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Leader 17 Dicembre, 2018 @ 4:53

Dalla finanza al supervino della Valpantena

di Alfredo Faieta

Staff

La mia passione è l’economia del cibo.Leggi di più dell'autore
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Massimo Gianolli accanto alle bottiglie della sua cantina
Massimo Gianolli accanto alle bottiglie della sua cantina (Courtesy Collina dei Ciliegi)

Da agronomo mancato – per cause di forza maggiore – Massimo Gianolli si è trovato a dover lavorare per tanti anni nel settore finanziario occupandosi per poco tempo di leasing e da 27 anni di finanza d’impresa, attività di famiglia. E ora, da finanziere con tanta strada percorsa e una holding che porta il suo nome e cognome, si è messo in testa di creare un supervino nella sua azienda vinicola, La Collina dei Ciliegi di Grezzana, in Valpantena. Ovvero in quella parte collinare della provincia di Verona che guarda diritta ai monti Lessini e dove già l’azienda produce Amarone, Recioto e Valpolicella, la rossa nobiltà in calice del Veneto.

“Le sfide difficili mi esaltano, e quella di creare un super Valpantena, come lo chiamo io, è certamente una di queste” dice Gianolli a Forbes. “Ho studiato quel che hanno fatto in Toscana con i supertuscan (Masseto, Sassicaia, Solaia, Ornellaia e vari altri suffissi “aia”, ndr), prodotti di successo che provengono da zone di lunga tradizione vinicola creati accantonando quella che è la storia vinicola di quei luoghi e le denominazioni d’origine che li hanno resi famosi nel mondo”. I supertuscan, tagli bordolesi in terra di sangiovese, hanno finito per esaltare ancor di più i territori d’origine del Chianti e della zona di Bolgheri. Ed è questa la filosofia che Gianolli vorrebbe ripercorrere, con un’unica differenza: l’utilizzo di Corvina e Teroldego per la sua cuvée e non dei vitigni francesi come il Cabernet Sauvignon o il Cabernet Franc, o il Merlot tanto usato anche in Veneto. Un’innovazione con un occhio al territorio, ma che esce comunque dal solco delle denominazioni d’origine del luogo, Amarone in primis, che non potranno essere usate per questi nuovi vini quando saranno imbottigliati. “Il nostro sforzo sarà quello di creare delle etichette uniche per prodotti che saranno selezionati e importanti. Per raggiungere quest’obiettivo mi sono rivolto a Claude e Lydia Bourguignon, una coppia di agronomi molto famosi in Francia, consulenti di tanti importanti Chateaux, e a Ermanno Murari della cooperativa Vivai Rauscedo, leader mondiale nella selezione delle varietà di vite con i quali abbiamo studiato a lungo il suolo, i porta innesti e i cloni migliori da poter impiantare nei 21 ettari della collina che, tra i 600 e i 700 metri d’altezza, sarà il motore produttivo dei nuovi vini e che per due terzi sarà dedicata ai rossi. Questi vigneti sono parte dei 47 ettari a corpo unico che compongono la proprietà de La Collina dei Ciliegi. Un appezzamento ben difficile da trovare in Italia, che è già vitato e produttivo per 10 ettari, cui si aggiungeranno i 21 in una zona finora lasciata a pascolo e che in parte abbiamo già impiantato e che non vendemmieremo prima del 2022, per dare i primi vini non prima del 2024”.

Massimo Gianolli in vigna (Courtesy Collina dei Ciliegi)

In attesa di poter trovare il nuovo vino, l’azienda, una start up a sentir parlare il suo proprietario, produce già 400mila bottiglie che vende anche grazie ad un’altra passione di famiglia: il Milan. La squadra che è stata di Silvio Berlusconi (“un genio della comunicazione, un grande imprenditore che ho potuto conoscere”) e a cui si è legata l’azienda vinicola con una partnership che tra pochi giorni sarà rinnovata per altri due anni e mezzo, e con le Skylounge VIP di San Siro. Da queste attività ha avuto origine anche un Amarone con etichetta rossonera, che avrà fatto storcere il naso agli storici produttori di questo vino, ma che ha fatto vendere tante bottiglie in Cina. “Il Milan è molto conosciuto nel grande Paese asiatico e la nostra etichetta rossonera è stata un successo strepitoso: il 40% delle nostre vendite è sul mercato cinese e vogliamo continuare su questa strada. Il 2019 sarà però l’anno di approccio al mercato nord americano, molto più maturo ed esigente di quello cinese dove entreremo anche con un’iniziativa ad effetto in collaborazione con dei partner che non voglio svelare in questo momento”. L’etichetta rossonera arriverà anche lì? Chissà. Gianolli non si sbilancia.

(Courtesy Collina dei Ciliegi)

Nel frattempo si pensa anche ad un futuro più lontano: “In questo momento l’azienda fattura un paio di milioni di euro dopo investimenti per una decina tra vigneti, cantina, il Resort “Ca’ Del Moro Wine Retreat” e la ristrutturazione di un intero Borgo di origine cimbra. Abbiamo ancora tanto da investire, ma arriverà il momento nel quale si potrà aprire il capitale a terzi. Mi piacerebbe la strada del club deal (come Farinetti con Tamburi per Eataly, ndr) e aprire così il capitale a coloro che credono in questo progetto per arrivare tra quattro-cinque anni alla quotazione in Borsa. Non abbiamo ancora deciso nulla, ma sono convinto che una volta decollata, La Collina dei Ciliegi dovrà essere aperta e sostenuta anche da altri azionisti”.

Ecco che spunta il lato “social” di uno strano vignaiolo che caparbiamente da solo vuole rompere tanti schemi che hanno fatto la storia del vino che ha reso Verona capitale del bere nel mondo. Prosit.

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