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Business 6 giugno, 2019 @ 3:13

Fca prepara il piano B? Ecco le piste che Elkann potrebbe seguire

di Ugo Bertone

Contributor, ho visto cambiare l’economia italiana.Leggi di più dell'autore
Ha cominciato a lavorare dopo l'università e la scuola di giornalismo presso l'ufficio stampa della Borsa Valori. È entrato al Sole 24 Ore ancor prima del varo della legge sui fondi comuni, alla Stampa dal 1985, prima alla redazione di Milano, poi caporedattore a Torino (e di nuovo a Milano). Ha avuto l'occasione, grazie alla Stampa, di seguire da vicino la crisi asiatica (Singapore, Tokyo) e la "bolla". Ha partecipato all'avventura di Borsa&Finanza e Finanza&Mercati, di cui è stato direttore. Alle spalle ha alcuni saggi sulla Fiat e sul Nord Ovest. chiudi
john Elkann
John Elkann, presidente di Fca (Imagoeconomica)

“Spero che i colloqui possano riprendere presto”. Così stamane, ai microfoni di France Info, il ministro del Bilancio transalpino Gerard Darmanin è intervenuto sull’affaire Fca-Renault, interrotto bruscamente nella notte per la decisione del cda di Fca di ritirare l’offerta dopo il nuovo rinvio deliberato dal board della Régie su richiesta dei consiglieri che fanno capo allo Stato. La disponibilità del governo Macron, probabilmente sorpreso dalla scelta di John Elkann, arriva in contemporanea al giudizio dei mercati finanziari, che apprezzano la determinazione di Fiat Chrysler: il titolo, che dal 27 maggio (giorno dell’annuncio del deal) ha guadagnato solo il 2%, recupera le perdite iniziali e muove con un lieve margine positivo. Renault, già salita del 12%, lascia sul terreno quasi il 7%. Il mercato, insomma, giustifica le preoccupazioni di Fca di trovarsi invischiata in una trattativa infinita dai tempi e dall’esito incerto (basti pensare al precedente di Fincantieri). Al contrario, Renault si ritrova a fare i conti, da sola, con i giapponesi di Nissan, sempre meno intenzionati a procedere in un’alleanza che li vede in minoranza sul fronte dei voti (la legge Fleurange vieta loro, tra l’altro, di entrare nel consiglio della società francese) nonostante Nissan venda assai di più della società parigina.

I problemi di Renault, insomma, sono più urgenti e complicati, come dimostra tra l’altro il livello infimo delle quotazioni (ai minimi da cinque anni). E questo spiega la disponibilità di Darmanin che tiene a far sapere che su tre dei quattro problemi sollevati da Parigi (governance, garanzie dell’occupazione, impegno nello sviluppo di una batteria da realizzare in Europa) era stato raggiunto un accordo. Manca solo un’intesa su Nissan, quindi, secondo Darmanin, “la porta per l’intesa resta aperta”. Non la pensa così Elkann, che preferisce dar credito allo scetticismo dei giapponesi che non si fidano delle promesse francesi. “Vi accorgerete presto – ha detto ieri un consigliere di Nissan – di quanto sia difficile trattare con lo Stato francese”. La sensazione dei mercati, comunque, è che lo stop non sia definitivo, anche se la scelta di Elkann di sfidare l’orgoglio francese è senz’altro rischiosa. Ma nella sfida non è stato ancora coinvolto Emmanuel Macron in persona. C’è ancora uno spiraglio, insomma.

Intanto, però, è doveroso pensare ad un ipotetico piano B. Per Renault si fa strada l’ipotesi di un eventuale merger con Psa, difficile per le implicazioni antitrust e, soprattutto, per il rischio di tagli occupazionali, ma che gode di un certo appeal. Fiat Chrysler, in teoria, potrebbe restare “zitella”, ma nessuno crede seriamente ad un futuro “stand alone”. I possibili partners? Scartati i fidanzati più probabili, Renault ma anche Peugeot, la scelta si restringe a pochi nomi. Il più probabile è quello di Hiunday, già indicato dall’economista Giuseppe Berta quale l’unica alternativa credibile alla carta francese.  “Il problema – spiega – è che i coreani sono probabilmente disponibili solo ad un acquisto, non ad un’alleanza. Non è detto che questo sia un danno: Hiunday ha le tecnologie necessarie per un grande salto di qualità”. Ma in quel caso si tratterebbe di imbastire un’operazione da almeno 22 miliardi di euro, assai difficile sotto i cieli della crisi del mondo a quattro ruote. Ammesso che Elkann sia disponibile ad una cessione.

Altre strade? Improbabile una pista tedesca. I tre grandi sono troppo impegnati in una titanica rivoluzione tecnologica per inseguire una crescita dei volumi. I cinesi non possono aspirare all’acquisto di Jeep, un marchio che Donald Trump non vuol regalare né a Pechino né ai tedeschi, almeno altrettanto invisi al presidente. Tra i Big di Detroit va senz’altro scartata Ford, ormai collegata sul piano tecnologico a Volkswagen.  Improbabile un asse con i big di Silicon Valley. Non resta che General Motors, il vecchio pallino di Sergio Marchionne. Per paradosso, la scomparsa di super Sergio, troppo ingombrante per stare dietro a Mary Barra, potrebbe favorire un ritorno di fiamma. Mai dire mai. Vale per Detroit ma anche per Parigi.

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