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Investimenti 2 gennaio, 2019 @ 10:15

Cosa nasconde la volatilità di Wall Street di fine 2018?

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi

Dopo la volata della vigilia di Natale, nell’ultima settimana dell’anno Wall Street ha imboccato di nuovo la strada del ribasso per poi recuperare nel finale. È stato, in ogni caso, tra i peggiori anni dal 2008 per la borsa statunitense, che ha visto i suoi investitori alleggerire le proprie posizioni per quasi tutte le ultime sedute del 2018, preoccupati dal rallentamento dell’economia mondiale all’orizzonte, dall’instabilità geopolitica internazionale e dal rallentamento dell’economia europea. La volatilità del mercato azionario è il sintomo di un 2019 che rischia di profilarsi piuttosto nefasto per la finanza, e non solo?

 Ad agosto, a dieci anni dalla crisi finanziaria, Wall Street si apprestava a entrare nella fase “toro” (bull run) più lunga della sua storia: ovvero più giorni senza un calo cumulato del 20% o superiore. Ancora due mesi e mezzo fa, poco prima delle elezioni di Midterm, Trump si vantava ai comizi di aver contribuito a rendere la borsa pimpante come mai nell’ultimo decennio. Da allora, però, il mercato è diventato un ottovolante.

 Nell’ultima settimana, i cali si sono concentrati soprattutto nel settore tecnologico, energetico e in quello industriale, mentre meglio è andata a quello della grande distribuzione – che ha beneficiato del consumismo festivo. Nello stesso frame temporale, gli indici Dow Jones e S&P sono cresciuti di oltre 2%, mentre il Nasdaq di circa il 4%. Resta tuttavia il peggior mese per Wall Street dal dicembre del 1931, quando si era nel pieno della Grande Depressione. Le convulsioni del mercato, verosimilmente, si presenteranno anche a gennaio. 

A turbare gli investitori c’è, innanzitutto, la guerra tra il presidente degli Stati Uniti e la Federal Reserve. Come promesso, questo mese la banca centrale americana ha rialzato i tassi d’interesse, nonostante la risposta aggressiva di Trump che ha puntato il dito contro una scelta che potrebbe rallentare l’economia e colpire i profitti aziendali, e ha minacciato ritorsioni: persino il licenziamento del capo della Fed, Jerome Powell, anche se non è chiaro se questo sia fattibile in tempi brevi, e comunque l’amministrazione è piuttosto divisa al suo interno. 

Molti analisti ritengono che il 2018 sia stato un anno di transizione, e che per il 2019 si verificherà una maggiore volatilità dei mercati e una stabilizzazione della crescita economica. La recessione è imminente, come scrive qualcuno? Non è detto. Il mercato sta però soppesando il prezzo da pagare proprio in questo scenario, il peggiore possibile. In ogni caso il prossimo anno lo scenario economico sarà probabilmente più difficile di quello appena trascorso, anche perché, per la prima volta dal 2008, gli aggregati di bilancio delle banche centrali si ridurranno, spingendo gli investitori in territori inesplorati. 

C’è anche una motivazione più banale per tanta volatilità: molti partecipanti al mercato sono in vacanza per Natale e Capodanno, e bassi volumi di trading possono esasperare le oscillazioni. Sul lungo periodo, tuttavia, bisogna tener conto delle preoccupazioni dei mercati per una miriade di fattori di incertezza che in questo momento scuotono l’economia: non ultimo, lo shutdown di Washington, vale a dire la paralisi parziale del governo federale, voluta da Trump per ottenere il finanziamento per la costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico.

Più realisticamente, sarà l’instabilità geopolitica a definire l’atteggiamento degli investitori nel 2019, con la guerra sui dazi tra Stati Uniti e Cina che ancora deve dispiegare appieno i suoi effetti (l’ultima trovata di Trump potrebbe essere quella di vietare alle società americane l’acquisto di prodotti Huawei) e l’instabilità europea, tra una Brexit che rischia di passare senza accordo con Bruxelles, l’Italia gongolante nel suo ribellismo finanziario e la presidenza francese – un tempo improbabile argine al populismo continentale – assediata dalla protesta populista.

Il rialzo dei tassi della Fed va dunque messo in relazione con l’incertezza europea e mondiale, senza dimenticare una Cina che cresce meno del previsto ed è in fase di trasformazione da potenza tutta orientata all’export a economia basata sul consumo interno. Probabilmente, nonostante gli interrogativi derivanti in particolare dalla situazione italiana e britannica, alcuni aggiustamenti si renderanno necessari anche da parte della Bce, che ha fatto capire di voler mantenere i tassi di interesse negativi fino all’estate del prossimo anno. Dopo la conclusione del Quantitative easing, tuttavia, potrebbero aumentare fino a trovare una stabilizzazione dopo il completamento della Brexit.

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