Seguici su
Life 26 ottobre, 2018 @ 11:54

Quanto sono moderne le case milanesi di una volta

di Valentina Lonati

Giornalista freelance. Scrivo di arte, design e teatro.Leggi di più dell'autore
Nata a Milano, si laurea in Scienze Politiche alla Freie Universität di Berlino. Dopo quattro anni di vita teutonica fa pace con le sue origini e si ricongiunge alle antiche passioni: la scrittura, prima di tutto, e l'arte. Ma anche la musica, il teatro e il design. Ne scrive per Icon, Icon Design, Rolling Stone e Flair. chiudi

C’è una certa nostalgia attorno al mito della Milano borghese del passato, forse un malcelato bisogno di quell’understatement così lontano da tempi sbraitati come questi. Non può che venir accolta con entusiasmo, dunque, la mostra Case Milanesi 1923 – 1973 – Immagini di una città, organizzata dal FAI – Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Hoepli presso gli spazi di Villa Necchi Campiglio (dal 24 ottobre fino al 6 gennaio 2019). Curata da Orsina Simona Pierini, professore Associato in Composizione Architettonica e Urbana al DAStU del Politecnico di Milano, e da Alessandro Isastia, architetto e Dottore di ricerca in Architettura e Urbanistica, traccia un percorso tutto milanese – ma di rilevanza nazionale – alla scoperta di quelle dimore che per molti anni hanno rappresentato gli archetipi della modernità. Una modernità di cui Milano, nei primi decenni del XX secolo, fu la capitale grazie a commistioni profonde tra architettura, arte, letteratura e cinema. Ne furono esempio le influenze del Futurismo e del movimento Novecento tra gli architetti del tempo: Milano diventò non soltanto un museo a cielo aperto, ma anche il fulcro di una nuova e fiorente sperimentazione edilizia.

Il percorso espositivo si apre con una mappa di Milano disegnata sul pavimento, che permette di orientarsi e di collocare le residenze nelle varie zone della città. A presentare le ventitré case selezionate sono fotografie, piantine e materiali di costruzione: gli edifici vengono esplorati sia dall’esterno che dall’interno, grazie a piacevoli incursioni nell’arredamento dell’epoca. C’è l’appartamento di via Dezza 49 di Giò Ponti, dove l’architetto concretizzava le proprie riflessioni sulla casa moderna, oppure la palazzina di via Vigoni 13 di Luigi Caccia Dominioni, o ancora, c’è la Ca’ Brutta di via Moscova progettata da Giovanni Muzio, soprannominata così dai milanesi non appena fu inaugurata, nel 1922. Le immagini degli edifici compongono il puzzle di una Milano certamente lontana, ma ancora vivissima nell’immaginario collettivo dei milanesi. La Milano del Camparino in Galleria, del paltò e delle serate a teatro. Della piccola e della grande borghesia industriale. Elegante, sì, ma soprattutto discreta.

Di grande interesse la sezione dedicata agli architetti – tra cui  Piero Portaluppi, Giovanni Muzio, Luigi Caccia Dominioni, Vico Magistretti, Aldo Andreani, Gio Ponti, Ignazio Gardella, Figini e Pollini – che rintraccia lo stile di ognuno. A loro il grande merito di aver disegnato il volto di Milano, di averne impresso una matrice di stile che ha accompagnato la storia della città.

Infine, da non perdere gli itinerari in città – offerti durante tutto l’arco della mostra –  per osservare dal vivo le case protagoniste della mostra, nonché un ciclo di incontri che rifletteranno sull’immagine di Milano nel mondo. Dulcis in fundo, sabato 24 e domenica 25 novembre andrà in scena una mostra mercato – curata da Roberto Dulio – che presenterà gli oggetti di aziende, gallerie d’arte, antiquari e designer che hanno dato vita agli interni delle residenze milanesi.