Call Me by Your Name e la rivincita della provincia italiana

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Una scena di Call Me by Your Name.

Call Me by Your Name è un film senza conflitti. La trama è semplice: nasce un amore estivo tra due ragazzi nel nord Italia. Alla riviera ligure, dov’era originariamente ambientato il romanzo omonimo di André Aciman da cui è tratto, Luca Guadagnino ha preferito il luogo in cui vive, Crema, e l’Italia minore fatta di fontanili, campagne e bar di provincia dove i vecchi giocano a carte e il tempo scorre lento. La cartolina dell’Italia fatta di suore, mafia e cafonaggine lascia il posto a piazze, ville e biciclette vintage che diventano internazionali. Forse non è neppure una cartolina ma un editoriale di Mr Porter.com, una pubblicità da e-commerce per americani affascinati dal lifestyle italiano, dai pranzi in famiglia, dall’evasione estetica (non a caso Jimmy Fallon in coro con tutti gli altri host dei Late Show ha sottolineato come tutto sia “così bello” da vedere: e lo è). Merito anche della fotografia di Sayombhu Mukdeeprom e della colonna sonora, tra il minimalismo di Ryuichi Sakamoto, la psichedelica Love My Way e Sufjan Stevens. Musica e e silenzi, che sulla pagina non rendono.

Le cose semplici sono anche le cose più complicate da realizzare senza diventare banali o disonesti, e questo film lo dimostra con successo. Luca Guadagnino ci ha messo 9 anni prima di convincersi a dirigere il film omaggiando Bertolucci e Renoir (film che tutti avevano rifiutato: oggi che è candidato a quattro nomination salgono sul carro dei vincitori. Col senno di poi siam bravi tutti). Questo non è un film gay (lo abbiamo detto: non ci sono conflitti, né melò o vittimismo), è un film di formazione che racconta l’amore, l’adolescenza e il tempo perduto. Nel bel mezzo dell’estate del 1983 arriva “l’usurpatore”, Oliver (Armie Hammer, trentunenne che nel film sembra un coetaneo di Cecchi Paone) a cui Elio, il figlio del professore, interpretato da un incredibile Timothée Chalamet, cede la sua stanza e anche il suo corpo. All’inizio Elio si lamenta di lui con la madre: “E se col tempo non dovesse piacermi?”. E lei, che in ogni scena comunica con lo sguardo il suo sapere sempre tutto, risponde: “Non succederà, piccino mio”.

Elio è un twink sempre in pantaloncini. Passa il tempo a nuotare, giocare a tennis e studiare musica. Si trova in una casa senza tv (o PlayStation), dove, quando la madre non legge libri in tedesco perché fuori piove, può intrattenere famigliari e amici con sonate al pianoforte di Bach rivisitate in chiave Liszt o Busoni. “Cosa fate da queste parti?”, gli chiede Oliver. “Aspettiamo che finisca l’estate”, risponde Elio. “E d’inverno cosa fate? Non dirmelo: aspettate che inizi l’estate”. I due passeranno le prime settimane quasi a ignorarsi, poi a scontrarsi, infine ad amarsi, rimproverando l’un l’altro di non aver lanciato il segnale, di aver perso tempo, e ora si devono separare e quante cose avrebbero potuto fare se solo lo avessero saputo prima.

Una scena di Call Me by Your Name.

Ci sono due elementi che reggono il film, il primo è il tempo. Il romanzo di Aciman è un rievocare proustiano e melanconico del tempo perduto, mentre qui viviamo l’amore nel suo nascere, in tempi dilatati, in gesti prima goffi e poi sensuali. Guadagnino sceglie di eliminare il ricordo nostalgico e ci mostra un amore nascente. A ricordarci che – prima che i diciassettenni si appassionassero a milf su Tinder, e prima di Grindr e le tre classiche domande “Come va?” “Da dove?” “Che cerchi?”, prima del porno online con ogni sottocategoria di desiderio – c’è stato un momento in cui quel desiderio non lo conoscevamo e lo esploravamo, con tempi che oggi ci sembrano biblici. E con esso tutte quelle sensazioni d’attesa, di paura del rifiuto, di sorpresa che riempiono un’estate, e poi scompaiono. E vai a capire dove sono andati a finire.

Il secondo è il protagonista più giovane. Elio è un personaggio potente, pieno d’energia sessuale, schietto nei sentimenti. Per fortuna lo ha detto Ellen DeGeneres a Timothée Chalamet: “In questo film sei proprio sexy”. Così siamo liberi di ripeterlo senza imbarazzo o censure, in tempi in cui gli spettatori americani hanno difeso il film nei commenti online prodigandosi in giustificazioni noiose sull’età del consenso in Italia (è quattordici anni, se conta qualcosa). Negli Stati Uniti il film è uscito in inverno, in pieno scandalo Weinstein, con le femministe radicali che ripetevano: “Anche se non è reato, non significa sia accettabile moralmente”. Nel libro di Aciman si legge “si insinuava nel mio corpo, con delicatezza, dolcemente, dopo aver ascoltato le parole che ormai provavo da giorni: Ti prego non farmi male, che in realtà volevano dire: Fammi tutto il male che vuoi”.

I due attori hanno raccontato a Ellen com’è stato il provino: “Facciamo la scena 71”, scegliendola in modo del tutto casuale, e sfogliano il copione fino a leggere “Elio e Oliver limonano nell’erba” (sarebbe bastato per una confessione a Le Iene a volto coperto, se le cose fossero andate male). Così iniziano a baciarsi, ma Guadagnino gli dice: “Ma cos’è ‘sta roba? metteteci più passione” e allora vanno avanti per un po’, si impegnano, e si accorgono che Luca Guadagnino se ne è andato. In quella scena nel film c’è Oliver che infila un dito nella bocca di Elio, poi si baciano, e Oliver lo scansa perché ha paura di andare oltre (“Siamo stati bravi, non abbiamo fatto niente di male”). A quel punto Elio gli mette una mano tra le gambe e gli dice: “Ti sto offendendo?”.

In questo film vengono in mente le parole di un altro Elio, quello delle Storie Tese, che canta: “Tu, vittima innocente degli effetti devastanti dell’orgasmo, sai che se non è amore dopo il seme c’è la fuga”, ma qui non c’è fuga ma il seme è ovunque, anche nelle pesche usate per masturbarsi (una scena in cui Chalamet ribadisce il suo talento, sopravvissuta ai dubbi del regista: “Troppo esplicita”). Ci sono solo persone comprensive, buone, che non s’oppongono. Ragazze innamorate che comprendono la fine di una relazione (se non proprio i motivi), genitori presenti e solidali che sanno e fanno discorsi pieni di ragionevolezza. Adolescenti che soffrono, e quindi crescono. Arrivati a un certo punto, è più come canta la Berté di Fossati inclusa nella colonna sonora: “Mi voltai verso il buio/Dietro il vetro indovinavo casa mia/Ma nemmeno un motivo/Per andare via”. E anche quando le cose finiscono – e finiscono sempre – rimane la consapevolezza ottimistica e un po’ sognatrice che “il problema è concedersi un po’/Del meglio e un po’ di più”.

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