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Cultura 13 marzo, 2019 @ 8:03

Fondazione Bisazza, il sogno di una famiglia imprenditoriale accessibile a tutti

di Glenda Cinquegrana

Dirigo una galleria d’arte e mi occupo di consulenza.Leggi di più dell'autore
Dal 2006 al 2014 dirige la galleria Glenda Cinquegrana: the Studio, in cui si occupa di soprattutto di giovani artisti italiani e internazionali. Dal 2014 fa consulenza nell’ambito di progetti di arte e comunicazione con Glenda Cinquegrana Art Consulting. Nel 2016 crea la piattaforma di scouting e formazione per le arti visive, The Art Incubator. Dal 2008 in poi ha collaborato come contributor con diverse riviste online sui temi della fotografia e dell'arte contemporanea. Sul cartaceo di Forbes ha una pagina mensile dedicata all'arte. chiudi
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Fondazione Bisazza -Patio, ph Andrea Resmini

Ricavata da un padiglione dell’industria di famiglia originario degli anni Cinquanta in cui all’epoca erano custoditi i forni dell’azienda, e poi ampliato fino a raggiungere la superficie di 8mila metri quadrati, la fondazione Bisazza di Montecchio Maggiore (Vicenza) è un vero motore aperto al pubblico di cultura contemporanea, nel cuore del vicentino. Nata dalla passione per il collezionismo e l’arte della famiglia Bisazza, stirpe storica di imprenditori specialisti nella produzione di mosaici, la Fondazione, nelle parole di Rossella, vicepresidente dell’ente, “è il prodotto dei nostri interessi culturali personali”, oltre che dello scopo di creare un museo legato ai valori del brand, come nel caso dei migliori musei aziendali.

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Patricia Urquiola, By Side, 2006

Da questo discende un programma espositivo che alterna architettura, design alla fotografia, e la collezione, fatta di opere site-specific realizzati dai designer e dagli artisti che hanno lavorato in azienda e hanno collaborato con l’ente culturale. La collezione è costituita da installazioni firmate da designer quali Aldo Cibic, Sandro Chia, Alessandro Mendini, Fabio Novembre, Mimmo Paladino, John Pawson, Andrée Putman, Ettore Sottsass, Patricia Urquiola, Marcel Wanders e Richard Meier. Fra i pezzi, spiccano alcune opere monumentali di Alessandro Mendini, che dal 1995 al 1999 è stato art director dell’azienda; Richard Meier, invece, per celebrare la sua mostra negli ex-spazi aziendali, ha progettato la scultura Internal Time.

“In principio la necessità dell’azienda e della famiglia era quelle di esporre alcune opere monumentali che avevamo commissionato a designer, artisti e architetti”, ci racconta Rossella, come nel caso delle opere di Mendini, realizzato per un’esposizione dell’azienda in Cina. Ma in seguito il progetto si è evoluto, diventando sempre più espressione dei molteplici interessi culturali dei Bisazza. “E siccome si tratta di una realtà completamente finanziata dalla famiglia”, continua Rosella, “la libertà di scelta nella realizzazione della programmazione è totale, e noi sentiamo che l’organismo rispecchia il vasto panorama delle nostre inclinazioni personali”. Fra queste un ruolo importante ricopre la fotografia, laddove Piero, presidente della Fondazione, è stato appassionato collezionista di fotografia per lungo tempo.

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Sala Pucci, Amélie Pink, from the Bisazza wears Emilio Pucci Collection

Altro elemento ispiratore delle attività della Fondazione Bisazza, inaugurata nel 2012, è la programmazione di livello internazionale, fatta anche di collaborazioni con istituzioni importanti: la prima è stata con il Design Museum di Londra, con il quale è stata realizzata la prima esposizione, dedicata al lavoro del designer-architetto John Pawson. Nel 2013 la Fondazione ospita poi la prima retrospettiva in Europa dedicata all’archistar americana Richard Meier; nel 2014 protagonista è la fotografa tedesca Candida Höfer in un percorso di scatti di architetture classiche e contemporanee in grande formato. Rossella riafferma l’obiettivo futuro di implementare il raggio delle collaborazioni con musei internazionali allo scopo di tenere alto il livello della programmazione.

La mostra che ha presentato qualche difficoltà? Rossella ricorda la rigida selezione fatta sui nudi femminili di Nobuyoshi Araki, celebrazione del rapporto di collaborazione aziendale e di passione collezionistica della famiglia con il celebre artista giapponese, che la Fondazione ha esposto nel 2017: Rossella racconta che “il tema del nudo e del corpo femminile poteva diventare particolarmente incandescente nel pieno della bufera scatenata dal movimento del Me Too“.

Se l’accoglienza da parte dal territorio è stata inizialmente un poco tiepida, nel corso degli anni la Fondazione è riuscita a sviluppare un suo pubblico che, oltre che locale, è divenuto sempre più internazionale: l’ente, con i suoi spazi di 7.500 metri quadrati oggi ricopre un ruolo culturale di tenere un focus sul contemporaneo in una regione che è ancora molto conosciuta agli stranieri per le ville Palladiane.