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Leader 20 Gennaio, 2020 @ 2:21

Storia di Markus Villig, il più giovane creatore di Unicorni d’Europa

di Francesco Nasato

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Startup innovative: Markus Villig fondatore di Bolt
Markus Villig, co-fondatore e ceo di Bolt (Photo by Noam Galai/Getty Images for TechCrunch)

Chissà se dalle parti del quartier generale di Uber si sarebbero mai aspettati che il tentativo più concreto di intaccare la loro leadership sarebbe arrivato dall’Estonia. Non proprio il primo paese che può venire in mente per un’avventura imprenditoriale di successo, anche se proprio da Tallinn e dintorni sono germogliati i primi segnali di un nome come Skype. Markus Villig, fondatore di Bolt quando aveva appena 19 anni nel 2013, ha iniziato molto presto a portare avanti, anche con l’aiuto del fratello e il supporto economico iniziale della famiglia, la propria idea di business. Un’azienda fondata sul principio di spostarsi da un punto a un altro nella maniera più semplice, comoda ed economica possibile. Idea semplice, ma che frutta: Markus infatti è il più giovane fondatore europeo di un “unicorno”, termine che indica un’azienda valutata almeno un miliardo di dollari.

E pensare che da bambino il primo desiderio di Markus era quello di diventare uno scienziato perché ispirato da nomi come Einstein e Faraday pensava fosse quella la professione con cui avrebbe potuto maggiormente incidere sul futuro del mondo. Nato a Saaremaa, una delle isole del mar Baltico che appartengono all’Estonia, a sette anni si sposta con la famiglia a Tallinn. Alle superiori inizia poi a interessarsi di programmazione, intuendo che il digitale possa essere la vera via d’accesso al progresso e all’evoluzione. I primi progetti riguardano la costruzione di siti web per imprese locali. La sua voglia di programmazione vorrebbe essere consolidata con gli studi universitari a Tallinn, dove però di fatto Markus non si vedrà mai. Più o meno in contemporanea con l’inizio del primo semestre di lezioni, infatti, arriva la nascita della startup che da tanto tempo ha in mente, avviata con circa 6mila dollari avuti in prestito dai genitori dopo settimane di richieste insistenti. Quei soldi, infatti, erano stati messi da parte per la formazione scolastica del giovane.

L’obiettivo di Markus è quello di migliorare il servizio di trasporto delle persone, visto che anche per esperienza personale ha potuto osservare come il servizio offerto dai taxi a Tallinn non sia particolarmente efficiente. A 19 anni inizia così il percorso di Markus che abbastanza in fretta viene assorbito dalla gestione della sua creatura, tanto che dopo appena un semestre formale di iscrizione all’università decide di abbandonare gli studi per dedicarsi completamente alla sua scommessa. Tra le ansie, anche prevedibili, dei genitori, madre insegnante, padre impegnato nel settore delle costruzioni.

Conoscere il tuo avversario può aiutarti a capire il modo migliore per provare a batterlo. Markus così nota che Uber non si è concentrata più di tanto su zone del mondo come Est Europa e Africa, decidendo così di puntare con convinzione lì dove il leader del settore ancora non aveva cannibalizzato il mercato. L’idea funziona, insieme a una politica per le spese in generale più snella rispetto alla concorrenza: pochi impiegati negli uffici aperti in giro per il mondo e molte delle attività della compagnia ancora centralizzate a Tallinn, lì dove c’è ancora la sede principale di Bolt e dove i costi sono diversi rispetto, solo per fare l’esempio più semplice, alla Silicon Valley. In più anche con i propri autisti le scelte di Markus vanno in controtendenza, con una richiesta di commissione da lasciare a Bolt più bassa rispetto ai competitor e che si attesta intorno al 10-15%.

Un impulso alla crescita della compagnia arriva, oltre che dai numeri in fatto di presenza in città e Paesi del mondo, anche da round di raccolta fondi, come quello che nel 2018 ha fruttato a Bolt qualcosa come 175 milioni di dollari. E’ degli ultimi giorni inoltre la notizia che la Bei, la Banca europea degli investimenti, ha concesso un prestito di 56 milioni di dollari all’azienda, con il vice presidente della Banca, Alexander Stubb, che ha motivato la decisione definendo Bolt “un buon esempio di eccellenza europea nella tecnologia e nell’innovazione”. Un processo che sembra quindi proseguire nella sua crescita, visto che i 30 milioni di clienti di Bolt possono trovare il servizio ideato da Markus in circa 150 città e 30 Paesi in tutto il mondo. Il prossimo grande passo è quello di provare a inserirsi in una città di peso mondiale come Londra, dopo che nel 2017 il primo tentativo non è andato a buon fine per la mancanza di alcuni certificati legati alla sicurezza. Tutto risolto ora, assicura Markus, che non vede l’ora di continuare a correre veloce insieme alla sua Bolt, in un immediato richiamo al nome dell’uomo che di nome fa Usain e ha cambiato la storia dell’atletica leggera.

Leader 13 Gennaio, 2020 @ 10:25

Da insegnante a miliardaria dell’e-commerce, storia di Tatyana Bakalchuk

di Francesco Nasato

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Storie di successo: l'e-commerce Wildberries
(Shuttestock)

Prima di Tatyana Bakalchuk l’unica altra donna russa a essere mai diventata miliardaria è stata la moglie di un ex sindaco di Mosca. Una storia molto diversa da quella di questa donna di 44 anni, diventata improvvisamente popolare negli ultimi mesi grazie a un e-commerce di nome Wildberries portato avanti con caparbietà e silenzioso impegno quotidiano da oltre 15 anni. Un’impresa, intesa in tutti i sensi, che Tatyana non ha mai voluto fosse intaccata da altri investitori o proprietari: solo lei e il marito, un ex tecnico informatico che ha creduto nel sogno della moglie lasciando il proprio impiego sicuro, in un’incredibile rincorsa che nemmeno loro, come rivelato in una delle poche interviste concesse, si sarebbero mai aspettati potesse arrivare ad essere per dimensioni e numeri l’e-commerce numero 1 di Russia.

Gli amici della coppia usano la parola “riservati” per descriverli e il termine sembra essere particolarmente adeguato per Tatyana e il marito Vladislav. Per diverso tempo addirittura si pensava che la Bakalchuk non esistesse e fosse stata inventata come personaggio e come storia. Poche apparizioni pubbliche, ancora meno interviste, nonostante i motivi per parlarne non mancassero: un ex insegnante di inglese che a 28 anni fonda un sito di e-commerce, inizialmente di abbigliamento per neonati e bambini, durante la maternità legata alla prima di quattro figli avuti e a distanza di 15 anni diventa nel 2019 la seconda donna russa ad essere miliardaria, con vendite nel 2018 per quasi 2 miliardi di dollari. Un percorso che inizia da lontano e che nei piani originari non avrebbe probabilmente dovuto condurre fino a dove siamo oggi.

Tatyana, in una delle prime interviste video concesse nel 2018, ricorda così la sua adolescenza: “I libri mi hanno dato tanto, leggevo molto. In più cercavo di dimostrare a me stessa di essere in grado di poter fare qualcosa”. Come quando la madre le proibisce di spostarsi a Mosca per frequentare l’università, dando solo medicina e pedagogia come opzioni per la formazione della figlia che sceglie la seconda, con specializzazione in lingue straniere. Lingua straniera che significa inglese, insegnato non al meglio nelle scuole russe ricorda Tatyana. Due anni di duro lavoro individuale però le permettono di superare il test d’ingresso e accedere alla facoltà che per la distanza da casa la obbliga ad alzarsi alle 5 del mattino per essere in tempo in aula e seguire le lezioni che iniziano alle 8.30.

Al termine del percorso universitario ecco il lavoro da tutor e insegnante di inglese, interrotto dalla prima gravidanza. La nascita della prima figlia fa accorgere Tatyana di quanto sia complicato avere tempo ad esempio per andare ad acquistare i vestitini necessari per la piccola nuova arrivata. L’idea così è quella di un e-commerce dal nome Wildberries, inizialmente finanziato con i soldi dei due stipendi della coppia, tra aggiornamenti tecnici propiziati dalle conoscenze di Vladislav e campagne pubblicitarie sul web dai costi sostenibili. Inizio artigianale, con le prime merci che vengono acquistate dal sito di e-commerce tedesco Otto, fotografate e rivendute online su Wildberries, tutto dall’appartamento di Tatyana e Vladislav. Le prime consegne ravvicinate è la stessa Tatyana ad effettuarle sfruttando i mezzi pubblici, ma già dopo un anno il successo del portale è tale per cui si rende necessario dotarsi di un sistema di corrieri e dei primi dipendenti per far fronte alle richieste. Tatyana nel frattempo capisce che è meglio lavorare direttamente con i fornitori dei prodotti che intende vendere, il catalogo di Wildberries si amplia e il primo grande centro di raccolta merci della società nasce nei pressi di San Pietroburgo. Il principale spazio di smistamento oggi è un gigantesco capannone di cinque piani, in cui gli operai sono chiamati a gestire tre ordini al secondo, 365 giorni all’anno 24/7: anzi no, perché nel periodo di Natale la cifra raddoppia e arriva a sei ordini al secondo.

La vera novità di Wildberries sta però nella politica dei resi. Come conferma sempre Tatyana nell’intervista video del 2018 i clienti pagano al momento della consegna e per quanto riguarda l’abbigliamento è possibile, per esempio, acquistare quattro capi, provarli di persona una volta ricevuti e decidere quanti tenerne restituendo gli altri. Come quando in un negozio fisico si va in un camerino a provare qualcosa e poi si decide se comprarlo o riporlo: un concetto normale per l’economia “fisica”, più inconsueto invece per i business del web, ma non per questo meno apprezzato dai consumatori. E i visitatori del sito sono tanti, circa due milioni ogni giorno tra Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan, con la Polonia primo paese europeo che si appresta ad accogliere il primo magazzino di Tatyana. Secondo Forbes nel 2018 Wildberries ha avuto qualcosa come 1,9 miliardi di entrate. Numeri da gigante delle vendite online. Una sorta di Alibaba di Russia. Il paragone non è casuale, perché come Tatyana anche il fondatore del colosso cinese Jack Ma era un insegnante prima di sconvolgere in positivo la propria vita e quella di miliardi di persone.

Business 2 Dicembre, 2019 @ 1:39

Da operaia con un figlio a carico a miliardaria, storia di Diane Hendricks

di Francesco Nasato

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Il Wisconsin probabilmente non è il primo posto a cui si pensa facendo riferimento agli Stati Uniti, nonostante sia stato scenario della celebre serie televisiva Happy Days e per gli sportivi ci siano due riferimenti come i Green Bay Packers nel football e i Milwaukee Bucks nel basket. Nonostante questo nell’ambiente del business il nome del Wisconsin ha probabilmente acquisito un’importanza sempre più rilevante grazie alla figlia di una coppia di allevatori che dopo una di quelle adolescenze che ti fanno diventare adulto troppo presto è riuscita a costruire con il marito un impero di nome ABC Supply. Non solo, perché Diane Hendricks è numero 1 della classifica di Forbes “America’s Self-Made Women 2019” e ad oggi il suo patrimonio sfiora gli 8 miliardi di dollari.

Difficile ritrovare in qualche altra storia la combinazione di fattori che hanno portato Diane dall’essere madre poco prima della maggiore età al diventare una delle donne più ricche del mondo. Nata nel 1947, cresce insieme alle altre 8 sorelle in un contesto famigliare in cui certi pregiudizi sono duri a scomparire. Così, secondo il padre, le donne non sono adatte ai lavori legati a una fattoria, ma devono occuparsi delle faccende di casa, lasciando ai giovani ragazzi le attività legate ai campi. Ragazzi che sono un interesse forte per Diane, molto più delle materie scolastiche che andrebbero studiate durante gli anni delle superiori. Interesse ricambiato dal primo amore adolescenziale che però diventa improvvisamente qualcosa di più impegnativo quando Diane, a 17 anni, rimane incinta. “Ho fatto quello che i miei genitori pensavano fosse la cosa giusta: l’ho sposato”, ricorda la donna in un articolo del 2009 del New York Times. La gravidanza la costringe a dover studiare da casa per ottenere il diploma perché, spiega a Forbes nel 2017, “all’epoca non potevi andare a scuola ed essere incinta allo stesso tempo”. Il parto avviene un mese prima che Diane diventi maggiorenne, con la coppia che si trasferisce a Janesville, sempre Wisconsin, con il marito impiegato in uno stabilimento Chrysler e la giovane mamma costretta a trovarsi un lavoro prima come cameriera, poi come operaia in una fabbrica di penne per far arrivare la famiglia alla fine del mese. “La maternità è arrivata molto velocemente e mi ha fatto crescere rapidamente”, afferma Diane “ma non mi ha impedito di voler raggiungere il mio sogno. In effetti penso di essermi concentrata ancora di più su ciò che volevo ottenere”. Le idee infatti sembrano essere chiare: il lavoro da operaia dura appena tre mesi, sostituito con quello di venditrice di nuove abitazioni e anche il matrimonio termina quando Diane ha 21 anni.

Nuovo lavoro e nuove conoscenze, tra cui quella con l’uomo che le cambia la vita, per davvero e in meglio. Si chiama Ken Hendricks, ha abbandonato gli studi mentre era al liceo per seguire il padre nel settore dei materiali per coperture, e Diane racconta così come tutto ebbe inizio tra loro: “Un uomo di nome Ken Hendricks, che non avevo mai incontrato, mi chiamò al telefono cercando di organizzare un appuntamento al buio per me con uno dei suoi amici. Il suo amico gli aveva parlato di me, Ken mi ha chiamato ogni notte per tre settimane. Abbiamo parlato di noi, ma non del suo amico. Mi disse ‘Voglio davvero conoscerti’. Quando ci vedemmo, era come se lo conoscessi da sempre”. Ken e Diane uniscono le competenze e insieme al padre di lui si mettono ad acquistare case, ristrutturarle e rivenderle, anche con buoni profitti. Il matrimonio nel 1975 certifica l’intesa che nel campo del business porta anche a un’operazione legata all’ autotrasporto e a un negozio all’ingrosso che vende tappeti ed elettrodomestici. Ken e Diane si rendono conto però che il vero colpo che può farli svoltare è quello di riunire in un unico negozio all’ingrosso tutto quello che si sono accorti serve per gli affari di cui si occupano. L’idea c’è, le linee di credito delle case, un portafoglio di investimenti immobiliari e altre partecipazioni fanno arrivare i soldi necessari ad avviare l’attività: il primo store di ABC Supply vede la luce a Beloit nel 1982.

Già nel 1994 i negozi superano quota 100 e nel 1996 si raggiunge il miliardo di dollari di vendite. Il segreto, spiega Diane, è sapere cosa vogliono gli appaltatori, grazie all’esperienza diretta maturata nel settore dalla coppia che improvvisamente si spezza: nel 2007 infatti Ken perde tragicamente la vita dopo essere caduto dal tetto mentre effettuava dei controlli a casa Hendricks. Diane però è abbastanza forte da condurre l’azienda fuori da questo momento e dalla crisi immobiliare del 2009, tanto che arriva l’acquisto di Bradco Supply, rivale di ABC sul mercato. Il 2017 si chiude con un fatturato da 9,3 miliardi di dollari e 14mila dipendenti, per un’azienda che continua a essere a conduzione famigliare visto che anche i figli della coppia sono impegnati al suo interno. Il futuro sicuramente porterà nuove sfide, ma non potrà fare troppa paura a Diane, una donna diventata adulta forse troppo presto, ma che non ha mai rinunciato ad inseguire il proprio sogno anche nei momenti più complicati.