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Cultura 15 Maggio, 2019 @ 9:47

Liu Bolin, l’invisibile performer cinese porta a Milano le sue fotografie

di Marco Rubino

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persone rosso corpo
Un’opera di Liu Bolin

In scena al Mudec dal 15 maggio al 15 settembre quella che sarà ricordata come una delle principale mostre d’arte dell’anno nel nostro Paese.

Con le sue fotografie, che immortalano l’atto finale delle sue performance, Liu Bolin, artista cinese di fama internazionale, è diventato oggetto del desiderio di molti collezionisti e autore di infinite mostre in tutto il mondo. L’elemento che lo contraddistingue sono i suoi ritratti mimetici in cui, grazie a un accurato body painting, il suo corpo risulta così integrato con l’ambiente circostante da fondersi con esso.

Luoghi emblematici, problematiche sociali e ambientali, identità culturali, bandiere: Liu Bolin fa sua la poetica del nascondersi per diventare cosa tra le cose, per denunciare che tutti i luoghi, tutti gli oggetti – anche i più piccoli – hanno un’anima che li caratterizza.

Le fotografie di Liu Bolin hanno diversi livelli di lettura, che vanno ben oltre l’immediatezza espressiva. Dietro lo scatto fotografico ci sono lo studio, l’installazione, la pittura, la performance dell’artista: un processo di realizzazione che dura anche giorni, a dimostrazione di come un’immagine fotografica artistica non sia mai frutto del caso, ma la sintesi di un processo creativo spesso complesso che rivela la coscienza critica dell’artista, la sua intima conoscenza della realtà in tutta la sua complessità e la sensibilità per le principali tematiche sociali.

blu corpi persone
Un’opera di Liu Bolin

Attraverso le sue opere Liu Bolin cerca di sviscerare le contraddizioni dell’uomo contemporaneo e di indagare nel profondo il rapporto tra la civiltà moderna e l’uomo stesso.

“Dal 2005 al 2007 sono stato principalmente in Cina – racconta l’artista – e il tema centrale delle mie opere è stato lo sviluppo economico cinese”. Poi iniziando a viaggiare “Ho scoperto che in ogni posto ci sono dei problemi e attraverso la mia arte voglio rappresentarli”.

La mostra Visible Invisible raccoglie circa cinquanta opere dell’artista, tra cui un inedito della Pietà Rondanini scattato al Castello Sforzesco di Milano e la fotografia della Sala di Caravaggio – mai esposta prima – realizzata nel 2019 alla Galleria Borghese di Roma, oltre all’immagine scattata al MUDEC tra i reperti della collezione permanente del museo.

Le opere sono state organizzate dalla curatrice – Beatrice Benedetti, direttore artistico della galleria Boxart di Verona – in sezioni in base alle tematiche affrontate o alla location.

corpi persone
Un’opera di Liu Bolin

Gli scatti che raccontano la ribellione dell’artista nei confronti delle autorità, che nel 2005 le autorità cinesi demoliscono lo studio di Bolin, nel Suojia Arts Camp: da questo episodio nasce la serie Hiding in the city. Poi troviamo Hiding in the rest of the world che raccoglie, invece, foto scattate nelle grandi metropoli, da New York a Pechino. Il percorso continua con la serie Hiding in Italy: un costante confronto tra le culture d’Oriente e Occidente – le cui culle sono collocate rispettivamente dall’artista in Cina e in Italia.

Appartengono a questa sezioni gli scatti realizzati a Roma (Colosseo, Galleria Borghese e Piazza di Spagna) e a Milano al Duomo, al (Castello Sforzesco e al Teatro alla Scala). In mostra anche gli scatti del ciclo Shelves: la critica al consumismo di Liu Bolin lo porta a scomparire tra gli scaffali dei supermercati, in mezzo a scatolette di cibo.

Tra le fotografie più celebri esposte, anche il ciclo Migrants in cui Bolin coinvolge alcuni rifugiati ospiti di centri d’accoglienza in Sicilia. In questo caso, l’identificazione con lo sfondo lascia il posto alla spersonalizzazione dell’io e di un popolo, che non ha più volto se non quello della disperazione umana e della denuncia sociale.

“Dal 2013 in poi – racconta Bolin- ho iniziato una nuova fase del mio percorso realizzando delle opere in cui ho invitato a partecipare altre persone, così nel settembre del 2015 ho deciso di andare Catania per raccontare il tema dei migranti”.

Chiudono la mostra l’abito dipinto usato per la realizzazione dello scatto nei depositi del Mudec e i video che raccontano il dietro le quinte.

Style 26 Aprile, 2019 @ 2:33

Grace Kelly e Dior, una storia d’amore (e stile) ora in mostra

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda, viaggi, arte e nuove tendenze.Leggi di più dell'autore
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Grace Kelly
(Getty Images)

Quest’anno, sarebbe stato il 90esimo compleanno di Grace Kelly, scomparsa nel 1982 in un incidente stradale. Conosciuta anche come Principessa Grace o Grace di Monaco dopo il matrimonio con Ranieri III nel 1956, era la musa di Alfred Hitchcock, che la volle protagonista della maggior parte dei suoi film come Caccia al ladro, Marnie e La finestra sul cortile.

Ma Grace viene ricordata oggi (soprattutto) come icona fashion: Balenciaga, Yves Saint Laurent, Givenchy e Christian Dior erano infatti i suoi stilisti del cuore e oggi proprio la maison francese di LVMH ha deciso di dedicarle la mostra Grace of Monaco, Princess in Dior, realizzata dalla storica della moda Florence Müller e in agenda da domani 27 aprile al 17 novembre al Musée Dior di Granville (Normandia). Un vero e proprio tributo all’eleganza algida e regale della principessa che prende vita attraverso 85 abiti provenienti da palazzo Grimaldi insieme a bozzetti originali, fotografie, profumi e lettere tra Grace e Marc Bohan, alla guida della griffe francese per ben trent’anni.

grace kelly volto
(musee-dior-granville.com)

Grace amava la moda ma raramente assisteva alle sfilate e sceglieva gli abiti dopo averli visti sui bozzetti che le venivano inviati insieme ai campioni di tessuto. L’incontro con Dior risale ai tempi di Hollywood. E’ indimenticabile la foto di Grace alla première de La finestra sul cortile con indosso il “Caracas Dress” della collezione primavera-estate 1954.

Dai balli sfarzosi ai viaggi ufficiali in tutto il mondo, passando per gli eventi artistici e di beneficenza, la mostra rivela l’innata capacità di Grace di scegliere sempre look adatti per ogni occasione, giusto compromesso tra i copioni patinati di Hollywood e l’eleganza sobria imposta dalla sua carica di principessa monegasca.

Dior vestì l’attrice in tantissime occasioni creando abiti diventati negli anni iconici come il Bayadère, sfoggiato nel 1969 al Ballo della Croce Rossa, o il vestito indossato alla sua festa di fidanzamento al Waldorf Astoria di New York nel 1956.

Non solo occasioni formali però, perché la casa di moda parigina vestì la principessa anche in mise casual firmati dal designer Marc Bohan, zio elettivo per i nipoti Carolina, Stephanie e il futuro re Alberto di Monaco.

Grace fu infine la prima ad aver sovvertito l’etichetta reale: le principesse non erano viste spesso in pubblico o fotografate dalla stampa, e ancora oggi, icone del cinema e della moda contemporanee la prendono spesso come esempio di stile.