Brexit e piani B: quanto converrebbe a Londra un accordo di libero scambio con Trump?

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Lo skyline di Londra (Shutterstock)
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Lo skyline di Londra (Shutterstock)

Dopo la sconfitta netta del governo May sull’accordo definitivo di separazione tra Gran Bretagna e Unione Europea, riprende quota l’ipotesi che il Regno Unito il 29 marzo possa lasciare l’Europa senza nessun tipo di accordo. Ipotesi che presenta molti aspetti preoccupanti, tra cui la fuga di industrie e capitali e il ripristino dei confini con gli altri stati europei, compresa l’Irlanda (fattore che metterebbe a rischio gli accordi di pace del Venerdì Santo riguardanti l’Ulster, raggiunti faticosamente nel 1998). Ma una delle fazioni del Partito Conservatore, l’European Research Group, è convinta che l’uscita senza accordo preluda ad altre opportunità, con Londra che potrebbe ritornare un player globale. Si tratta del cosiddetto progetto della Global Britain. Questo disegno fa capo a un think tank fondato nel 1997 da tre Lord conservatori tra cui il Barone Harris di High Cross, già consulente del governo Thatcher sulle privatizzazioni di vasti settori dell’economia britannica. Il centro studi si propone di fornire una visione “globale” della Gran Bretagna, fuori dal giogo limitante dell’Europa, collegandosi dunque alla visione tardo-thatcheriana di Bruxelles quale superstato sovieticheggiante nemico delle libertà economiche. Quindi per questo e per altre istituzioni come lo storico Institute of Economic Affairs, fondato nel 1955 in piena epoca keynesiana, la Brexit rappresenta una grande occasione. Soprattutto perché negli Stati Uniti c’è un presidente come Donald Trump, propenso a siglare trattati bilaterali anziché formare aree di libero scambio, come dimostra anche la firma dell’Usmic con Messico e Canada, contrattato singolarmente con i paesi. Secondo il deputato Richard Drax, conservatore favorevole all’uscita senza accordo, l’uscita con “pieno controllo” favorirebbe la firma dell’accordo con gli Stati Uniti, ipotesi confermata dall’ambasciatore americano a Londra Woody Johnson. A livello politico, chiaramente, questa è un’ipotesi che ha seguito solo nella destra del partito conservatore, che il voto di martedì ha dimostrato essere composta da almeno 116 parlamentari. Ma due istituti importanti, il già citato Institute of Economic Affairs e l’americano Cato Institute, di orientamento liberista-libertario, hanno già stilato una bozza di accordo pronta all’uso, che avrebbe il placet della Casa Bianca. Nel documento di 234 pagine si propone un accordo ideale tra le due nazioni che però si spinga oltre le consuetudini sugli accordi bilaterali (che la Gran Bretagna ha smesso di stilare in modo autonomo dal suo ingresso nella Cee nel 1973). L’accordo prevederebbe un azzeramento completo dei dazi su qualsiasi bene commerciabile e nessuna restrizione governativa aggiuntiva, ma proporrebbe anche misure più controverse: libertà totale di investimenti stranieri, annullamento di qualsiasi legislazione contro il dumping salariale e la fine della limitazione alla coltivazione e commercializzazione degli Ogm, definita una “preoccupazione sostenuta da timori in tema di salute e sicurezza senza alcun fondamento scientifico”. Inoltre, per quanto riguarda la denominazione di origine dei prodotti, per ottenere il via libera basterà che il 25% di questi provenga da una delle due nazioni, una percentuale di molto inferiore sia al vecchio Nafta (62,5%) sia a quelle dell’accordo Tpp da cui gli Stati Uniti sono usciti all’inizio dell’amministrazione Trump (35%). Per quanto riguarda invece l’armonizzazione delle regolamentazioni riguardanti gli standard produttivi, le aziende potranno scegliere di operare scegliendo soltanto uno dei due standard, verosimilmente quello americano. Lo stesso vale per le norme sindacali o sulla competizione dei privati in campo sanitario sul mercato britannico, al momento totalmente in mano al National Health System. Nell’accordo si riconosce che queste due normative sarebbero estremamente “controverse” e pertanto difficilmente accettabili e per quanto alcune normative come l’apertura della competizione straniera nel settore dell’aviazione commerciale statunitense non siano particolarmente vantaggiose, questo accordo pare molto sbilanciato sulle esigenze statunitensi, a cominciare dalla libertà di movimento allargata alle persone che garantirebbe all’America l’arrivo di manodopera anglofona a buon mercato (nel caso che gli effetti del mancato accordo provochino forti danni all’economia britannica). La bozza di questo testo ha provocato critiche feroci da parte di alcuni commentatori di sinistra che hanno definito l’ipotesi “devastante” per alcuni settori dell’economia britannica come ad esempio quello agricolo. L’accordo ipotetico quindi si dovrebbe scontrare con un’opposizione ben maggiore di quello appena bocciato. Ma qualora ci fosse un isolamento completo di Londra, questa ipotesi potrebbe prendere quota.