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Life 28 luglio, 2019 @ 4:45

Da Kramer alle vetrine di Roma, il gioiello siete voi

di Alessandro Turci

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Scrive poesie. A volte di politica estera, di stile, di viaggi. Per Panorama, Icon, il Foglio, Aspenia. chiudi
Donna con gioiello
(Shutterstock)

“Non ho mai odiato un uomo a tal punto da restituirgli i gioielli ricevuti in regalo”. Grazie a Zsa Zsa Gabor la gerarchia delle cose è finalmente ristabilita, e possiamo esplorare la materia invisibile nella quale i gioielli sono immersi: il tempo.

La storia di Kramer of New York, dal momento che dura ancora, quasi non è storia. E’ l’emozione continua di gioielli irrimediabilmente vintage, perché Kramer ha chiuso per sempre nel 1980, ma attualissimi, e infatti in nessuna collezione di qualità manca un suo pezzo. Il valore non importa.

I monili di Kramer vivono oggi solo nel mercato secondario dei collezionisti, ma sfidano quelli di brand attualmente sul mercato principale. La competizione sembra impari, eppure non lo è.

Dove nasce questo mito? Dalla cristallizzazione di altri miti, a partire dalla 5th Avenue di Manhattan dove Kramer aveva sede, passando per le foto pubblicitarie, coi volti aristocratici di Dovima e Suzy Parker, resi immortali dal bianco e nero del classicismo irriverente di Richard Avedon. E ancora dall’accordo con Dior per disegnare e creare gioielli solo per la Maison. Parliamo di Dior prima di Yves Saint Laurent, siamo nei primi anni Cinquanta, ma la visione venture capital (Paris/New York) è d’avanguardia. Elegantissima, anche negli affari.

Ma se volessimo cercare lo spirito Kramer oggi, dove dovremmo cercare? Dipende solo ed esclusivamente da voi, dal vostro istinto, nel saper riconoscere quel tocco odierno che potrebbe diventare icona.

Noi, per quel che può valere la personalissima rêverie, passeggiando a Roma verso il tramonto o, se preferite dire, nell’ora di Tiziano, abbiamo notato che alla vetrina di Vhernier non manca il coraggio di Kramer: la cornice d’eleganza è assoluta come la foto incorniciata della modella ricorda il nitore di Avedon. E il comun denominatore è presto detto: discrezione.

Oppure a Londra, in un quartiere da film di Louis Malle sull’upper class britannica – e dove ogni situazione sociale è stata già descritta da Somerset – come chiamano Maugham i lettori più affezionati – il nome strepitoso di Sheherazade Goldsmith (e quindi Loquet London)  vi farà pensare alle miniature dei codici persiani della Biblioteca Laurenziana di Firenze, cullando nell’ombra il mito delle Mille e una notte.

I gioielli giocano con lo spazio – New York, Londra, Roma, Milano – e soprattutto con il tempo della bellezza femminile, dal suo debutto sino all’età doyenne. Le gioiellerie che non smettono di essere alla moda son quelle che non la cercano, semplicemente la dettano oltre l’occasione, come la storia di Kramer of New York testimonia.

Dovima e le altre insegnano anche un’altra cosa: godere di un gioiello non è mai una questione di mero possesso, ma unicamente di eleganza mentale.

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