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Dave Chappelle, o dell’importanza di scherzare su tutti

Una scena dello speciale “Equanimity & The bird revelation”.

Se un comico fa una battuta nella foresta, quella battuta fa ridere? Per rispondere a questa domanda dobbiamo recuperare un’intervista del 1968. William F. Buckley chiede a Muhammad Ali se gli manca essere il miglior combattente al mondo, e Muhammad Ali gli risponde di no, perché è il campione del mondo. A quel punto Buckley aggiusta il tiro e gli chiede se gli manca boxare, e Ali risponde di no: gli manca farlo per denaro. Anche se non c’è nessuno a legittimarti, sei comunque il migliore fino a che non c’è qualcuno che dimostra di saper fare di meglio. È anche la risposta che dà il comico Dave Chappelle a GQ nel 2014, quando torna con una serie di spettacoli al Radio City Music Hall dopo anni di esilio: solo perché nessuno ti vede non significa che smetti d’essere il migliore. Significa solo che non ci stai guadagnando.

Chappelle, appena definito un “American Folk Hero” dal New York Times, è entrato nella storia della televisione americana per due motivi: essere diventato così immensamente popolare da meritarsi un contratto con Comedy Central da 50 milioni di dollari per Chappelle’s Show, e rifiutarsi di firmarlo per andare a cercare se stesso in Africa. Costretto tra pop culture e attivismo, scappa. Ma in Africa si trova male e va a vivere in campagna, in una grande fattoria: Yellow Springs, Ohio, 3500 abitanti (nessuno dei quali gli chiede un autografo perché lo conoscono da quando era ragazzo). Un uomo di successo che rifiuta denaro è sempre un’anomalia, sopratutto quando è nero. Perché rifiutare il sogno? Qui ci sono diverse ipotesi: per i tabloid era un tracollo psichico dovuto non solo ai ritmi massacranti di lavoro ma all’abuso di droghe; per altri era un modo per trasformarsi da comico a attivista e lanciare un messaggio politico alla Hollywood razzista (idealismo ereditato dai genitori, che tenevano in casa un quadro di Malcolm X in Ghana): nulla di ciò che poteva dire sul palco avrebbe mai superato il suo silenzio; mentre lui da Oprah spiegava che, sì, essere famosi è fenomenale, ma quel che non sopporta è “la gente che ti sta attorno e cerca di metterti le mani nelle tasche e nella testa”. Non stava evitando la fama, stava evitando i compromessi. E da allora non ha mai smesso di farlo: ad anni di distanza, Dave Chappelle continua a spiegarci cos’è la comedy, e perché non ha senso imbrigliarla nel politicamente corretto.

Non occorre fare molte ricerche per trovare notizia di ciò che viene definito “un incidente” del 2005. Durante uno spettacolo a Sacramento, Chappelle lascia il palco dopo aver rimproverato il pubblico: “Sapete perché il mio spettacolo è buono? Perché i funzionari della rete dicono che non siete abbastanza intelligenti per capire quello che faccio, e ogni giorno combatto per voi e dico loro quanto siete intelligenti. Avevo torto. Siete stupidi”. Chapelle aveva raggiunto e superato il proprio limite. Ogni giorno doveva spiegare a funzionari bianchi perché aveva il diritto di usare la parola “negro” senza censure, ma era un rischio: “Queste battute sono pericolose nelle mani sbagliate”, si diceva. E se il proprio pubblico non fosse all’altezza? Di nuovo: pop culture contro idealismo.

Dave Chappelle al Radio City Music Hall, 19 giugno 2014.

Dave Chappelle oggi ha 44 anni, è cool, rilassato, risolto. Nel 2017 si celebravano i 30 anni di carriera con 4 speciali Netflix. Gli ultimi due, Equanimity & The bird revelation, sono stati diffusi qualche giorno fa: “Il vero motivo per cui voglio smettere è che sono maledettamente bravo. Sono così bravo che non mi emoziono più”. È così bravo che le battute le dice al contrario, ci anticipa la punchline e nonostante ciò riesce ugualmente a farla funzionare. Ma è in un paio di momenti che fa arrabbiare tutti. Il primo è quando dice che siamo diventati tutti così suscettibili da non saper reggere una battuta. Quindi spiega che, più di chiunque, la comunità transgender lo detesta (facendo riferimento ai precedenti due spettacoli, e rincarando la dose). Poi dice che non ha intenzione di scusarsi per tutto ciò che dice, e mette in chiaro che: “Se sono sul palco e dico una battuta che ti fa venire voglia di picchiare un transgender, sei un pezzo di merda e non riguarda me”. Applausi.

Il secondo momento è quando dice che alcune donne del movimento #metoo gli sembrano deboli. Lo dice prendendo ogni precauzione del caso, non solo col classico “I was fucking around”, pleonastico. Ovvero: sto cazzeggiando. Non sono razzista. Ho una moglie filippina. Sono nero. Insomma, si gioca ogni carta-minoranza per poter dire quello che vuole dire: cioè prendere in giro tutti, mettere in chiaro che il suo livello di sopportazione è parecchio più in alto di quello di un Louis C.K. Però forse non vuole solo farci ridere, non sta solo scherzando, non è solo materiale che userebbero Christina P o Ali Wong, o persino Sarah Silverman; lui ci crede, ci sta commentando l’attualità, sta prendendo posizione: e funziona. È dura essere un comico americano controverso nel 2018: a George Carlin bastava pronunciare 7 parolacce per essere arrestato per disturbo della quiete pubblica, pur avendo il pubblico dalla propria parte. Oggi il pubblico s’è fatto poliziotto e non ti perdona su Twitter, e al posto della polizia gli inserti culturali scrivono che non fai ridere: “proprio tu, che sei nero, non capisci che deridere trans o sminuire il movimento #metoo è sbagliato?”. L’equivoco nasce qui: i critici americani – proprio perché lo considerano parte di una minoranza politica – pensano sia d’obbligo la sensibilità verso tutte le altre; lui usa la propria appartenenza e militanza per evitare le convenzioni che si portano bene in società.

Se sei nero tutte le battute razziste sui neri ti sono concesse, perché il tuo pubblico andrà a casa contento: si è divertito ma senza senso di colpa, in più ha tanto riflettuto. Però mica puoi andare oltre. La licenza ce l’hai solo sul materiale biografico: per scherzare su un trans devi essere trans, per prendere in giro una donna devi essere una donna. E se il pubblico che hai di fronte ride è perché ha pagato caro un biglietto è per sindrome di Stoccolma, è perché non capisce e si accoda al gregge (ma mai mai mai perché effettivamente fai ridere: questo lo decidono i critici e gli offesi del giorno dopo, s’intende). Salon, Vulture, Atlantic e gran parte della stampa americana lo rimprovera di non scherzare dalla parte giusta. Al Jimmy Kimmel ha detto che oggi si sente a suo agio con ciò che fa e che il fallimento è stato educativo. Ha detto così: “fallimento”, non “ritiro”. Forse avrà capito di non essere forte come Muhammed Ali nel combattere il sistema, o forse ha pensato che se anche un suprematista bianco ripetesse le sue battute, lui non sarebbe moralmente responsabile. O forse ha smesso di considerare il suo pubblico intelligente. O ancora, magari è più semplice di così: ha solo capito che una battuta detta alle galline in Ohio non dà soddisfazioni quanto prendersela con i nostri infiniti punti deboli.

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