In Africa un intero popolo è in fuga da internet

Donna africana usa internet
(Shutterstock)
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Donna africana usa internet
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Se negli ultimi anni si è parlato – anche in Italia – di web tax, ovvero di una tassa sulle vendite digitali, in Uganda si è pensato di tassare chi fa uso dei principali social network. Ma nei mesi successivi all’introduzione dell’imposta, a partire dal luglio del 2018, le cose non sono andate come previsto: chi fa uso della Rete è diminuito, così come il gettito fiscale e tutte le transazioni finanziarie tramite cellulare. I risultati insomma non sono entusiasmanti, e questa nuova policy ha stravolto la mappa digitale del Paese.

Lo fa sapere la stessa Commissione delle Comunicazioni ugandese (Ucc), che a gennaio ha parlato di un calo di circa 2,5 di sottoscrizioni Internet nei primi tre mesi dall’adozione della tassa, e del 24 per cento del valore delle transazioni tramite cellulare (l’equivalente di circa un milione di euro) nello stesso periodo. La colpa? Della cosiddetta mobile money tax. Dall’estate dello scorso anno tutti gli ugandesi che vogliono  usare app come Facebook, WhatsApp e Twitter devono infatti pagare una commissione di 200 scellini al giorno (circa 5 centesimi di euro) ogni volta che vi accedono: la somma viene raccolta dalle compagnie telefoniche con frequenza giornaliera o settimanale. Il governo ha inoltre deciso di tassare del 15 per cento le transazioni di soldi via mobile – una pratica molto diffusa nel Paese – con l’addebito sia in caso di ricevimento che di invio di denaro.

L’idea era stata caldeggiata nel marzo dell’anno scorso dal presidente dell’Uganda, il 73enne Yoweri Museveni, che sperava con questa misura di finanziare i conti pubblici del Paese e ridurre la dipendenza dai prestiti esteri. Ma, soprattutto, puntava così a contrastare la diffusione delle fake news e dei pettegolezzi tramite social, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali. Che la tassa sia stata introdotta proprio dopo un’ondata di proteste contro Museveni, che è al potere ininterrottamente dal 1986 e già nel 2016 aveva “silenziato” Internet, è un dettaglio che non è sfuggito ai critici, preoccupati dall’aspetto autoritario della riforma.

Ma in un Paese dove le fasce più povere della popolazione non fanno ricorso ai servizi bancari tradizionali e si servono molto spesso di quelli online, la tassa ha avuto come conseguenza anche quella di limitare i trasferimenti finanziari tra le famiglie. “Chi guadagna meno di un dollaro al giorno” aveva messo in guardia Patrick Nsamba, un deputato del partito del presidente, “rischia di ritrovarsi la schiena spezzata”. Museveni non aveva fatto i conti con i piccoli agricoltori e i lavoratori a basso reddito, che basano la loro sopravvivenza sui servizi di mobile money. Uno studio, rimasto inascoltato, di Research ICT Solution aveva stimato una mazzata per l’economia ugandese di circa 700 milioni di euro.

Il dato interessante che emerge dal rapporto dell’Ucc è che appena la metà degli utenti di Internet dell’Uganda pagavano effettivamente la tassa sui social – una quota di gran lunga inferiore a quella attesa dal governo. Segno che la società ha trovato modi per aggirare il regolamento o di rifugiarsi in qualche forma di economia in nero. Come mostrano le statistiche, molte persone hanno deciso di fare a meno dei social e altri sono ricorsi ad app per il Virtual Private Network VPN). In Uganda vivono 35 milioni di persone e circa la metà fa uso di Internet. Le piattaforme online interessate dall’imposta sono oltre 60. Manca tuttavia al momento della legiferazione un un monitoraggio completo di tutte le sim utilizzate nel Paese. E, nonostante le rassicurazioni di Museveni sul fatto di non voler scoraggiare l’uso di Internet per scopi educativi o di ricerca, non c’era un censimento preciso del background socio-economico dei navigatori della Rete ugandese. La tassa doveva comportare un gettito non indifferente, ma ha finito per funzionare soltanto sotto l’aspetto repressivo. Per il momento resta al suo posto, ma le polemiche stanno montando.

L’Uganda tuttavia non è sola nel suo tentativo di conciliare sviluppo digitale, controllo sociale e nuove forme di tassazione. Anche altri Paesi dell’Africa orientale stanno cercando di limitare la comunicazione in Rete e di far cassa, con la scusa della guerra alle notizie false. La Tanzania ha introdotto da qualche mese una tassa che va a colpire editori online e blogger. Kenya, Zambia e Zimbabwe hanno introdotto misure simili. In quest’ultimo caso sembra essere decisivo anche lo zampino di Pechino, con diverse società di sorveglianza internettiana provenienti dalla Cina che, con l’incoraggiamento dei governi locali, potrebbero testare e intensificare modelli di controllo orwelliano della cittadinanza.

Gli shutdown, i controlli e le tassazioni pretestuose di Internet sono un fenomeno però non soltanto africano, ma sempre più diffuso nel mondo, inclusi molti alleati strategici delle democrazie liberali. È forse l’inizio di una vera e propria Guerra Fredda della Rete con tanto di modelli di World Wide Web ideologicamente contrapposti. E come per quella del XX secolo, l’Africa rischia di ritrovarsi nel ruolo di cavia: in questo caso, delle conseguenze politiche dello sviluppo tecnologico.

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