La rivolta ingestibile dei gilet gialli, vista senza paraocchi

gilet gialli a parigi
Gliet gialli agli Champs-Élysées
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gilet gialli a parigi
Gliet gialli agli Champs-Élysées

Secondo un sondaggio pubblicato martedì il movimento dei gilet gialli, sceso in piazza con clamore per tutto il mese di novembre e che ha raggiunto il suo culmine nelle manifestazioni di sabato a Parigi, con migliaia di persone mobilitate, arresti e feriti, è sostenuto dalla maggioranza dei francesi. Dopo le concessioni fatte dal governo, con Macron che lunedì sera ha annunciato in un solenne messaggio televisivo l’aumento del salario minimo e la detassazione degli straordinari, l’aderenza è rimasta forte, con quasi sette intervistati su 10 che guardano al movimento con appoggio incondizionato o anche solo semplice simpatia.

Non è chiaro, tuttavia, in che modo l’opinione pubblica possa sostanziare questa vicinanza: i gilets jaunes restano una rappresentazione di scontento drammatica, radicalizzata per molti versi, ma tuttora abbastanza amorfa, senza leader riconosciuti, con pochi obiettivi ben definiti e unificata per lo più dall’ostilità nei confronti di ulteriori tasse per il ceto medio e nei confronti di Macron. I partiti francesi di opposizione alternano aperture e cautela, senza sbilanciarsi troppo. La sinistra più entusiasta ha tentato di far vedere come, in diversi casi, gli estremisti di destra fossero malvisti dal resto della piazza. Una giornalista Rai, però, ad un certo punto ha intervistato un italiano a Parigi che partecipava alla protesta, presentandolo come un cittadino qualsiasi: in realtà, era Luca Marsella, ras di Casapound a Ostia. Il movimento sembra dunque un contenitore vuoto, pronto a essere occupato da chiunque e ad assumere le forme più sconclusionate: è la sua forza, ma anche ciò che lo potrebbe rendere ingovernabile.

Chi è sceso in piazza

È stato già scritto e detto da più parti come la protesta abbia preso fuoco grazie a due fattori decisivi. Da un lato, il relativo impoverimento della classe media francese che – anche guardando il budget governativo 2018-19 – sembra essere quella più penalizzata dal sistema di tassazione francese e dalle politiche economiche macroniane: al punto che persino il Financial Times sembra aver scaricato il presidente. È il suo pouvoir d’achat, il suo potere di acquisto, più che in generale la sua qualità della vita, che secondo l’economista Branko Milanovic questo ceto medio sente diminuire sempre di più, e per questo non vuole pagare il conto per politiche di contrasto al surriscaldamento globale percepite come distanti, effimere e inique.

Dall’altro, c’è l’atteggiamento esasperatamente patrizio e quasi sconcertante di Macron, che pur essendo andato al potere con un modello di rottura rispetto ai partiti tradizionali, ha finito con l’incarnarne i peggiori difetti, dal paternalismo (vero o percepito) al distacco crescente con i corpi intermedi (sindacati, sindaci, funzionari di partito e dirigenti locali). Un vero vicolo cieco dal quale nessuno sa più come uscire.

Comunque sia, il profilo del Gilet giallo che ha partecipato alla manifestazione di sabato “era abbastanza omogeneo, soprattutto dal punto di vista etnico e di età”, ha scritto il giornalista Francesco Maselli, che ha lavorato a lungo in Francia ed era presente sabato agli scontri tra protestanti e polizia. “Maschio bianco tra i 20 e i 45 anni, con uno stipendio di poco superiore allo Smic (salario minimo), che abita in dei comuni lontani dai grandi centri. Gli altri “dimenticati”, i francesi che abitano nella periferia delle grandi città, figli o nipoti di immigrati dal maghreb, dall’Africa centrale o dal medio oriente, non erano in piazza”.

Insomma, alla più grande rivolta avvenuta in Francia negli ultimi dieci anni non ha partecipato proprio quella bomba sociale che, secondo molti a destra e sempre più a sinistra, scoppierà a forza di accogliere culture diverse dalla nostra.

Ma confermare questa chiave interpretativa del movimento – che cioè si tratta per lo più di una rivolta della classe media impoverita e degradata – non ci aiuta a districarci nella complessità del fenomeno, né ci aiuta a trovare possibili soluzioni. Ad esempio, in questi giorni sono comparse sui social network diverse liste di desiderata attribuiti ai gilets jaunes: come sempre pubblicate e fatte girare non si sa da chi, in rappresentanza di chi, e così ognuno ci ha voluto vedere quello che voleva. In effetti, in quelle liste c’è proprio di tutto: dall’abolizione delle tasse sul carburante all’aumento delle pensioni minime, dalle restrizioni sull’immigrazione all’abolizione del franco speciale adoperato in diverse repubbliche centrafricane. Ogni richiesta può, teoricamente, andare in conflitto con altre due o tre. Se sei un leader politico, come fai ad impegnarti di fronte a tale sconclusionatezza?

Centro vs. periferie

Lo scorso weekend è emerso poi il conflitto, sempre più evidente, tra le megalopoli “al centro dell’Impero” e le zone rurali e periferiche, in decadenza, con milioni di cittadini costretti a scegliere – si fa per dire – tra il vivere in tuguri sempre più esosi in città sempre più per pochi e un pendolarismo sfiancante, oppure tra la competizione sfrenata delle metropoli e aree marginali dove la crescente diversità etnica e culturale è percepita come sfida, o come umiliazione.

È qualcosa che negli Stati Uniti conoscono molto bene. Lì abbiamo visto come i colossi dell’hi-tech (Amazon, Google, Facebook) scelgano le grandi città per aprire le nuove sedi, a differenza dei colossi dell’auto che un tempo aprivano nella Rust Belt, nell’America profonda. È così gli Stati più disabitati, più invecchiati e dall’industria in decadimento votano Trump, mentre New York e Los Angeles sono da tempo fortini dei Democratici. Vale anche per il Regno Unito, dove il Remain ha vinto in una Londra multietnica e carissima e le Midlands hanno votato Leave.

Secondo il giornalista britannico Simon Kuper, che in Francia ci vive, un Paese impoverito relativamente dalla crisi “si ritrova con una capitale che straborda di ricchezza da secoli, e la vista dei negozi di Parigi è un affronto per la maggior parte dei francesi. Intorno ad ogni presidente si rassembra quella che è di fatto la corte regale delle èlite parigine”.  Nello scenario peggiore di tutti, si legge in un rapporto dell’Eurasia Group, che studia i trend geopolitici, il prossimo grande movimento d’indipendenza mondiale potrebbe essere quello delle città ultrapotenti che scelgono di autogovernarsi in barba agli Stati a cui appartengono. Fantascienza, forse, ma interessante per un gioco da tavolo.

Tra rivoluzione e paranoie

Le immagini della violenza di piazza hanno, come spesso succede in questi casi, preso il sopravvento del “racconto” rispetto all’atteggiamento pacifico, seppur comprensibilmente distaccato nei confronti dei disordini, della maggioranza dei partecipanti. La diffusione di teorie del complotto secondo cui, però, l’intero movimento dei gilets jaunes sarebbe stato sobillato dai potenti mezzi della propaganda putiniana, dagli hacker e dai bot di Twitter, a partire dall’uso strumentale di hashtag e fake news con lo scopo di abbattere il regime macroniano e riampazzarlo con uno filorusso, è soltanto una parte della storia e non deve distogliere l’attenzione dal problema più vasto.

Il malcontento della società francese è reale. Una reazione scandalizzata come quella di un importante dirigente del Partito democratico, Neera Tanden, che riduce l’evento a una protesta contro una gabella ecologica, o quella dell’editorialista del Guardian Carole Cadwalladr, che attribuisce le sommosse a non meglio definiti traffici loschi con Facebook, sono due esempi di un pericoloso riduzionismo interpretativo, e di come un inquietante santone del nazionalismo come Steve Bannon sia più attrezzato di molti progressisti nel mettersi in sintonia con i tempi che cambiano.

Detto questo, andiamoci piano con la narrativa della “Parigi che brucia”, di una Francia in pieno tumulto. Secondo tutti gli osservatori più credibili, in piazza sabato sono scese tra le 8mila e le 10mila persone (100mila in tutto il Paese) mentre ce n’erano state almeno altrettante due settimane prima per una marcia delle femministe, passata quasi sotto silenzio dai media. Le immagini dei gas lacrimogeni, dei proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo e degli studenti fatti inginocchiare nelle scuole sono giustamente inquietanti, e devono far riflettere sul prezzo che chiedono le democrazie liberali quando sembrano implodere.

Ma per ora non è imploso nulla: un giorno dopo le manifestazioni il train de vie parigino è ripreso come se nulla fosse. L’anarchismo fracassone è una tradizione radicata in Francia, così come le celebrazioni vandaliche a capodanno.  I casseur non sono un frutto dell’Unione Europea più di quanto non lo fossero le jacqueries che si videro a Londra nel 2011, molto prima che si parlasse della Brexit (e allora, significativamente, furono condannate dagli stessi conservatori antieuropei che gongolano per i guai delle socialdemocrazie aperte: io c’ero e me lo ricordo bene).

Il futuro

È una storia che in parte ricorda quella di Macron, due anni orsono: una forza politica dal colore indefinito che emergeva dal nulla e sconquassava l’intero sistema partitico – tra cui un altro sconquassatore, il socialista Jean-Luc Mélenchon, che aveva sperato di capitalizzare la rabbia anti-liberista. Per contro, i gilet sembrano oggi fortemente contrari a qualsiasi forma di rappresentazione, o delega, e meno che mai interessati a essere parte di un sistema politico che rifiutano in toto. Soprattutto perché non c’è una figura carismatica, unificante come nel caso del M5S e di Grillo. Almeno per il momento.

Va preso con mille pinze, ma un sondaggio dell’istituto IPSOS France ha testato il potenziale elettorale dei gilet gialli, dando un ipotetico partito di riferimento al quarto posto con il 12 per cento, mentre Rassemblement national (il partito di Le Pen) sarebbe al terzo posto col 14 per cento, e i verdi al quarto col 13 per cento. Interessante il risultato della lista di Macron con o senza gilet gialli in campo: primo in entrambi i casi col 21 per cento. Ma visti i sondaggi in picchiata e il precedente italiano, non sembra il caso di sedersi troppo sugli allori.

Di fatto, cedendo in parte alle richieste dei gilets jaunes, promettendo più spesa pubblica e sottolineando la centralità dei bisogni nazionali rispetto alle regole di bilancio di Bruxelles, Macron ha smentito quasi del tutto lo spirito con cui era stato eletto; aiutando, indirettamente, Di Maio e Salvini per la campagna elettorale alle Europee. Certo, qualsiasi cosa farà Macron, i suoi avversari diranno che non è abbastanza, e chissà se il tempo che sta cercando di comprare gli basterà per inaugurare un nuovo corso. Ma nel frattempo lui avrà mostrato agli europeisti che non si può governare questa fase storica con la sola forza della razionalità e della competenza tecnocratica.

Resteranno ancora a lungo irrisolti degli equivoci e dei problemi di fondo da affrontare in questa transizione storica: nessun partito politico ha i numeri e la forza per rendere il sistema fiscale più equo, per far comprendere l’importanza dell’immigrazione in un continente sempre più vecchio, per non parlare dei partiti nazional populisti che questi problemi li hanno rimossi dall’agenda e creano le basi per una disillusione ancora più grande. La conflittualità antielitaria francese potrà prendere una svolta “gentista”, oppure biecamente autoritaria, oppure anche costringere il ceto politico a riforme economiche più eque. Ma potrebbe anche cedere al più depressivo nichilismo. La strada è ancora tutta da disegnare.

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