Un esempio su tutti? “Il concorso attraverso cui i ricercatori universitari fanno carriera dovrebbe essere molto più orientato ai risultati per le imprese. Queste ultime dovrebbero avere spazio per sperimentare, anche sbagliando, perché nell’errore spesso c’è la possibilità di cambiare le cose. Questo è il metodo con cui bisognerebbe affrontare il processo di cambiamento. Quindi condividerlo, ed ecco l’open innovation di cui tanto si parla: mettere insieme la conoscenza di chi fa le cose, l’adozione di strumenti per relazionarsi con soggetti fuori dell’impresa e la capacità di metabolizzare le esperienze degli altri. Questo farà il resto”. A rendere ancora di più ostico il percorso c’è un’ipoteca storica del sistema italiano basato sulle Pmi che non ha mai dato segnali convincenti di voler collaborare per questo ecosistema. Eppure open innovation è un concetto funzionale soprattutto alle piccole e medie imprese. “La capacità di gestire le Pmi in maniera specializzata in alcuni settori è stato un elemento differenziate per l’impresa italiana del recente passato. Oggi però non ci si può permettere di rimanere arroccati nel proprio giardinetto. Il mondo è cambiato molto velocemente e l’unico elemento di successo possibile è nella complementarietà con il vicino di casa: bisogna collaborare con un sistema fatto di cambiamenti organizzativi, formativi e tecnologici”. Ecco il perché di parchi tecnologici modello Kilometro Rosso: più di 65 aziende e centri ricerca, più di 1.900 persone che lavorano li. “Il parco ha il compito di intensificare le relazioni e migliorarne la qualità. La quantità dei protagonisti è una conseguenza quasi naturale. Quando si lavora a un progetto di robotica collaborativa che mette insieme esperti provenienti dalla ricerca più avanzata e proponiamo alle aziende di accompagnarci nello studio, la reazione è immediata e un numero sempre maggiore di soggetti imprenditoriali decidono di condividere il tavolo e accompagnarci. Questo perché appare chiaro che la robotica è o sarà presto un elemento di riferimento imprescindibile per l’azienda”.

Ecco il ruolo di Kilometro Rosso. Trovare contenuti validi attorno a cui creare relazioni e attenzione all’evoluzione della tecnologia. “Mi piace raccontare che all’interno del parco scientifico ci siamo occupati di colmare quel divario che c’è fra il fabbisogno di competenza sentito dalle nostre imprese e la disponibilità di professionisti presenti sul territorio. Dentro Kmr abbiamo voluto e aggregato soggetti che operano nel campo della formazione professionale. Stiamo sviluppando un sistema che ci consentirà nel prossimo futuro di stare vicino a operatori finanziari che investono in startup e nuove idee. Crediamo che dalla contaminazione fra ricerca e industria possano nascere idee che meritano di essere finanziate e che possono generare nuova occupazione e soluzioni per il mercato”. In 10 anni di vita Kmr ha lasciato il segno. E anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto firmare il registro dei visitatori dell’innovazione made in Italy.

BrandVoice
27 Gennaio, 2020 @ 2:19

Gestire l’innovazione: soluzioni sartoriali di marketing technology

di Forbes.it

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Di Andrea Marcante – Managing Director intech

Nessuno dubita che sia necessario nelle aziende, sfruttare le potenzialità del digitale per mantenere e aggiungere capacità competitiva anche a breve termine. E questa osservazione è sicuramente vera per il marketing.

Tuttavia, la retorica di cui sono permeati gli approcci sul digital marketing, è ammantata di disruption, revolution, e di una serie di altri roboanti proclami che appiattiscono il discorso e non permettono neppure di capire che cosa è realmente in gioco. Anzi, un paio di recenti articoli della Harvard Business Review ricordano che introdurre innovazione digitale in termini di rivoluzione è – per utilizzare una vecchia similitudine del mondo analogico – come gettare sabbia negli ingranaggi.

L’approccio da cui ci sembra corretto partire dopo 20 anni di continua presenza nel mare del web, è semmai evolutivo: si tratta di introdurre in primis una visione strategica sulle potenziali innovazioni di processi e poi di progettare e implementare le soluzioni tecnologiche adatte caso per caso.

In fondo, se l’innovazione di prodotto e comunicazione verso i potenziali clienti parla di customizzazione, perché non partire dalla customizzazione dell’innovazione?

Senza rifuggire gli standard che permettono di inquadrare e replicare velocemente il contesto, si tratta di proporre soluzioni sartoriali che vanno dalla individuazione dei dati di interesse alla costruzione di processi di normalizzazione e modellazione dei dati, fino ad offrire insight e attivazione dei dati stessi sulle piattaforme di delivery. Ebbene sì, a questo punto possiamo anche iniziare a lavorare con machine learning e intelligenza artificiale.

Insomma, ci siamo resi conto che rende di più un lavoro fine da bottega artigiana piuttosto che una bella piattaforma industrializzata ready-to-use e non per una ragione distintiva, o quantomeno non solo per questo, quanto proprio per una ragione di efficienza ed efficacia di un progetto di innovazione digitale, che abbia tempi ragionevolmente brevi di prima implementazione ma anche un respiro evolutivo ad almeno tre anni.

Ciò che fa la differenza è la comprensione del contesto all’inizio di un progetto.

Ci è capitato di incontrare eccellenti proposte da un punto di vista tecnologico che, in fase di attuazione, hanno incontrato problemi di realizzazione enormi proprio per la mancanza di competenza specifica del contesto.

Se chi deve realizzare uno strumento di normalizzazione e manipolazione dei dati, non ha ben chiaro che la misurazione del numero di utenti o della reach è fortemente influenzata dal fattore temporale (e che quindi, per esempio, non posso sommare la reach di week 1 con la reach di week 2 per avere una reach totale di periodo) rischia di fornire una visione della situazione completamente distorta. E ancora, se il progettista non ha una conoscenza anche verticale di quali siano le domande e i bisogni di un dipartimento di marketing digitale, non si accorgerà che avere pronto da qualche parte il dato di placement trafficati può essere petrolio – giusto per utilizzare un’altra abusata metafora – per un analista e quindi rischierà di non accorgersi che fornirà un livello di aggregazione troppo alto e di sottovalutare il volume di dati di un fattore fino a 10.000 volte inferiore con ovvie conseguenze di costi ed effort.

Si noti che questi esempi, che riportano situazioni realmente affrontate, non vogliono insistere su un possibile errore di brief ma su una premessa a monte di un intero progetto di marketing technology. Nei casi qui esposti evidentemente ci si è mossi avendo a disposizione un bouquet di soluzioni tecnologiche da proporre pensando a un obiettivo di ottimizzazione di flussi dati e, quando ci si muove così, la proposizione quasi automatica è di adattare un sistema già pronto altrove.

Il cliente però non parte dal bisogno di ottimizzazione del flusso dati: il cliente necessita di capire quali informazioni permettono di verificare il comportamento di segmenti di utenti rispetto a prodotti e azioni di comunicazione e magari se sia possibile ottenere degli insights previsionali su cui poi prendere decisioni.

Da qui parte allora un doppio lavoro che potremmo definire di mappatura geografica”.

È necessario in primis una mappa degli stakeholder coinvolti nel progetto: chi fa parte del progetto di marketing technology lato aziendale? Vi sono eventuali altri consulenti o provider che hanno voce in capitolo nel progetto? Individuate queste figure, bisogna definire le aree specifiche di cui sono investite, le relazioni tra queste aree e declinare di conseguenza quali sono le risposte che si attendono dai dati. In questa fase, si configura un lavoro di vera e propria traduzione tra portatori di competenze, interessi e conseguentemente linguaggi diversi: è facile esemplificare questa fase nelle due grandi aree di marketing e tecnologia che usano appunto approcci e vocabolari molto diversi. I designer esperti di sistemi e tecnologie di comunicazione direbbero che ci posizioniamo all’interno, o meglio, come uno dei vertici di un triangolo semiotico a fare da codifica e decodifica per il marketing da una parte e l’IT dall’altra, discutendo e proponendo l’evoluzione della stack tecnologica all’IT e il set di informazioni significative al marketing e magari valutando già la forma visuale che semplifichi la lettura. Se questo posizionamento riesce, il progetto trova una velocizzazione decisiva in quanto si assicura al cliente il controllo di entrambi i lati del progetto e come consulenti sappiamo che stiamo ricevendo indicazioni dai decisori corretti.

È a questo punto che si può passare a mappare le fonti dati e le dipendenze tra loro. Generalmente in questa fase quello che emerge è la non connessione e la mancanza di normalizzazione tra i dati stessi. Intervenire sui processi di integrazione delle fonti di dati è di nuovo delicato perché spesso agire sui dati significa agire sui processi di lavoro e spesso con referenti diversi, non è raro infatti che, ad esempio, analytics, dati di advertising e CRM siano gestiti da tre team diversi. In questo caso, il lavoro non è tanto di traduttori, quanto di fluidificatori dei processi (un collega una volta si presentò come data plumber, per fortuna il cliente comprese l’ironia della situazione). Unire i vari pezzi del puzzle è conveniente a tutte le parti in gioco: quando tutti iniziano a vedere insights interessanti, si verifica anche un miglioramento della collaborazione tra reparti del cliente stesso.

Il risultato è quindi una mappa dettagliata che mostra stakeholder, fonti dati, e i processi che connettono stakeholder stessi con fonti dati. Da qui si può lavorare a normalizzare i dati e a estrarli in modo coerente e consistente. Su questi dati si costruiscono sistemi di visualizzazione, siano dashboard interattive o report, e si implementano eventuali processi automatici di delivery delle azioni di comunicazione, come ad esempio calibrare il bidding delle search ads o i messaggi su fattori esterni quali localizzazione geografica o meteo.

Su queste soluzioni, che chiamano in causa algoritmi di machine learning, e su un altro aspetto chiave, la privacy dei dati, torneremo in prossimi post. Entrambi questi aspetti si posizionano proprio nel processo consulenziale che abbiamo qui tratteggiato.

Classifiche 16 Dicembre, 2019 @ 10:46

Chi sono i 20 innovatori italiani scelti da Forbes

di Forbes.it

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Articolo tratto dal numero di dicembre di Forbes

Da che cosa si riconosce un leader innovativo? Hal Gregersen, direttore esecutivo del Mit Leadership Center e riconosciuto esperto di management di livello internazionale, in un libro ha isolato il dna dell’Innovatore in cinque talenti: fanno domande scomode (1) ma si impegnano per trovare risposte creative (2), le cercano confrontandosi con persone diverse da loro (3), fanno e apprezzano gli esperimenti (4) e infine, per dirla alla Steve Jobes, “connect the unconnected”, creano connessioni lì dove non è ancora stato fatto.

Forbes Italia ha selezionato 20 manager e imprenditori (qui in ordine alfabetico) che in Italia stanno lavorando per cercare problemi da risolvere, nella tecnologia e non solo. Non è un elenco esaustivo e tanto meno una classifica. I leader innovativi sono tanti e spesso invisibili. L’importante è saperli riconoscere.

Gabriele Benedetto
ceo di Telepass

Paolo Bertoluzzo
ceo di Nexi

Silvia Candiani
ceo di Microsoft Italia
“Il successo per me è riuscire ad avere un impatto determinante nel mondo, Cercare, grazie alla propria attività, di cambiare le cose. Spero, da qui a qualche anno, di contribuire al rilancio del nostro paese”.
Forbes Italia, aprile 2018

Innovazione: i 20 leader italiani della classifica Forbes
Silvia Candiani Ceo Microsoft Italia

Fabio Cannavale
ceo di lastminute.com e ideatore di B Heroes

Luca Colombo
country director di Facebook Italia
“Le persone che lavorano qui devono muoversi velocemente. L’apprendimento autonomo è basilare: è necessario essere un po’ imprenditori di sé stessi. Innovare per me è non seguire
la strada che hanno già delineato altri”.
Forbes Italia, novembre 2019

Innovazione: i 20 leader italiani della classifica Forbes
Luca Colombo, country director di Facebook Italia

Carlotta Costamagna
presidente di Pellan Bedimensional

Alberto Dalmasso
co-fondatore e ceo di Satispay

Davide Dattoli
co-fondatore e ceo di Tag
“Per me l’innovazione è il propulsore (o motore, scegli tu) del progresso sociale. Oggi dobbiamo essere guidati dal desiderio di innovare e di scoprire per creare un reale impatto sul mondo in cui viviamo.”
Forbes Italia, novembre 2019

Innovazione: i 20 leader italiani della classifica Forbes
Davide Dattoli, co-fondatore e ceo di Tag

Federico Leproux
ceo di TeamSystem

Salvatore Majorana
direttore di Kilometro Rosso

Marco Marlia
co-fondatore e ceo di MotorK
Per MotorK fare innovazione significa investire costantemente energie e risorse per sostenere il processo di digital trasformation del comparto automobilistico, che abbiamo scelto di innovare con le nostre idee e la nostra tecnologia all’avanguardia.

Innovazione: i 20 leader italiani della classifica Forbes
Marco Marlia, co-fondatore e ceo di MotorK

Fabrizio Perrone
co-fondatore e ceo di Buzzoole

Alessandro Petazzi
co-fondatore e ceo di Musement
“Sembra tutto facile adesso, ma ne abbiamo viste di tutti i colori e abbiamo avuto momenti difficili. Se siamo andati avanti, è perché abbiamo visto la possibilità di un business senza confini Ci siamo detti: perché non può nascere in Italia il miglior servizio digitale per chi viaggia?”
Forbes Italia, febbraio 2019

Innovazione: i 20 leader italiani della classifica Forbes
Alessandro Petazzi, ceo Musement

Paola Pisano
ministra per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione

Cristina Pozzi
co-fondatrice e ceo di Impactscool

Andrea Prencipe
rettore dell’Università Luiss Guido Carli

Carlo Ratti
founding partner/chairman di Carlo Ratti Associati

Chiara Russo
co-fondatrice e ceo di Codemotion

Pietro Sella
ceo e direttore generale di Banca Sella

Francesco Starace
ceo e direttore generale di Enel

Classifiche 3 Settembre, 2019 @ 5:57

La nuova lista dei 100 leader più innovativi d’America secondo Forbes

di Forbes.it

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(Spencer Platt/Getty Images)

Un pareggio. Non poteva essere altrimenti, considerato il calibro dei due personaggi in ballo. Jeff Bezos, fondatore di Amazon e uomo più ricco del mondo, con il ceo di Tesla, Elon Musk, sono appaiati in cima alla classifica di quest’anno dei 100 leader più innovativi d’America.

Nella top ten trovano posto manager e amministratori delegati noti in tutto il mondo. In terza posizione c’è Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, seguono Marc Benioff, creatore di Salesforce.com, da molti considerato il nuovo Bezos; e Reed Hastings, co-fondatore e ceo di Netflix. Dietro di loro Satya Nadella, ceo di Microsoft e artefice del rilancio della compagnia fondata da Bill Gates e Paul Allen; Shantanu Narayen, presidente e ceo di Adobe; Tim Cook, ceo di Apple, che a breve presenterà i nuovi iPhone; Arne Sorenson, ceo di Marriott International; e, infine, Larry Page e Sergey Brin, co-fondatori di Google.

Compare anche un italiano nella lista: si tratta di Fabrizio Freda, il manager alla guida della multinazionale americana della cosmetica Estée Lauder, che occupa la 48° posizione.

Per stilare la lista Forbes ha collaborato con i professori di business school Jeff Dyer e Nathan Furr, insieme al consulente Curtis Lefrandt per misurare le quattro qualità essenziali per la leadership: reputazione dei media per innovazione, network, track record per la creazione di valore e aspettative degli investitori per la creazione di valore. Sono stati presi in considerazione fondatori o ceo di aziende statunitensi con un valore di mercato superiore a $ 10 miliardi, le 50 maggiori società private statunitensi che sono diventate pubbliche negli ultimi cinque anni e le società che sono rientrate nella classifica Forbes delle 100 società più innovative.

Ecco i 100 leader più innovativi d’America


Innovazione 5 Luglio, 2019 @ 2:00

Claudia Pingue è la nuova talent scout degli startupper

di Pieremilio Gadda

Staff

Giornalista, coordinatore di Forbes, scrivo di economia e finanza.Leggi di più dell'autore
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Claudia Pingue è tra le 100 donne vincenti di Forbes Italia nel 2019. (Courtesy Polihub)

Articolo tratto dal numero di luglio 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

“Quando sono arrivata all’università si usavano ancora i floppy disk. Oggi siamo nel mezzo della quarta rivoluzione industriale. L’Internet of Things e i sistemi d’intelligenza artificiale sono sempre più pervasivi”. Per comprendere la portata dello tsunami tecnologico che ha stravolto il mondo del lavoro, costringendo gli atenei ad attrezzarsi velocemente per essere parte attiva del cambiamento, non esiste forse immagine più efficace di quella scelta da Claudia Pingue, classe 1979, la donna che il Politecnico di Milano ha chiamato a guidare il Polihub, distretto dell’innovazione e acceleratore d’imprese del Politecnico di Milano. Una vera e propria fabbrica di startup, che in sei anni ha raccolto 12.500 idee di nuovi business, ne ha sostenute oltre 600, per 113milioni di euro investiti. Il ritmo di crescita è incalzante, se si pensa che nel solo 2018 le risorse messe in campo sono 28 milioni, suddivisi su 113 aziende ospitate.

“È il 10% del denaro investito in venture capital in Italia”, calcola Pingue. Dallo scorso ottobre la sua attività di talent scout dell’innovazione può contare su Poli360, il nuovo fondo d’investimento di 60 milioni di euro, gestito da 360 Capital Partners, società europea di venture capital che lavora in stretta collaborazione con le strutture dell’ateneo e vede la stessa Pingue in qualità di super-consulente. “Il mio compito come advisor è quello di contribuire a scegliere le idee che meritano di essere sostenute da un punto di vista finanziario”.

Nata a Sulmona in provincia dell’Aquila, Pingue arriva a Milano nel 1998, per iscriversi al corso in ingegneria delle telecomunicazioni. Fin dal principio una scelta di campo precisa. “Sono cresciuta dentro il Politecnico”, racconta a Forbes. Dopo la laurea con il massimo dei voti, nel 2004 viene chiamata come ricercatrice presso gli Osservatori digital innovation della School of management del Politecnico di Milano. Nel 2006 frequenta il master in gestione aziendale e sviluppo organizzativo del Mip – business School del Polimi. Il primo incarico di taglio consulenziale arriva nell’ambito della Fondazione dell’Ateneo, che gestisce Polihub. “Fungevo da trait d’union tra aziende, ricerca e finanziatori, accompagnando le imprese nel percorso di trasformazione digitale”.

Il 2013 è l’anno in cui in Italia nasce la startup innovativa come entità giuridica. Claudia, ex cestista – ha praticato basket a livello agonistico fino ai 28 anni – viene chiamata a gestire l’incubatore dell’Ateneo, in qualità di direttore generale. “Il nostro è un incubatore sui generis”, spiega Pingue, “perché lavoriamo con il deep tech: le idee che aiutiamo a sviluppare fanno leva su asset tecnologici difendibili: non parliamo solo di modelli di business innovativi, ma anche di tecnologie non facilmente replicabili, che nascono dalla ricerca di base, dalle università. Per questo i tempi di maturazione sono mediamente più lunghi”. Dall’idea allo sbarco del prodotto o servizio sul mercato passano in media tre anni. Si parte dalla fase di incubazione. La squadra di Pingue analizza i candidati, esaminando il valore innovativo della tecnologia proposta, il suo grado di maturità e il team che vuole lanciare l’impresa. Se l’idea supera l’esame, parte l’acceleratore. Si attiva formalmente l’azienda, viene testato il modello di business, in stretta collaborazione con il fondo Poli360 e con un club di mentori, costituito da business angel, esperti ed alumni, che collaborano in una logica di give back. “Vogliono restituire un pezzo del loro percorso di successo per favorire la nascita di nuove imprese”.

Se il test di mercato è positivo, si passa alla fase di scaleup: che significa crescita dimensionale, consolidamento organizzativo, espansione sui mercati internazionali. Il tutto in un contesto iper-stimolante e fecondo di opportunità di business, quello dell’Innovation district del Polimi, 8mila mq di spazi d’incubazione su quattro edifici nel quartiere Bovisa, più di 100 realtà tra startup e aziende, che operano in diversi ambiti di innovazione, dal design all’it, dal biomed alle micro e nano tecnologie.

Il tasso di sopravvivenza delle statup accelerate da Polihub, a cinque anni dall’uscita dal programma, è dell’82%. “Siamo molto selettivi in fase di incubazione: su 1.500 richieste, ne accogliamo una cinquantina l’anno”. Il sistema funziona al punto che nel 2018 il Polihub è stato premiato dal ranking di Ubi Global come terzo migliore incubatore universitario al mondo, secondo in Europa, per la capacità di generare impatto sull’economia. Il racconto di Pingue gronda entusiasmo per quello che fa. “Voglio continuare a lavorare a supporto di chi fa impresa”. Ma lascia trapelare anche una nota dolente. Riguarda la scarsa presenza di donne nelle startup, in linea con la media nazionale: 13%. Un dato fermo da tre anni, che nel segmento del deep tech presidiato dal Polimi precipita al 6%. Perché? “Il problema nasce dalla scarsa partecipazione delle donne ai percorsi formativi scientifici: nella nostra università il rapporto tra studentesse e studenti è uno a cinque. Tra ricercatrici e ricercatori uno su tre”.

Il risultato è un impoverimento: dell’università, del mondo lavorativo. E del tessuto imprenditoriale. “Il carburante essenziale che alimenta il potenziale innovativo di una startup è la diversità. Disciplinare, intesa come mescolanza di competenze differenti; culturale, e anche di genere. Una ricerca della Fondazione Kauffman dimostra che la presenza della componente femminile valorizza e completa la capacità di un team di analizzare un problema. Le donne manifestano l’attitudine a interpretare meglio i bisogni del mercato. C’è anche una differenza motivazionale: fanno impresa perché colgono un problema, identificano una possibile soluzione e intravedono un’opportunità di mercato. Gli uomini lo fanno più spesso per necessità”.

Se è vero che, come dice Pingue, le università “sono chiamate a trasformarsi da grandi scuole di formazione a generatori di futuro, c’è ancora del lavoro da fare, almeno sul fronte della parità di accesso. Intanto la manager resta concentrata sulla sua missione di talent scout dell’innovazione. Cosa avrebbe voluto fare in un’altra vita, se non il direttore generale di Polihub? “Il direttore generale di Polihub”, scherza. “La tecnologia mi ha sempre appassionato. Oggi le chiamiamo startup, un tempo era ricerca e sviluppo. In un modo o nell’altro mi sarei comunque occupata di innovazione”.

Claudia Pingue ce l’ha fatta. A immaginarla all’inizio di quel percorso, appena arrivata a Milano dall’Abruzzo, con in mano un floppy disk, viene da sorridere.

Innovazione 26 Maggio, 2019 @ 11:25

VGen, così gli studenti italiani si organizzano per guidare l’innovazione

di Forbes.it

Staff

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In soli 5 mesi è riuscita a diventare protagonista nel panorama dell’innovazione italiano con oltre 150 membri, 60 startups nel network e oltre 10 eventi organizzati. E’ VGen, iniziativa nata con lo scopo di preparare gli studenti universitari ad essere i leader del cambiamento tecnologico. Per gli stessi promotori dell’iniziativa VGen sta infatti per Value Generation, con un doppio significato. Da un lato generare valore, dall’altro rappresentare la “generazione del valore”, cioè gli studenti e i giovani che vedono nell’innovazione un’opportunità per cambiare la società. “VGen è una community di visionari che vogliono immaginare e costruire i lavori e la società del futuro”, spiega il co-founder Riccardo Madrigali.

L’iniziativa combina la presenza online con quella offline. “Tra i nostri obiettivi c’è quello di rendere l’esperienza della nostra community pratica per arricchire dal punto di vista professionale i nostri studenti e prepararli al mondo del lavoro.” afferma Gabriele Belfiore, anch’egli co-founder del progetto. Da quest’obiettivo è nato il VGen LAB, un nuovo concept di open innovation che coinvolge gli studenti universitari in progetti di crowdsourcing con startup e aziende.

gli studenti di vgen
I ragazzi di VGen

“Ad oggi abbiamo elaborato un progetto per una delle partecipate di una delle primarie società di consulenza internazionali e stiamo supportando una fintech norvegese a comprendere il mercato italiano”, afferma Ludovica Arconte, head of VGen Lab, bocconiana, 20 anni e tanta voglia di vivere il mondo in cambiamento da protagonista. “Siamo attivi con oltre 50 smart talent tra l’Università Bocconi, il Politecnico di Milano e l’Università Bicocca, per provare a guidare il cambiamento nelle università”.

VGen: gli eventi e i prossimi progetti

“La nostra community è solo agli arbori, in 5 mesi siamo riusciti ad affermarci con successo sul panorama dell’innovazione italiano. Nei prossimi mesi siamo pronti a portare una vera e propria rivoluzione nell’ecosistema coinvolgendo, come mai prima d’ora, gli studenti universitari in maniera sempre più capillare da tutte le università italiane” – afferma Matteo Ruggeri, responsabile eventi di VGen – “È strategica anche la partnership con Capital Venture Consulting, boutique finanziaria che collega i capitali alle imprese ad alta crescita. Studenti, startup e corporate uniti da un’unica mission: innovare il Paese!”.

L’ultimo evento in ordine di tempo è stato il primo “Italia 2030” tenutosi il 7 maggio scorso al Talent Garden Calabiana di Milano. L’evento ha proposto un format di contaminazione e innovazione tra studenti, startup e grandi aziende per raccontare lo stato attuale dell’innovazione e come questa stia cambiando il futuro del nostro paese. Dopo le tavole rotonde su tematiche come l’ecosistema startup, l’open innovation e il fintech è avvenuta la premiazione della vincitrice del VGen Startup Award: la startup “Emotiva”, un software di IA che analizza le risposte emotive delle persone per predirne i futuri comportamenti di acquisto. L’evento si è concluso nell’area networking & recruiting dove gli studenti hanno potuto interagire direttamente con le startup e le corporate presenti.

“Ringrazio la mia squadra a Milano che ci ha permesso di arrivare a raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissati. In pochissimo tempo siamo riusciti a portare a bordo partner strategici di grande calibro, come EY, Consulenza e Risorse, TechMood, YourCFO e tanti altri” afferma Luca Carlomagno, head of VGen Milan, con responsabilità verso l’espansione e il marketing strategico.

Le attività in agenda non si sono esaurite e prevedono diverse iniziative nelle prossime settimane tra cui un Investor Day presso la sede romana di Azimut Capital Management per valorizzare le startup del proprio network, un hackathon e un evento di open innovation su un verticale industriale; il tutto accompagnato dalle attività giornaliere del VGen Lab.

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