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Tecnologia 29 luglio, 2019 @ 3:35

O lo streaming o la vita: da solo produrrebbe il 60% della CO2 di origine digitale

di Simona Politini

Staff

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ragazzo guarda un video su internet
(Shutterstock)

Guardare un video su YouTube o sprofondare sul divano per guardare, magari in un colpo solo, tutte le puntante della serie preferita in streaming su Netflix: semplici azioni della quotidianità che a noi danno piacere, ma che fanno male all’ambiente più di quanto possiamo immaginare.

Secondo uno studio realizzato da The Shift Project, un think tank francese che lavora per un’economia libera dalle emissioni di carbonio, infatti, quasi il 4% di tutte le emissioni di CO2 può ora essere attribuito al trasferimento globale di dati e all’infrastruttura ad esso necessaria. Una percentuale che potrebbe raddoppiare già nel 2025.

Il rapporto dal titolo “Climate crisis: The unsustainable use of online video – A practical case study for digital sobriety” punta il dito soprattutto sul trasferimento di video online ad alta intensità di dati: nel 2018, rivelano i ricercatori, il traffico video online ha rappresentato l’60% del totale dei flussi di dati mondiali divenendo responsabile di oltre 300 milioni di tonnellate di CO2 emesse nell’atmosfera, l’equivalente di quello che l’economia di un paese delle dimensioni della Spagna rilascia in un anno.

Video on demand: Netflix e Amazon Prime, un servizio streaming ad alto rischio ambientale

All’interno del traffico video online complessivo, sono principalmente quattro le tipologie che impattano in maniera negativa sul clima per via del massiccio utilizzo da parte degli utenti di tutto il mondo: al primo posto i ricercatori collocano i video on demand (Netflix, Amazon Prime, ecc.) che contribuiscono al totale del traffico video per il 34%, seguono le piattaforme di video per adulti (Pornhub, YouPorn, XVideo, ecc.) per il 27%, i video tube (YouTube, Daily Motion, Youku Tudou, ecc.) per il 21% e, infine, i video presenti sulle piattaforme di social network e altri (Facebook, Instagram, Tik Tok, Snapchat, Twitter, ecc.)  che contribuiscono per il 18%.

Una grave responsabilità ambientale pesa dunque sulle piattaforme come Netflix, Infinity TV, Now TV o Amazon Prime che stanno puntando sul mercato dello streaming on demand: dieci ore di film ad alta definizione (maggiore è la risoluzione di un video, più dati sono necessari) consumano più bit e byte di tutti gli articoli in lingua inglese di Wikipedia messi insieme, sottolinea lo studio.

Sobrietà digitale, un comportamento corretto per limitare le emissioni di CO2 legate alle nuove tecnologie

Trovare una soluzione per arginare le emissioni di CO2 generate dall’utilizzo delle tecnologie digitali online non è semplice: internet corre veloce e la ricerca di fonti di energia rinnovabili non riesce a tenere lo stesso passo. Tuttavia i membri di The Shift Project hanno un consiglio: sobrietà digitale.

Potremmo definire la sobrietà digitale come quell’insieme di comportamenti che prendono il via da una presa di coscienza sia da parte dei fornitori di contenuti video, che oggi mirano a massimizzare la quantità di contenuti consumati istigandone la fruizione indiscriminata, sia da parte degli utenti, che non percepiscono ancora abbastanza chiaramente le conseguenze di ogni propria azione.

Per aumentare la consapevolezza dell’impatto che la vita digitale quotidiana ha sul clima, The Shift Project ha quindi sviluppato Carbonalyser, un’estensione del browser Firefox gratuita in grado di misurare le emissioni di CO2 generate dall’attività internet.  Visualizzare questi dati dovrebbe farci comprendere, nella speranza dei ricercatori, l’impatto delle tecnologie digitali sui cambiamenti climatici. Per valutare questi impatti, il componente aggiuntivo: misura la quantità di dati che viaggiano dal browser internet, calcola il consumo di elettricità di questo traffico e calcola le emissioni di gas a effetto serra che il consumo di questa elettricità comporta.

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