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Tecnologia 30 Dicembre, 2019 @ 10:00

Storia di una startup brianzola arrivata a quotarsi alla Borsa di Toronto

di Giovanni Iozzia

Staff

Direttore di EconomyUp ed esperto di economia digitale.Leggi di più dell'autore
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Claudio Erba ha fondato nel 2005 Docebo, piattaforma di formazione digitale a distanza, utilizzata da 1,600 aziende in 68 paesi. (Courtesy Docebo)


Articolo tratto dal numero di dicembre 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

“In Brianza, se non sei un imprenditore, a scuola di solito ti picchiano…”.

Tra il serio e il faceto Claudio Erba ci porta così alle origini del suo successo. Docebo, la ex startup da lui fondata nel 2005 nella casa di famiglia vicino alle curve dell’autodromo di Monza, è una delle belle storie del 2019: un’impresa con testa e cuore italiani che si è quotata alla Borsa di Toronto, raccogliendo 75 milioni di dollari. “Io ti insegnerò”, dice il nome latino, e infatti Docebo è una piattaforma di e-learning, formazione digitale e a distanza ovviamente, utilizzata da 1.600 aziende in 68 paesi, da Amnesty International a Intesa Sanpaolo: la dimostrazione di quel che possono fare le tecnologie digitali applicate alla formazione aziendale.

Come si fa a creare una multinazionale della formazione, quasi 300 dipendenti, fatturato attorno ai 40 milioni con obiettivo 100 entro il 2021, uffici in Europa, Asia e Nord America, partendo da Biassono? Per Claudio Erba, 46 anni, il primo ingrediente è proprio lo stile brianzolo: “Testa bassa e lavorare. Pochi aperitivi e focalizzazione sul business…”. E poi c’è la svolta internazionale, un po’ cercata, un po’ dettata dai limiti del mercato italiano. Quando sono arrivate le buone notizie dal Canada, qualche investitore a cui si era rivolto in passato Erba, senza successo, ha fatto outing sui social: “Abbiamo sbagliato valutazione, soprattutto abbiamo sbagliato a non comprendere che Claudio fosse un imprenditore con grandissima potenzialità…”. Cosa che invece è accaduta oltreoceano, visto che sulla società hanno investito due importanti fondi canadesi e che oggi il 70% del fatturato è generato in Nord America, con gli Stati Uniti a farla da padrone.

Claudio, c’è un po’ di amarezza per non essere stato compreso in casa?
L’amarezza ce l’hanno gli altri, non io. Non sono entrati, quando Docebo valeva meno. Noi siamo brianzoli nel sangue e pensiamo a lavorare. Certo qualche supporto in più in Italia avremmo potuto averlo, ma adesso c’è qualcuno che si dovrebbe mangiare le mani. D’altro canto per noi è stato un c… gigantesco il fatto che mi abbiano rimbalzato: non saremmo riusciti a fare quello che abbiamo fatto, perché sono le situazioni di stress che ti portano ai grandi cambiamenti.

Come comincia il tuo percorso di imprenditore?
Ho sempre voluto fare l’imprenditore, era qualcosa che si respirava in casa, durante le vacanze scolastiche lavoravo con mio padre. Poi ho cominciato a fare esperimenti con Internet nel 1996, ho vissuto tutta la bolla d’inizio secolo ed è stato un bene, perché non si impara dai successi ma dai fallimenti. Con Docebo ho cominciato nel 2006, due anni dopo la nascita di Facebook, quando la bolla era ormai dimenticata ma in Italia ci si piangeva ancora addosso.

Quando è arrivata la svolta internazionale?
Fino al 2012 Docebo era una srl che fatturava 1 milione di euro. Se sei un’azienda italiana, è impossibile riuscire a fare come negli Usa, cioè crescere con il mercato interno: devi necessariamente andare all’estero. Quello italiano è piccolo, non ci sono i volumi sufficienti. Noi siamo stati acquisiti da due fondi canadesi, perché quando ci hanno visto avevamo già quasi il 50% dei ricavi negli Stati Uniti.

Quindi è possibile per una startup italiana o europea sfondare nel mercato nord americano?
Sì, ma il problema è arrivarci con un business model convalidato: non è facile e non accade spesso. Il paradosso è che per Docebo è stato più facile e veloce scalare, crescere, con un solo ufficio negli Stati Uniti che nel mercato europeo dove devi lavorare per mercati diversi. Entrare in Gran Bretagna, Francia, Germania è molto più complicato e richiede più tempo: dinamiche culturali, norme e regole di procurement sono molto diverse. Senza dimenticare le barriere linguistiche…

Che cosa c’è nel 2020 di Claudio Erba e di Docebo?
Con la quotazione in Borsa nessuno è uscito, i fondi hanno un lock-in (periodo di blocco, ndr) di 18 mesi e anche il management è superblindato. Il mio lock-in è di 36 mesi: questo per dimostrare al mercato che abbiamo una visione lunga. Adesso stiamo lavorando tantissimo con l’intelligenza artificiale. Pensiamo che può aiutare moltissimo a innovare la formazione, che è ancora molto tradizionale. È un viaggio lungo, siamo solo all’inizio e ultraeccitati dalle opportunità che si aprono. Ci vediamo tra sette anni, perché i nostri azionisti non hanno fretta

Claudio, dove vivi adesso?
Casa mia è Macherio, Monza e Brianza, anche se viaggio 10 volte l’anno negli Stati Uniti. Finora ha funzionato e, quando posso, mi porto in giro anche mia figlia, che ha cinque anni.

Non hai mai pensato di trasferirti lì?
No, mai. In Nord Europa ci sono minori opportunità ma si vive meglio. A me piace il mio giardino… E quando ho tempo studio francese, leggo di tutto, vado in mountain bike e faccio il prato. Dove lo trovo un altro posto come quello della mia Brianza?

Tecnologia 10 Dicembre, 2019 @ 12:38

Le 6 innovazioni ad impatto sociale finaliste di GoBeyond

di Gabriele Di Matteo

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C’erano i giovani inventori e c’era il ministro per l’Innovazione Digitale Paola Pisano alla premiazione dell’evento GoBeyond promosso da SisalPay per far emergere dal mercato italiano le migliori idee tecnologiche che abbiano anche una mission di impegno sociale.

Adams’hand, la prima protesi bionica al mondo completamente adattiva, e Corax – dispositivo smart per prevenire le infezioni nei bambini ustionati: sono queste le due start up vincitrici della terza edizione di GoBeyond, la call for ideas promossa da SisalPay insieme a CVC Capital Partners, che ha l’obiettivo di incoraggiare l’innovazione e il talento, facilitando la trasformazione di un’idea in una realtà imprenditoriale.

I vincitori sono stati proclamanti, durante la cerimonia di premiazione tenutasi a Milano presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, alla presenza del Ministro per l’Innovazione tecnologica e digitalizzazione Paola Pisano.

Un evento che ha rappresentato un momento di confronto concreto tra i protagonisti dell’ecosistema dell’innovazione e delle start up in Italia, per discutere ed individuare spunti e proposte concrete su come dare energia e finanziare il futuro in Italia, i lavori che verranno e il cambio di passo necessario per vincere le sfide che attendono il Paese.

SisalPay, insieme a CVC Capital Partners, garantirà un finanziamento all’idea vincente per ciascuna categoria – per la persona e per il sociale – attraverso un grant di 20mila euro, seguito poi da un supporto di advisory, mentorship, formazione e accelerazione insieme ad uno dei partner.

La giuria ha esaminato e valutato ciascun aspetto dei progetti presentati, assegnando un punteggio per ciascuno dei parametri individuati: innovazione, utilità, fattibilità e scalabilità. La commissione si è riunita per condividere il giudizio su ciascun progetto e assegnare un punteggio collegiale, decretando i il podio e dunque i vincitori:

Servizi innovativi per la persona, classifica:

  1. Adams’hand,la prima protesi bionica al mondo completamente adattiva
  2. Jobobo,un market place innovativo per una perfetta integrazione lavorativa
  3. Crypto,una piattaforma per rendere le criptovalute accessibile a tutti

Innovazione per il sociale, classifica:

  1. Corax,un dispositivo per prevenire le infezioni nei bambini ustionati
  2. Nando, un cestino in grado di riconoscere, smistare e compattare tutti i rifiuti
  3. Busrapido,una app sulla selezione che consente di scegliere la migliore azienda per il proprio viaggio

Il recruiting delle idee si era aperto il 24 giugno e si è concluso il 31 ottobre 2019; nei cinque mesi, sono state raccolte più di 120 idee da giovani e meno giovani di tutta Italia, grazie anche al GoBeyond tour, nato per promuovere la call for ideas, ha toccato 5 tappe italiane all’insegna dell’innovazione e dell’imprenditorialità, con il coinvolgimento di oltre 500 studenti.

Business 18 Novembre, 2019 @ 3:47

Il Trentino inaugura una Valley dedicata alle startup

di Forbes.it

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Un unico ecosistema multiservizio per gli startupper del Trentino. Sono aperte fino al 16 dicembre le candidature a Trentino Startup Valley, il progetto con cui Trentino Sviluppo e Hit – Hub Innovazione Trentino hanno scelto di unire le forze, sincronizzando programmi e concorsi prima gestiti separatamente, per offrire a startupper, aspiranti e neoimprenditori, studenti e ricercatori attivi nella Provincia autonoma di Trento un programma di accompagnamento caratterizzato da coaching personalizzato, supporto economico, spazi di lavoro, network dedicati e accesso a consulenti specialistici, investitori e business angel.

Trentino Startup Valley è un programma a numero chiuso, con una durata complessiva di 36 mesi e si suddivide in tre fasi – Bootstrap, Validation, Go-to-market – ed è promosso da Trentino Sviluppo e Hit che rappresentano i due enti di sistema chiamati dall’Assessorato provinciale a farsi portavoce per la valorizzazione delle idee imprenditoriali in Trentino, realtà che da tempo lavorano con le startup. Ora però c’è la possibilità di sinergie e collaborare a creare lavoro.

La prima fase è denominata “Bootstrap”, ed è un intenso programma di formazione imprenditoriale a numero chiuso della durata di 4 mesi; la seconda, “Validation”, prevede che le idee migliori che emergeranno dalla fase Bootstrap continuino ad essere seguite e supportate da figure professionali altamente specializzate nei successivi 8 mesi; la terza, quella del “Go-to-market”, è un programma a sportello, della durata massima di 24 mesi, per startup mature che necessitano di supporto finanziario e manageriale per completare la fase di industrializzazione e di entrata sul mercato.

In palio, per i primi tre classificati della seconda fase, 20 mila euro da investire nella propria attività al primo, al secondo 10 mila euro e al terzo 5 mila euro. Le domande per partecipare alla prima fase (“Bootstrap”) devono essere presentate tramite un form digitale presente sul sito web dell’iniziativa: www.trentinostartupvalley.it.

Business 15 Novembre, 2019 @ 11:01

Le invenzioni di questi teenager potrebbero cambiare le nostre vite

di Antonio Piazzolla

Studente universitario, mi occupo di giornalismo scientifico.Leggi di più dell'autore
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Alaina Gassler
Alaina Gassler

Giovani, brillanti, ambiziosi e determinati. Sono i fattori più comuni nei teenager che si fanno strada nel mondo delle startup e delle innovazioni; chi vive la Silicon Valley questo lo sa bene. Alcuni di loro siedono ancora tra i banchi di scuola e, tra una lezione e un compito in classe, dedicano il proprio tempo libero a servizio della comunità, sviluppando le loro intuizioni molto spesso con pochi mezzi e strumenti di fortuna, in un mix di genialità e creatività. Abbiamo raccolto tre validi esempi inerenti al settore automobilistico, sanitario e delle energie sostenibili.

Tra questi vi è Alaina Gassler, una studentessa quattordicenne di West Grove, in Pennsylvania, che si è aggiudicata il primo premio alla Broadcom Masters Competition per gli studenti delle medie consistente in 25.000 dollari, per i progetti più innovativi. La giovane studentessa ha messo a punto un sistema per eliminare i punti ciechi alla guida; Alaina ha raccontato alla Cnn di aver avuto l’intuizione quando ha realizzato che a sua madre non piaceva guidare la sua jeep perché i montanti anteriori causavano punti ciechi.

I montanti anteriori infatti, oltre a supportare il parabrezza, forniscono maggiore protezione in caso di incidente; al contempo però, le loro dimensioni creano dei punti ciechi rispetto alla posizione del conducente, compreso nello specchietto retrovisore e negli specchietti laterali.
“Ci sono così tanti incidenti automobilistici, feriti e morti che si potrebbero evitare se solo un montante non fosse lì. E dal momento che non possiamo toglierlo dalle auto, ho deciso di liberarmene senza liberarmene”, ha dichiarato la ragazza nel video di presentazione del progetto per la Society for Science.

Alaina ha utilizzato una webcam, un proiettore, un adattatore realizzato con la tecnica della stampa 3D e un tessuto retroriflettente per rendere ‘invisibili’ i montanti anteriori di un’auto mostrando la visuale che c’è dietro al punto cieco.

La webcam, installata all’esterno del montante, trasmette le immagini a un proiettore che invece è installato all’interno della cappotta dell’auto e che proietta le immagini acquisite su un tessuto retroriflettente che ricopre l’interno del montante, così che la luce si rifletta senza rimbalzare in diverse direzioni. La giovane ha anche realizzato un supporto con la tecnica della stampa 3D per consentire al proiettore di mettere a fuoco a distanza ravvicinata.

“Dopo aver fatto alcune ricerche ho scoperto che negli Stati Uniti ci sono più di 840.000 incidenti stradali relativi a punti ciechi all’anno, il che ha reso questo progetto significativamente più importante per me”, ha dichiarato Alaina alla Cnn.

A essere sinceri però, ci aveva già provato la Continental nel 2018 con un sistema più complesso (telecamere interne, esterne e display oled) chiamato ‘Virtual A-Pillar’ ma il progetto è stato parzialmente accantonato. L’idea della studentessa della Pennsylvania è sicuramente più sostenibile in termini di costi e tecnologie disponibili.

Altra affascinante storia è quella del diciottenne messicano Julián Ríos Cantú, ceo e co-fondatore di Higia Technologies, la cui idea si ispira a una tragica esperienza di vita vissuta: “Quando avevo 13 anni, a mia madre fu diagnosticato per la seconda volta un tumore al seno: le dimensioni del tumore passarono da quelle di un chicco di riso a quelle di una pallina da golf in meno di sei mesi. La diagnosi è arrivata troppo tardi e mia madre ha perso entrambi i seni e quasi la sua vita”.

EVA
Una coppa del reggiseno EVA (Higia Technologies)

Questa terribile esperienza ha ispirato il giovane a sviluppare EVA, un reggiseno che rileva le fasi iniziali del tumore al seno attraverso a dei sensori tattili che mappano la superficie del seno monitorandone la consistenza, il colore e la temperatura.

“Quando c’è un tumore al seno c’è più sangue, più calore, quindi ci sono cambiamenti di temperatura e struttura”, ha affermato il giovane in alcuni video su Youtube. Il dispositivo, nato alcuni anni fa, ha vinto il primo premio del Global Student Entrepreneur Awards in cui hanno partecipato 56 studenti imprenditori provenienti da 56 paesi, ed è acquistabile online sul sito ufficiale di Eva Tech.

Dulcis in fundo troviamo tanto creativa quanto geniale l’idea di Hannah Herbst che, dall’età di 14 anni, ha iniziato a progettare una turbina in grado di generare elettricità dalle correnti marine. Classe 2000, Hannah si è aggiudicata negli anni riconoscimenti come il Best Young Scientist negli Stati Uniti (2015) e il suo nome è presente nell’elenco dei 30 giovani under30 più promettenti secondo Forbes (2018).

Hannah Herbst
Hannah Herbst (Discovery Education 3M Young Scientist Challenge)

“Dio mi ha fatto sentire che devo aiutare gli altri”, ha detto Hannah. La sua fede in Dio ha dato origine all’intuizione: la ragazza infatti, membro della comunità cristiana nella città di Boca Raton (Florida), ha trascorso tutta la sua infanzia e adolescenza impegnata in un programma che mette i bambini americani in contatto con bambini di paesi sottosviluppati. Hannah ha così incontrato Ruth, dall’Eritrea, che è diventato il suo amico di penna: “Quando mi ha detto che l’elettricità non era accessibile nella sua città ho pensato che avrei dovuto fare qualcosa”, ha dichiarato la ragazza nell’ambito di Unleash 2019, un incontro di giovani talenti che la società spagnola Trivu organizza ogni anno a Madrid.

Nel contemplo Hannah si avvicina a un programma di ingegneria scoprendo che c’erano navi che si muovevano con l’energia prodotta dall’acqua. “Se funziona con le navi perché non applicare gli stessi principi per creare elettricità nella città costiera di Ruth?”. Così la ragazza, ai tempi quattordicenne, ha iniziato a lavorare sodo con il supporto dei suoi tutor, realizzando Beacon (acronimo inglese che sta per “Portare l’accesso elettrico alle città attraverso l’energia dell’oceano”), una turbina che trasforma l’energia delle correnti marine in elettricità attraverso un generatore.

“Non contenta”, si fa per dire, la giovane oggi ha sviluppato delle bende antibatteriche costituite con PDMS (il polidimetilsilossano); l’idea è giunta dopo che il suo papà ha riscontrato un cancro, l’anno scorso, al seguito di un periodo postoperatorio, quando la ferita si è infettata. “Ho pensato: ‘Come può accadere negli Stati Uniti che abbiamo risorse?’. Nel mio gruppo scientifico stavamo studiando le proprietà degli squali. La sua pelle è composta da strati che formano una rete impermeabile che impedisce ai batteri di penetrare. Ho deciso di provare a replicarlo nelle bende sanitarie. Sono bende antibatteriche perché le costruiamo con PDMS, il polidimetilsilossano, una specie di silicone trasparente e sono anche riutilizzabili, quindi sono molto economiche”, ha dichiarato la giovane.

Hannah ha dato vita alla società Tiburones Technologies, e le bande saranno lanciate nel mercato nel 2020, in attesa di brevetto, con l’intenzione di commercializzare in tutto il mondo.

Classifiche 11 Ottobre, 2019 @ 9:00

Chi sono le italiane più influenti nell’Europa delle startup e del venture

di Forbes.it

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Paola Bonomo
Paola Bonomo

Ci sono anche due italiane tra le donne più influenti d’Europa in ambito startup e venture capital: Paola Bonomo e Fausta Pavesio, che entrano nella Top 50 redatta da Eu-Startups.com.

Business angel e già manager di successo in McKinsey, eBay, Vodafone e Facebook, Paola Bonomo si è seduta anche in importanti consigli di amministrazione come quelli di Piquadro, Axa o Sisal. Qui il ritratto che Forbes ha dedicato a “nostra signora delle startup”. Anche Fausta Pavesio è business angel: fa base a Milano dove è indipendent director dello spazio di coworking Talent Garden.

Di seguito la lista completa delle Europe’s most influential women in the startup / VC world stilata da Eu-Startups.com:

Alice Bentinck (co-founder di Entrepreneur First e Code First:Girls)
Alice Zagury (co-fouder e ceo di The Family)
Alisée de Tonnac (co-founder e ceo di Seedstars World)
Alix de Sagazan (co-founder e ceo di AB Tasty)
Avid Larizadeh Duggan (co-founder di Bottica.com e oggi coo di Cobalt Music)
Brigitte Baumann (founder e ceo di Go Beyond Early Stage Investing)
Celine Lazorthes (founder e ceo di Leetchi Group: Leetchi.com, MANGOPAY)
Colette Ballou (founder di Ballou PR)
Corinne Vigreux (co-founder di TomTom)
Delia Lachance (co-founder e managing director di Westwing)
Dörte Höppner (coo di Riverside Europe Fund)
Eileen Burbidge (partner di Passion Capital)
Elizabeth Varley (founder e ceo di TechHub)
Fausta Pavesio (indipendent director di Talent Garden Milano)
Ida Tin (co-founder e ceo di Clue)
Jessica Butcher (co-founder e director di Blippar)
Julia Bösch (founder e ceo di Outfittery)
Justine Roberts (ceo di Mumsnet e Gransnet)
Kaidi Ruusalepp (founder e ceo di Funderbeam)
Karen Boers (co-founder e managing director di Startups.be)
Karoli Hindriks (ceo di Jobbatical)
Kinga Stanislawska (founder e managing partner di Experior Venture Fund)
Laura Kohler (founder e managing director di Sharkbite Innovation)
Laura Urquizu (ceo di Red Points)
Lea-Sophie Cramer (founder e managing director di Amorelie)
Madeleine Gummer v. Mohl (co-founder e ceo di Betahaus e co-founder di Hardware.co)
Mar Alarcon Batlle (founder e ceo di SocialCar.com)
Marie Ekeland (co-founder di Daphni)
Marie Helene Ametsreiter (partner di Speedinvest)
Maria Pennanen (ceo di Santiment e co-founder di Accelerator Frankfurt)
Martha Lane Fox (co-founder di lastminute.com, Lucky Voice, Antigone, Go On UK, and Doteveryone)
Mette Lykke (co-founder di Endomondo, ceo di Too Good To go)
Nancy Cruickshank (founder di MyShowcase, svp digital business transformation di Carlsberg Group)
Natalie Massenet (founder di Net-a-Porter)
Nathalie Gaveau (co-founder di Priceminister e di Shopcade, managing director e partner di BCG Digital Ventures)
Nicola McClafferty (investment director di Draper Esprit)
Paola Bonomo (Angel Investor, già membro del leadership team europeo di eBay e già marketing solutions director di Facebook)
Raffaela Rein (co-founder di CareerFoundry, founder e md di WildWildVentures e Vitalute)
Reshma Sohoni (co-founder e partner di Seedcamp)
Roxanne Varza (director di Station F project)
Sarah Nöckel (vc investor in Dawn Capital, founder ed editor di Femstreet)
Sarah Wood (co-founder di Unruly)
Sharmadean Reid (founder e ceo di Beautystack)
Sherry Coutu (Angel Investor e presidente di Founders4Schools, non executive director di Zoopla)
Sissel Hansen (founder di Everywhere)
Sonali De Rycker (partner di Accel Partners)
Steffi Czerny (co-founder e managing director DLD Media)
Stephanie Hospital (founder di One Ragtime)
Tanja Kufner (partner & head of dynamics.vc)
Tugce Bulut (founder e ceo di Streetbees)

Tecnologia 20 Settembre, 2019 @ 12:20

Stripe scalza Airbnb e WeWork e diventa l’Unicorno più grande degli Usa

di Daniel Settembre

Staff writer, Forbes.it

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Startup fintech: i fratelli Collison, fondatori di Stripe
I fratelli Collison hanno fondato Stripe nel 2010. (Courtesy Stripe)

Per una startup che soffre, ce n’è un’altra che vola. Se in queste ore la valutazione del colosso del co-working WeWork – la cui quotazione era prevista per prossima settimana, ma che in seguito ai dubbi degli investitori sulla sostenibilità del suo business è stata rimandata – si è dimezzata a 20 miliardi di dollari (dai precedenti 40), la fintech Stripe, fondata dai fratelli Patrick e John Collison, raggiunge un valore (pre-money) di 35 miliardi di dollari (dai precedenti 20), diventando il più grande unicorno statunitense superando anche Airbnb – che potrebbe sbarcare in Borsa entro il 2020 – ora vale 31 miliardi di dollari.

Dietro anche SpaceX, l’azienda spaziale creata da Elon Musk, che oggi vale circa 33 miliardi di dollari, e Palantir Technologies, la cui valutazione potrebbe essere crollata dai precedenti 40 miliardi a una più modesta forchetta di 20/10 miliardi di dollari. Alle spalle anche Juul, startup delle sigarette elettroniche, che potrebbe scivolare dai 38 miliardi attuali in seguito ai problemi di salute che stanno riscontrando gli utilizzatori negli Stati Uniti.

La valorizzazione di Stripe è frutto dell’ultimo round di finanziamento da 250 milioni di dollari, proveniente tra gli altri, da General Catalyst, Sequoia e Andreessen Horowitz. Il nuovo round arriva sulla scia dell’elevato ritmo di sviluppo dei prodotti e del forte slancio commerciale degli ultimi tempi

La piattaforma di Stripe oggi elabora centinaia di miliardi di dollari all’anno per milioni di clienti, tra cui Wayfair, Airbnb, GitHub e The RealReal. Questi nuovi utenti si aggiungono alle corporate di lunga data già clienti da tempo come Amazon, Uber, Shopify e Salesforce

Il funding round vuole accelerare l’espansione globale, lo sviluppo dei prodotti e le capacità aziendali. Tra gli obiettivi c’è l’ampliamento della presenza globale: Stripe oggi è disponibile per le aziende di 34 Paesi, compresa l’Italia, con l’obiettivo di raggiungere quota 40 nei prossimi mesi. Anche prodotti come Billing e Terminal stanno venendo attivati in sempre più Paesi. Stripe impiega oltre 2.000 dipendenti in 14 uffici nel mondo, tra cui un hub di progettazione e prodotto “in remoto” focalizzato sull’adattamento delle diverse soluzioni ai mercati locali.

Inoltre, Stripe ha sviluppato un’infrastruttura programmabile per il trasferimento di denaro a livello globale, la Global Payments and Treasury Network (GPTN) e una crescente gamma di prodotti e servizi oltre a quella base che è ora disponibile in 34 paesi. Stripe aspira a essere la società di infrastrutture con il più rapido tasso di aggiornamento al mondo, costantemente impegnata nella revisione e nel consolidamento della propria affidabilità e sicurezza.

La scorsa settimana, la startup ha annunciato diversi nuovi prodotti, tra cui Stripe Capital, per consentire alle aziende un accesso semplificato ai fondi; la Stripe Corporate Card, per gestire le spese aziendali; pagamenti istantanei su tutti i conti Stripe statunitensi e altro ancora.

“Anche adesso, nel 2019, meno dell’8% del commercio avviene online,” ha dichiarato John Collison, che è anche presidente della società e a cui Forbes stima un patrimonio netto di 2,1 miliardi di dollari. “In questo momento stiamo investendo per costruire l’infrastruttura che alimenterà l’e-commerce nel 2030 e oltre. Se lo facciamo nel modo giusto, possiamo aiutare Internet a realizzare il suo potenziale come motore per il progresso economico globale”.

Tecnologia 23 Agosto, 2019 @ 8:32

Chi è l’unica italiana ad aver lavorato in tre startup miliardarie

di Giovanni Iozzia

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Direttore di EconomyUp ed esperto di economia digitale.Leggi di più dell'autore
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pallone a forma di unicorno
(Ann Suckov, Getty Images)

Articolo tratto dal numero di agosto 2019 di Forbes Italia. Abbonati.

“Sono l’unica italiana ad aver lavorato in tre unicorni”. Mentre lo dice, a Elena Lavezzi brillano gli occhi e come non capirla? A 32 anni ha già attraversato un buon pezzo dell’innovazione internazionale: Uber, Circle e adesso Revolut. Ecco gli unicorni: startup ad alto impatto sul mercato in cui operano e con ritmi di crescita impressionanti, oltre che con valutazioni miliardarie. Sono rari e quindi vengono chiamati come la leggendaria creatura. Dall’app di San Francisco, che in dieci anni ha cambiato l’idea stessa di taxi, alla società irlandese, ma con sede a Boston, che ha messo a punto una piattaforma finanziaria basata sulla blockchain valutata più di 3 miliardi sei anni dopo la fondazione, fino alla neobank da smartphone nata a Londra nel 2015 e già con 5 milioni di clienti in tutto il mondo.

“Un progetto davvero disruptive”, dice Elena a cui tocca adesso, come head of Southern Europe, guidare da Milano lo sviluppo di Revolut in Italia e in altri sette Paesi: Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro, Croazia e Slovenia. Che cos’è Revolut? “Una technology company che offre servizi finanziari”, risponde. “Una piattaforma globale, veloce e completa”. “One banking in one world”, dice lo slogan della startup fondata da due ex bancari, diciamo così, della City di origini russe. Quattro anni dopo ha raccolto quasi 350 milioni di dollari, con una valutazione di 1,7 miliardi.

Si apre il conto sullo smartphone, si attiva la carta di credito e si possono inviare o ricevere soldi in 29 valute. E non finisce qui: entro il 2019 Revolut permetterà di fare trading sulla Borsa americana e di investire in criptovalute; farà credito (diventerà quindi una vera banca…) e lancerà una carta di credito con le emoji per i bambini a partire da sette anni. Una fintech senza confini con l’ambizione di “democratizzare i servizi bancari”: è già uscita dai confini europei, sbarcando in Australia ed è pronta per Singapore, Giappone e Stati Uniti. Nel 2020 sono in programma Hong Kong, Brasile e Russia.

Elena Lavezzi è ora a capo del Southern Europe di Revolut. Guida da Milano lo sviluppo della startup in Italia e in altri sette Paesi: Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro, Croazia e Slovenia.

“La nostra vision è che l’accesso ai servizi bancari non deve essere un privilegio ma un diritto di tutti, in tutto il mondo”. E non è ancora così. Chi la conosce da tempo, dice che Elena mostra lo stesso entusiasmo che mostrava quando parlava di Uber o Circle. E c’è un motivo, che lei spiega così: “In questi anni ho imparato che, per adattarsi a un mondo che cambia alla velocita della luce, c’è solo un modo: essere molto motivati. In qualche modo devi sentire la missione”. Come si arriva a Revolut? “Ho applicato poco di quello che ho studiato”, dice spesso agli amici

Elena e la sua storia dovrebbe essere di ispirazione per tanti giovani alla ricerca di un ruolo in questo mondo che cambia. Va bene la triennale in Bocconi, che non guasta mai. Poi però ci ha aggiunto un anno di lavoro a NewYork, un master in marketing nella storica business school Escp di Parigi, quindi un anno di campus a Londra. Se non altro, a quel punto l’inglese è a posto. E dopo? Uno stage si trova sempre, ma non sempre è la via migliore. Elena ne ha fatti cinque in grandi aziende e dopo ha deciso di puntare sulle startup. “Torno Milano e comincio a lavorare per Ploonge. È stata la mia fortuna”, racconta oggi con il senno di poi. “Mentre ero lì, ho sentito che Uber stava per arrivare in Italia. Ho mandato subito il curriculum, mi hanno richiamato dopo due ore, un paio di colloqui via Skype e dopo una settimana ero assunta”. Esce da Uber come direttore marketing, fa un rapido passaggio in Tinaba, l’app con una banca dentro, giusto per respirare un po’ di fintech, e quindi il salto internazionale con Circle, dove in un anno passa dall’Italia al ruolo di director go-to-market retail Europe, con sede a Londra.

Confessa che ha avuto molte offerte e diverse tentazioni. E che alla fine ha accettato Revolut non solo per poter tornare a Milano… “È la chiusura del cerchio”, dice con soddisfazione. “Uber è the most growing tech company, la società tecnologica con una crescita straordinaria; Circle il fintech; Revolut la combinazione delle due”. Ma ad Elena non basta. Ha aderito con convinzione al progetto Unicef Next Generation (vedi box) e coltiva un sogno che rivela sottovoce perché ancora indefinito: portare in Italia i grandi investitori internazionali di venture capital. “Welcome to the giungle”, come canta il suo rapper preferito Jay-Z. Ma si tratta della giungla digitale.

Tecnologia 2 Agosto, 2019 @ 12:47

Startup innovative, il Trentino vi aspetta… e vi finanzia

di Forbes.it

Staff

La redazione di Forbes.Leggi di più dell'autore
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startup-innovative

Trentino, terra di paesaggi mozzafiato, di vini eccezionali e di mele che potrebbero far ricadere in tentazione anche Biancaneve, ma non solo. Oggi il Trentino è anche terra di startup, una regione che guarda al futuro senza dimenticare la sua vocazione naturalistica. Si inserisce in questo vibrante contesto il bando lanciato da Trentino Sviluppo, l’agenzia della Provincia Autonoma di Trento dedicata a favorire lo sviluppo sostenibile del sistema trentino attraverso la promozione di azioni e servizi volti a supportare la crescita dell’imprenditorialità e la capacità di fare innovazione.

Finanziamenti per startup: Matching fund, il bando di Trentino Sviluppo

Matching fund”, è questo il nome del bando emesso da Trentino Sviluppo a sostegno alle startup e piccole-medie imprese innovative che fa leva sul principio del “matching fund”, ovvero fondi che vengono elargiti in uguale quantità ai fondi disponibili da altre fonti.

Per poter accedere a questi finanziamenti, infatti, le startup dovranno non solo scegliere il territorio provinciale di Trento come propria sede operativa e/o legale, rimanendovi per almeno cinque anni, ma dovranno già avere attivato la leva del sostegno pubblico, quindi essere accompagnate da un investitore privato “terzo” che le sostenga con una quota di investimento tra i 25 mila e i 200 mila euro. Sorpassata la selezione le startup riceveranno da parte della società di sistema della Provincia autonoma di Trento un sostegno economico pari a quello che riceveranno da imprenditori, centri di ricerca privati, business angel.

Come accedere ai finanziamenti per startup di Trentino Sviluppo

I settori interessati dal bando per startup Matching fund sono il green e lo sport-tech, la meccatronica, l’agritech e la qualità della vita. Sulla misura è stato stanziato per il 2019 un budget pari a 700 mila euro.

I criteri di valutazione delle domande per poter accedere ai finanziamenti per startup prenderanno in considerazioni i curriculum vitae, lo stadio di sviluppo dei prodotti e servizi offerti, il grado di innovazione, gli scenari di sviluppo, il know-how dei richiedenti, la validità del business model. La procedura prevede un’istruttoria formale di conformità, una valutazione di merito e una seconda istruttoria da parte di un Comitato di esperti. Le candidature dovranno essere inviate entro il 13 settembre.

Tecnologia 17 Luglio, 2019 @ 12:40

Due italiani nella cover story di Forbes Usa: sarà loro la prossima startup miliardaria?

di Forbes.it

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Augusto Marietti (a sinistra) e Marco Palladino, co-fondatori di Kong.

L’edizione internazionale di Forbes ha pubblicato la quinta edizione della Netx Billion-Dollar Startups, una lista di 25 possibili startup che potrebbero diventare unicorni, cioè società non quotate che superano il miliardo di dollari di valutazione. Grazie all’aiuto di TrueBridge Capital Partners, sono state analizzate oltre 150 startup che hanno attività negli Usa per scovare gli “unicorni in erba”. Tra di loro, oltre al servizio di food delivery DoorDash, alla società di real estate Opendoor, al brand di valigie Away e all’azienda di biotech Ginkgo Bioworks, ce n’è anche una, Kong, fondata da due italiani: Augusto Marietti e Marco Palladino.

I due, rispettivamente di 31 e 30 anni, hanno lanciato l’azienda in un garage a Milano, dove hanno entrambi frequentato l’università. In seguito hanno costantemente viaggiato avanti e indietro dalla Silicon Valley per raccogliere fondi. “In quel periodo, avevamo a malapena soldi per mangiare”, dice Augusto che è anche ceo dell’azienda. “Abbiamo sicuramente perso qualche chilo all’inizio”. Ora con sede a San Francisco, Kong – che ha raccolto in totale $ 71 milioni e ha chiuso il 2018 a circa $ 5 milioni di ricavi – ha penetrato con successo il mercato enterprise, con oltre 130 clienti tra cui SoulCycle, Yahoo Japan e WeWork. Kong è essenzialmente un software che permette di proteggere e mettere in sicurezza le API (Application Programming Interface), tecnologia che permette a un server di comunicare con un altro server.

Tra gli investitori può contare sull’appoggio di mostri sacri del venture capital come Andreessen Horowitz, CRV, Index Ventures e New Enterprise Associates. Nell’ultimo round di investimento di marzo ha raccolto $ 43 milioni che permetteranno alla startup di continuare lo sviluppo del prodotto, oltre a espandersi in Asia e in Europa.

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Tecnologia 5 Luglio, 2019 @ 2:00

Claudia Pingue è la nuova talent scout degli startupper

di Pieremilio Gadda

Staff

Giornalista, coordinatore di Forbes, scrivo di economia e finanza.Leggi di più dell'autore
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Claudia Pingue è tra le 100 donne vincenti di Forbes Italia nel 2019. (Courtesy Polihub)

Articolo tratto dal numero di luglio 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

“Quando sono arrivata all’università si usavano ancora i floppy disk. Oggi siamo nel mezzo della quarta rivoluzione industriale. L’Internet of Things e i sistemi d’intelligenza artificiale sono sempre più pervasivi”. Per comprendere la portata dello tsunami tecnologico che ha stravolto il mondo del lavoro, costringendo gli atenei ad attrezzarsi velocemente per essere parte attiva del cambiamento, non esiste forse immagine più efficace di quella scelta da Claudia Pingue, classe 1979, la donna che il Politecnico di Milano ha chiamato a guidare il Polihub, distretto dell’innovazione e acceleratore d’imprese del Politecnico di Milano. Una vera e propria fabbrica di startup, che in sei anni ha raccolto 12.500 idee di nuovi business, ne ha sostenute oltre 600, per 113milioni di euro investiti. Il ritmo di crescita è incalzante, se si pensa che nel solo 2018 le risorse messe in campo sono 28 milioni, suddivisi su 113 aziende ospitate.

“È il 10% del denaro investito in venture capital in Italia”, calcola Pingue. Dallo scorso ottobre la sua attività di talent scout dell’innovazione può contare su Poli360, il nuovo fondo d’investimento di 60 milioni di euro, gestito da 360 Capital Partners, società europea di venture capital che lavora in stretta collaborazione con le strutture dell’ateneo e vede la stessa Pingue in qualità di super-consulente. “Il mio compito come advisor è quello di contribuire a scegliere le idee che meritano di essere sostenute da un punto di vista finanziario”.

Nata a Sulmona in provincia dell’Aquila, Pingue arriva a Milano nel 1998, per iscriversi al corso in ingegneria delle telecomunicazioni. Fin dal principio una scelta di campo precisa. “Sono cresciuta dentro il Politecnico”, racconta a Forbes. Dopo la laurea con il massimo dei voti, nel 2004 viene chiamata come ricercatrice presso gli Osservatori digital innovation della School of management del Politecnico di Milano. Nel 2006 frequenta il master in gestione aziendale e sviluppo organizzativo del Mip – business School del Polimi. Il primo incarico di taglio consulenziale arriva nell’ambito della Fondazione dell’Ateneo, che gestisce Polihub. “Fungevo da trait d’union tra aziende, ricerca e finanziatori, accompagnando le imprese nel percorso di trasformazione digitale”.

Il 2013 è l’anno in cui in Italia nasce la startup innovativa come entità giuridica. Claudia, ex cestista – ha praticato basket a livello agonistico fino ai 28 anni – viene chiamata a gestire l’incubatore dell’Ateneo, in qualità di direttore generale. “Il nostro è un incubatore sui generis”, spiega Pingue, “perché lavoriamo con il deep tech: le idee che aiutiamo a sviluppare fanno leva su asset tecnologici difendibili: non parliamo solo di modelli di business innovativi, ma anche di tecnologie non facilmente replicabili, che nascono dalla ricerca di base, dalle università. Per questo i tempi di maturazione sono mediamente più lunghi”. Dall’idea allo sbarco del prodotto o servizio sul mercato passano in media tre anni. Si parte dalla fase di incubazione. La squadra di Pingue analizza i candidati, esaminando il valore innovativo della tecnologia proposta, il suo grado di maturità e il team che vuole lanciare l’impresa. Se l’idea supera l’esame, parte l’acceleratore. Si attiva formalmente l’azienda, viene testato il modello di business, in stretta collaborazione con il fondo Poli360 e con un club di mentori, costituito da business angel, esperti ed alumni, che collaborano in una logica di give back. “Vogliono restituire un pezzo del loro percorso di successo per favorire la nascita di nuove imprese”.

Se il test di mercato è positivo, si passa alla fase di scaleup: che significa crescita dimensionale, consolidamento organizzativo, espansione sui mercati internazionali. Il tutto in un contesto iper-stimolante e fecondo di opportunità di business, quello dell’Innovation district del Polimi, 8mila mq di spazi d’incubazione su quattro edifici nel quartiere Bovisa, più di 100 realtà tra startup e aziende, che operano in diversi ambiti di innovazione, dal design all’it, dal biomed alle micro e nano tecnologie.

Il tasso di sopravvivenza delle statup accelerate da Polihub, a cinque anni dall’uscita dal programma, è dell’82%. “Siamo molto selettivi in fase di incubazione: su 1.500 richieste, ne accogliamo una cinquantina l’anno”. Il sistema funziona al punto che nel 2018 il Polihub è stato premiato dal ranking di Ubi Global come terzo migliore incubatore universitario al mondo, secondo in Europa, per la capacità di generare impatto sull’economia. Il racconto di Pingue gronda entusiasmo per quello che fa. “Voglio continuare a lavorare a supporto di chi fa impresa”. Ma lascia trapelare anche una nota dolente. Riguarda la scarsa presenza di donne nelle startup, in linea con la media nazionale: 13%. Un dato fermo da tre anni, che nel segmento del deep tech presidiato dal Polimi precipita al 6%. Perché? “Il problema nasce dalla scarsa partecipazione delle donne ai percorsi formativi scientifici: nella nostra università il rapporto tra studentesse e studenti è uno a cinque. Tra ricercatrici e ricercatori uno su tre”.

Il risultato è un impoverimento: dell’università, del mondo lavorativo. E del tessuto imprenditoriale. “Il carburante essenziale che alimenta il potenziale innovativo di una startup è la diversità. Disciplinare, intesa come mescolanza di competenze differenti; culturale, e anche di genere. Una ricerca della Fondazione Kauffman dimostra che la presenza della componente femminile valorizza e completa la capacità di un team di analizzare un problema. Le donne manifestano l’attitudine a interpretare meglio i bisogni del mercato. C’è anche una differenza motivazionale: fanno impresa perché colgono un problema, identificano una possibile soluzione e intravedono un’opportunità di mercato. Gli uomini lo fanno più spesso per necessità”.

Se è vero che, come dice Pingue, le università “sono chiamate a trasformarsi da grandi scuole di formazione a generatori di futuro, c’è ancora del lavoro da fare, almeno sul fronte della parità di accesso. Intanto la manager resta concentrata sulla sua missione di talent scout dell’innovazione. Cosa avrebbe voluto fare in un’altra vita, se non il direttore generale di Polihub? “Il direttore generale di Polihub”, scherza. “La tecnologia mi ha sempre appassionato. Oggi le chiamiamo startup, un tempo era ricerca e sviluppo. In un modo o nell’altro mi sarei comunque occupata di innovazione”.

Claudia Pingue ce l’ha fatta. A immaginarla all’inizio di quel percorso, appena arrivata a Milano dall’Abruzzo, con in mano un floppy disk, viene da sorridere.