Seguici su
Business 29 gennaio, 2019 @ 9:00

L’Economist scopre la Slowbalization, ma la deglobalizzazione è già realtà

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi
trump al tavolo della Casa Bianca
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante un meeting alla Casa Bianca (Alex Wong/Getty Images)

Nonostante la guerra dei dazi, senza precedenti nell’ultimo quarto di secolo, dichiarata da Donald Trump alla Cina, l’ottimismo per la globalizzazione dell’economia sembra non essersi scalfito più di tanto: certo, il gigante asiatico sta crescendo a ritmi più blandi che mai, e le multinazionali tecnologiche esposte in quel mercato sono in serie difficoltà, ma il Pil mondiale sfiora il più quattro per cento su base trimestrale, la disoccupazione ovunque è in calo e i profitti sono in aumento. Qualcuno ha persino ipotizzato che i prossimi meeting tra il presidente americano e Xi Jinping porteranno a una tregua di questa guerra fredda senza armi, e che il tutto si concluderà in uno show teatrale senza conseguenze rilevanti per il commercio.

Ma l’ottimismo potrebbe essere ingiustificato. Le guerre commerciali che vediamo in questi giorni sono la punta dell’iceberg di un cambio di paradigma epocale, iniziato dieci anni fa con la crisi finanziaria del 2008-2009. Non un fulmine a ciel sereno, ma il naturale proseguimento di una tendenza che si potrebbe definire “deglobalizzazione”. O slowbalization, per dirlo con le parole dell’Economist, che dedica al tema la sua ultima copertina.

“Gli investimenti transnazionali, gli scambi commerciali, i prestiti bancari e le catene di produzione sono rimaste stagnanti o si sono ridotte in rapporto al Pil mondiale”, scrive il settimanale. E così la globalizzazione “ha ceduto il passo a una nuova era di lentezza”. Secondo l’Economist, l’epoca d’oro della globalizzazione è stato il ventennio che va dal 1990 al 2010. Ma oggi “i problemi irrisolti di un mondo integrato sono diventati così evidenti agli occhi del pubblico, che i benefici dell’ordine globale sono facili da dimenticare”.

In realtà, allargando ancora di più lo sguardo, persino l’esplosione del commercio degli anni Novanta sembra poca roba rispetto ad epoche in cui l’interconnessione tra i popoli e le nazioni sembrava meno dirompente rispetto ai nostri giorni. Rileggendo un classico della storia economica come Soldi e potere di Niall Ferguson, appare evidente che il vero periodo nero della globalizzazione sia stato quello che va all’incirca dal 1913 al 1973: quello è stato, seppur con enormi variazioni al suo interno, un periodo di restringimento degli scambi e di acutizzazione dei nazionalismi: è il sessantennio in cui sono crollati gli imperi multietnici, sostituiti da Reich criminali, a sua volta crollati in una miriade di Stati più o meno formalmente indipendenti; un periodo che ha visto crollare e moltiplicarsi frontiere come mai nella storia. È stato un periodo a due velocità: crescita bassissima del Pil procapite (0,91 per cento) tra il 1913 e il 1950; impetuosa (2,93 per cento) tra il 1950 e il 1973, quella che lo storico Eric Hobsbawn ribattezzò “l’Età dell’oro”. Ma nel complesso, una fase storica caratterizzata da guerre, dazi e muri adoperati per difendere confini ideologici prima ancora che economici.

È stato prima e dopo quel periodo che ha trionfato la globalizzazione. Curiosamente, sia prima che dopo il 1913-1973 si osservò una percentuale molto simile di crescita del Pil pro capite: 1,30 per cento dal 1870 al 1913; 1,33 per cento dal 1973 al 1998. Con una differenza fondamentale: nel primo periodo di globalizzazione considerato (1870-1913) si registrò una certa convergenza nei livelli internazionali di reddito, in particolare nelle economie sulle due sponde dell’Atlantico: tra Stati Uniti e Inghilterra, ad esempio, o tra Brasile e Portogallo.

Nel secondo periodo, cioè a partire dalla crisi petrolifera, la fine del Gold Standard e quindi della stessa Età dell’oro (dal 1973 in poi), si verificò una marcata divergenza: in particolare, tra il resto del mondo e l’Africa. Senza dubbio, ciò è dovuto in parte al fatto che il capitale ha scelto di muoversi principalmente all’interno del mondo sviluppato.

Se crediamo che a partire dagli anni Novanta del Novecento e negli anni Dieci del Ventunesimo secolo si sia visto un flusso di capitali impareggiabile è perché il giornalismo economico tende a considerare oggi soltanto alcune misure di integrazione finanziaria: lo spread tra mercati di bond, il mercato dei mutui, i listini delle borse. Ma in realtà oggi molti investimenti internazionali avvengono tra paesi già ricchi. Nel 1996 – apogeo clintoniano, dot com bubble, ottimismo tecnologico, etc. – soltanto il 28 per cento degli investimenti esteri andò a paesi in via di sviluppo, mentre nel 1913 la percentuale fu del 63 per cento. Un altro calcolo più esatto ci dice che nel 1997 soltanto il 5 per cento circa del capitale mondiale fu investito in paesi con un reddito pro capite inferiore del 20 per cento rispetto al Pil pro capite degli Stati Uniti. Nel 1913 la percentuale di capitale investita fu del 25 per cento.

Una delle ragioni per cui il “grande capitale” a partire da un secolo a questa parte ha iniziato a funzionare in questo modo è la caduta tendenziale del saggio di profitto nelle colonie. Ma, più a monte, c’è una ragione del tutto politica: la fine del colonialismo. Prima della Grande guerra, a far sentire protetti i venture capitalist britannici c’era, come sappiamo, l’Impero “dove non tramontava mai il sole”. Investire nei progetti infrastrutturali faraonici dell’esploratore, colonialista e tiranno Cecil Rhodes era assai rischioso, ma la presenza delle truppe imperiali nell’Africa subsahariana e sulle Montagne della Luna aveva l’effetto di ridurre questi rischi. Paradossalmente, era molto più sicuro il denaro investito in una colonia a tutti gli effetti britannica come l’India, che stava fuori da un sistema riconosciuto come il gold standard, che in una colonia soltanto de facto come l’Argentina, che invece nel gold standard ci stava già. Perché? Perché l’Impero non poteva rassicurare chi investiva in Sudamerica.

Flashforward di 80 anni, al 1993, all’inizio della rinascita dell’economia mondiale secondo l’Economist. Può darsi sia stato così in termini assoluti, se guardiamo ai miliardi di capitale trasferito e ai milioni di persone che si sono spostate da un continente all’altro. Ma appare chiaro che si trattava già allora di poca roba, in termini relativi, rispetto alla globalizzazione che abbiamo conosciuto fino alla scoppio del Primo conflitto mondiale. Certo, quello vittoriano era un dominio razzista, bigotto e classista. Eppure l’esperimento di governare il mondo senza quel modello di impero – quello americano non era la stessa cosa – si poteva dichiarare fallito già poco dopo la fine della Guerra Fredda, e molto prima dell’11 settembre 2001: l’invasione del Kuwait, le stragi a Mogadiscio e in Ruanda, oppure Sarajevo, Grozny e Kabul, con le loro rovine e i loro palazzi bucherellati dalle granate, furono vere e proprie debacle di qualunque ipotesi di polizia internazionale. Ma erano solo un assaggio degli sconvolgimenti demografici e ideologici che sarebbero venuti 25 anni più tardi. 

Ma l’aspetto più rilevante di quanto succede alla globalizzazione in quegli anni è che, sebbene la distribuzione ineguale dei suoi frutti riguardasse, in termini macro, quasi unicamente il Terzo Mondo, nella realtà politica questo si sarebbe accompagnato a un risentimento crescente negli eredi bianchi del colonialismo. La slowbalization di cui parla l’Economist fa dunque da sfondo a una doppia tendenza: da un lato, il fallimento dell’ipotesi di sviluppo sostenibile in larghe fette di Africa e America Latina, che insieme alla questione migratoria e il cambiamento climatico richiederebbero azioni concertate di organismi sovranazionali forti; dall’altro, la crisi profonda di legittimazione e di credibilità delle élite in Occidente. E così, da almeno un decennio, la necessità di fronteggiare i fallimenti della globalizzazione estrema, del liberalismo economico e culturale si sovrappone alla frammentazione delle tendenze di voto della classe media europea e alla crisi dei partiti tradizionali negli Stati Uniti, il crollo del bipolarismo moderato, l’avanzata degli uomini forti e dell’identità bianca.

Coloro che più di tutti hanno da perdere dalla disintegrazione dell’Europa, dalla nuova deglobalizzazione già in corso da decenni sono forse proprio “i dannati della Terra” di cui parlava Franz Fanon. Vale a dire che un rallentamento dei commerci rischia di tradursi paradossalmente proprio in una diminuita capacità di investimento mirato nelle aree del mondo che ne hanno più bisogno. Certo, è bene che il modello di sviluppo nefasto imposto dall’Impero vittoriano sia tramontato per sempre, e alla forza delle baionette si sia sostituita quella della diplomazia cinese e la sua nuova Via della Seta – che pure avrà un impatto ambientale non trascurabile.

Il problema è che se prima della crisi del 2008 era difficile trovare un “consenso progressista” per un internazionalismo che recuperasse parte dell’evasione fiscale e dei capitali delle Cayman e li investisse nei paesi esclusi dalla globalizzazione, adesso la guerra dei dazi di Trump sembra avere come unico obiettivo un rientro di capitali, tramite protezionismo, per difendere unicamente parte della classe media penalizzata negli ultimi decenni e rimpinguare le tasche dei super-ricchi – tramite taglio corposo delle tasse. Quello che l’articolo dell’Economist non affronta è che molti non stanno rigettando la globalizzazione in senso lato, quanto la sua versione iper-finanziarizzata, neoliberale che ha portato ad enormi disuguaglianze e ad una relazione spesso imperscrutabile tra innovazione e produttività.

Sì, le disuguaglianze tra nazioni diminuiscono, come ha raccontato l’economista Branko Milanovic, ma aumentano quelle all’interno delle nazioni, e tra Africa subsahariana e resto del mondo. Nessun organismo sovranazionale ha la minima intenzione di pensare a un “Piano Marshall” che affronti le migrazioni dall’Africa con una visione di medio o lungo periodo. Il ceto politico occidentale ragiona a cortissimo raggio. In Italia scateniamo polemiche televisive parlando del Franco Cfa per fare i dispetti a Macron. Ma dovrebbero essere i cosiddetti sovranisti a essere ottimisti: la deglobalizzazione di cui si parla oggi è in corso da oltre un secolo.