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Cultura 8 marzo, 2019 @ 2:42

Ritratto imperfetto di Neuilly-Sur-Seine, il luogo più esclusivo di Parigi

di Alessandro Turci

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Scrive poesie. A volte di politica estera, di stile, di viaggi. Per Panorama, Icon, il Foglio, Aspenia. chiudi
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(Courtesy of Eric Gillis Fine Art)

Come la filigrana di una cucitura irrituale ed elegantissima, la prima volta che entrai nell’aura di Neuilly-sur-Seine fu grazie un quadro di Auguste-Louis-Marie Ottin, la Vue du Pont Neuf.

Mi ci ha riportato in questi giorni la scomparsa di Karl Lagerfeld che qui viveva, con la sua collezione d’arte (venduta prima di dire addio: addio a Falconet lo scultore, a Oeben l’ebanista, a Boucher il pittore) in una Spoon River dell’arte zen-barocca, mitigata nel suo rococò solo dalla biblioteca, composta da 40 mila volumi silenziosi.

A Neuilly-Sur-Seine aveva lo studio Vassily Kandisnsky, ed è nato l’inventore della Parigi-Dakar, Thierry Sabine. In mezzo, le efemeridi di tutto il Pantheon culturale del Novecento francese e non solo, anche perché qui ha sede un ospedale pediatrico dove si viene al mondo “Rive Droite aspirazione Rive Gauche”. Alla Jean-Paul Belmondo, per capirci. E dove Chanel ha il suo quartier generale.

Appoggiata al Bois de Boulogne, Neuilly è Parigi, o è Parigi che crede di essere Neuilly? Due isolati accanto è nato Marcel Proust, a Auteuil, che all’epoca del dipinto di Ottin ha 16 anni e potrebbe anche essere la figura del giovane uomo accanto al molo, in quella tipica posa molle, trattenuta, sigillo delle foto che più tardi lo ritrarranno.

Neuilly è la Versailles repubblicana, ma non ha nulla di politico. E’ una repubblica della bellezza e della discrezione, e certo dell’ineguaglianza sociale, dalla quale la Rivoluzione del 1789 o le barricate miserabili, china e sangue, di Victor Hugo arrivano solo come un’eco, o passaparola, come sirene omeriche irrequiete oltre il Pont Neuf. E’ toccato infatti al quadro di Georges Seurat cristallizzarla per sempre nell’immaginario collettivo: Un dimanche après-midi à l’Île de la Grande Jatte.

Neuilly è oltre Senna come a Roma, a volte, capita di sentir dire con allusione navigata di qualcuno, naturalmente assente, che è persona con entrature oltre Tevere; e allora il nostro sguardo cerca, nel limitare dei pini marittimi, il ritmo secolare di una città eterna e struggente la cui porpora, si direbbe, detta i toni dei tramonti non prima di febbraio, e mai oltre giugno.

Il Pont Neuf la protegge e le apre Parigi. Quando la metropoli sfila, Neuilly tace, quando è il suo turno di vibrare sotto traccia, Parigi cede il passo, cullando il suo gioiello come si tollera un monarca in esilio legato ancora allo stile di ieri. Abiti scuri, autista impeccabile, giardini oltre i cancelli.

In perpetua competizione immobiliare con il seizième (cioè il XVI arrondissement), poteva non sedurre un seduttore come Lagerfeld, nemico giurato di smartphone, wi-fi, e “puttanate” marketing? A Neuilly, la sera, non c’è nulla da fare. Ecco il suo segreto.

Con semplificazione ottusa, c’è anche chi vorrebbe tagliare corto: a Neuilly ci nascono, vivono e muoiono i ricchi. Può darsi (e questo dice la classifica dei contribuenti), ma qui si parla d’arte, art de vivre, non di patrimoni. Qualcosa che sta dentro, non fuori.

Lagerfeld non ha voluto funerale e sepoltura, ma cremazione e dispersione delle ceneri. Aveva imparato da Rousseau (non Jean-Jacques il filosofo, ma Théodore il pittore), il mistero del mondo inanimato: è ricco di cose che fanno pensare, ma non pensano.