Impianti ICF
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Dalle concessioni Reali alla Spac, una storia di crescita lunga 100 anni

Impianti ICF
Impianti ICF (Courtesy ICF)

Un secolo di storia, una posizione di leadership su un mercato di nicchia ben definito e tutta la volontà di conservare una produzione totalmente made in Italy. E’ la storia di tante eccellenze nascoste nella provincia italiana.

Nello specifico è il caso di ICF Group, Industrie Chimiche Forestali, nata nel 1918 a seguito di una concessione che il Regno Sabaudo aveva elargito per il taglio delle piante nelle aree circostanti al Lago Maggiore. E proprio dagli alberi arrivava la resina che rese possibile l’inizio dell’epopea dei primi mastici industriali per il settore della calzatura.

Oggi quella società nata a Maccagno e successivamente trasferita a Marcallo con Casone è arrivata a quotarsi in Borsa tramite una Spac (per effetto della business combination con EPS, Equita PEP SPAC), operando con tre divisioni: adesivi e tessuti tecnici per calzature e pelletterie; adesivi per la laminazione e l’imballaggio flessibile alimentare; adesivi per il mondo dell’automotive utilizzati per assemblare componenti che costituiscono il tettuccio dei veicoli.

Guido Cami a.d. ICF Group
Guido Cami a.d. ICF Group

Proprio in quest’ultima attività ICF Group vanta una posizione di leadership: lavora 11.000 tonnellate all’anno di prodotto finito, utilizzati su circa 25 milioni di veicoli all’anno (su un parco complessivo nel mondo di circa 90 milioni ). Il fatturato a fine 2017 ha raggiunto gli 80 milioni di euro, praticamente raddoppiato solo rispetto a 8 anni prima.

Come si cresce in questo modo restando italiani e anzi ben radicati nel territorio d’origine? Per Guido Cami, l’a.d. di ICF Group, ci sono almeno tre buone ragioni: “Vendiamo il 30% dei nostri prodotti in Italia, che è un mercato buono ma piccolo, il restante 70% in giro per il mondo, dalle Americhe al Far East, ma anche in Europa e Africa. Abbiamo quindi una forte delocalizzazione geografica in termini di mercati di sbocco. Una seconda ragione è l’ingresso in nuovi mercati: dal footwear e dalla pelletteria ricaviamo circa il 43% del giro d’affari, seguito dall’automotive per il 37% e dal flexible packaging, arrivato a costituire il 7% dei ricavi partendo da zero pochi anni fa. Produciamo inoltre anche per altri marchi. Poi c’è una terza componente della crescita: l’estro e la creatività italiane. Perché i grandi operatori hanno naturalmente dei vantaggi ma sono poco flessibili soprattutto a fronte di richieste particolari del cliente. Al contrario noi siamo in grado di andare oltre le produzioni standard in tempi rapidi”.

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Resta aperto il quesito se nel caso di ICF l’italianità abbia rappresentato un plus oppure una scelta costata anche delle opportunità. “Siamo un’azienda di 125 persone – risponde Cami – di cui 21 occupate nella ricerca e sviluppo, 36 nello staff e 68 operativi includendo le persone nella consociata messicana, la Fomex. Siamo un’azienda in cui il costo del lavoro non è il driver principale. Quindi non dobbiamo cercare posti più economici dove produrre, perché per noi ciò che costa di più sono le materie prime. In più per noi produrre in Italia è molto più di uno slogan, si tratta di investire ogni anno un milione di euro in impianti, per dimostrare al sistema che aziende come la nostra possono crescere”. E a proposito di crescita, il sentiero di espansione di ICF potrebbe non essersi concluso. “Cominciamo a guardarci attorno per aggregazioni”, dice Cami. “Per vedere dove ci sono altre aziende con un business simile al nostro con cui avrebbe senso aggregarsi. Magari attraverso un aumento di capitale in cui l’azienda esterna viene apportata, entra nel gruppo ma mantiene la propria autonomia”.

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