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Tecnologia 14 novembre, 2018 @ 9:18

Così l’intelligenza artificiale può devastare i Paesi in via di sviluppo

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi
(Getty Image)

Finora la maggior parte degli studi economici si è focalizzata sull’impatto dell’intelligenza artificiale nelle nazioni più sviluppate, in particolare di quelle occidentali. Secondo Kai-Fu Lee, scienziato, venture capitalist e autore di AI Superpowers: China, Silicon Valley and the New World Order,  l’AI rappresenta invece un pericolo soprattutto per i Paesi in via di sviluppo.

In un articolo per Bloomberg, Lee spiega che ci sono due diversi modelli con cui questi Paesi hanno saputo sfuggire alla povertà: quello cinese, basato su di una vastissima base demografica e sul costo ridotto della forza lavoro, che ha creato una sistema incentrato tutto sulle manifatture e dove la catena del valore è rafforzata da prodotti tecnologicamente sempre più avanzati; quello indiano, dove c’è una larga fetta della popolazione che parla inglese, che è disposta ad essere impiegata in lavori delocalizzati del terziario avanzato: è un sistema di colletti bianchi che, se fortunati, potranno diventare gradualmente sempre più specializzati.

I due modelli hanno un elemento in comune: si basano su mansioni poco dispendiose per l’imprenditore, ripetitive e a basso contenuto creativo: che si tratti di lavoro manuale nelle fabbriche o di lavoro cognitivo nei call center. Sfortunatamente, per le suddette economie, i robot puntano a distruggere proprio questo tipo di impieghi.

Se è vero, come ha scritto un think tank vicino a Carlo Cottarelli, che “la paura diffusa secondo cui l’automazione porterà a una disoccupazione strutturale di massa non trova corrispondenza nella realtà”, è vero anche che l’intelligenza artificiale sta accelerando ’l’automazione nelle fabbriche e rimpiazzando lavori routinari, come il customer service o il telemarketing: un robot chiamato a indicarti la strada o il meccanico più vicino mentre sei rimasto impantanato con la tua macchina nelle campagne non va mai in vacanza. E, soprattutto, non chiede aumenti salariali.

Sull’occupazione complessiva dei Paesi con una forza lavoro meno inventiva, istruita e specializzata di altri, l’AI potrebbe avere quindi effetti disastrosi. Altro che pareggio fra distruzione di vecchi lavori e creazione di nuovi: i robot, secondo Lee, dopo aver reso supeflue moltissime mansioni non riuscirebbero a farne nascere altre in numero sufficiente.

Questo perché, senza il costo-opportunità di produrre nei Paesi in via di sviluppo, le multinazionali potrebbero riportare gli impianti nei Paesi d’origine, con effetti imprevedibili. Specialmente di questi tempi, con Donald Trump che ha fatto della guerra alle delocalizzazioni uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale, e spera che le sanzioni alla Cina convincano molte aziende a ricreare milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti. Secondo Lee, la larga fetta di giovani lavoratori indiani e cinesi a bassa specializzazione, che da qualche decennio stanno toccando con mano la possibilità di diventare classe media, rappresentando il vantaggio comparato più apprezzabile di quelle potenze, potrebbero diventare un soggetto politico estremamente esplosivo: un guaio che da economico potrebbe diventare geopolitico.

In Occidente abbiamo troppi pochi dati per affermare in quali percentuali i robot ci ruberanno o no il lavoro, e in che modo. Ma nelle fasce più basse dei lavoratori delle superpotenze manufatturiere, gli effetti sembrerebbero alquanto prevedibili: sia per questioni legate alla produttività, che al margine economico.

Come se non bastasse, la disperazione nei Paesi in via di sviluppo – non riequilibrata da aggiustamenti nel mercato del lavoro – rischierebbe di andare di pari passo con la crescente accumulazione di ricchezza nelle superpotenze dell’AI. Ad esempio la maggioranza degli assistenti personali domestici, detti anche smart speaker (ome Alexa che è prodotto da Amazon) vengono venduti presso i Paesi più ricchi: circa l’80% soltanto in Nordamerica. Ma la concentrazione di profitti e di capacità produttiva da parte di poche società dell’AI – quasi tutte localizzate negli Stati Uniti e in Cina – è ancora più preoccupante: secondo uno studio della società di consulting PwC, dei 15,7 miliardi di dollari di ricchezza che saranno generati dall’AI nel 2030, almeno il 70% finirà soltanto in questi due Paesi. È un fenomeno che stiamo vedendo in forma primitiva con i prodotti esclusivamente online, come Google Search, ma che nei prossimi decenni potremmo svilupparsi con la nascita di nuove industrie nel settore delle macchine che si guidano da sole, o dei droni.

Secondo Tej Kohli, un imprenditore tecnologico, non tutto è perduto: se la tecnologia può contribuire ad accellerare l’ineguaglianza globale, può avere anche il potenziale per ridurla. Questo perché l’intelligenza artificiale “può rivoluzionare il modo in cui funzionano il sistema sanitario, la protezione civile, la logistica, il sistema educativa, la finanza e i servizi finanziari nel Sud del mondo”, scrive su Project Syndicate.

Gli esempi forniti da Kohli sono molti: in Nepal, il machine learning sta aiutando a mappare e a progettare gli interventi post-terremoto; in tutta l’Africa, i robot e il Big Data stanno aiutando le ong a consegnare più efficientemente i medicinali e a coordinare meglio i soccorsi per i rifugiati di guerra. In India, l’AI sta aiutando gli agricoltori a migliorare il rendimento dei campi e ad aumentare i profitti.

Alle economie emergenti spetterebbe però partire da una dolorosa ammissione: che i loro modelli non saranno funzionali per sempre. La Cina potrebbe essere addirittura l’ultima grande nazione ad emergere dalla povertà attraverso il lavoro di fabbrica: “La nuova generazione di economie emergenti dovranno trovare altre strade”, scrive Lee. C’è l’importanza del fattore educativo – ovviamente – con un focus necessario sulla redistribuzione di conoscenze e competenze da parte dello Stato. E poi c’è il rifugio – piuttosto melanconico, a dire il vero – in un’altra tipologia di economie complementari: il turismo, i numeri di emergenza o l’assistenza agli anziani in cui il fattore umano non potrà essere rimpiazzato facilmente dalle macchine. Forse l’India e la Cina diventeranno le case di riposo per gli anziani occidentali, o le destinazioni turistiche preferite da chi crede ancora nel contatto umano.

Infine, c’è la speranza che, col loro enorme surplus, i colossi dell’hi-tech offrano credito al resto del mondo a condizioni favorevoli, prestando risorse per la piccola imprenditoria locale, di tipo agricolo soprattutto. Nell’attesa che queste società diventino così grandi da sostituire, o quasi, i prestatori di moneta pubblici, le politiche statali devono ritagliarsi un ruolo. Perché l’automazione rischia di creare un esercito di vinti che, viste le sue dimensioni, potrebbe davvero farci pentire di aver tenuto per noi le conoscenze più aggiornate.