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Blockchain & Co 5 Ottobre, 2019 @ 3:00

La blockchain nel piatto, così cambia la filiera agroalimentare

di Federico Morgantini

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bitcoin con forchetta
(Shutterstock)

Articolo tratto dal numero di settembre di Forbes

Dopo anni in cui la blockchain è stata usata solo per bitcoin e altre criptovalute, finalmente si sta comprendendo che può avere innumerevoli applicazioni. Ciò sarà possibile grazie alla sua stessa natura: la blockchain infatti è una tecnologia informatica che permette di immagazzinare e conservare informazioni in modo innovativo rispetto a quanto fatto fino adesso. Da decenni si adoperano database in cui le informazioni possono essere sovrascritte, con due limiti: da un lato le informazioni possono essere “manomesse” apparendo comunque vere; dall’altro si perde lo storico a ogni sovrascrittura. Con la blockchian, invece, le informazioni vengono scritte su blocchi chiusi con una chiave criptografica in modo che non siano più sovrascrivibili e sia necessario creare un nuovo blocco per ogni aggiornamento. Da qui il suo nome, catena di blocchi. In più, questi blocchi non sono salvati in un solo computer, ma duplicati in centinaia di calcolatori indipendenti sparsi in tutto il mondo che funzionano anche da “validatori”, certificano cioè la validità delle informazioni contenute in ogni nuovo blocco. In tal modo le informazioni scritte in blockchain sono incancellabili e immodificabili, dando la massima garanzia di veridicità di ogni dato.

In tutte le attività dove ci sono tanti attori che contribuiscono alla storia di un dato o di un prodotto, basta la manomissione delle informazioni da parte di uno di questi per inficiare tutto il processo. Per evitare tale rischio, serve una garanzia, che appunto può essere data dalla tecnologia. Fra le varie applicazioni che stanno nascendo, quella che più delle altre è già presente e tangibile nella vita quotidiana è la tracciabilità alimentare per assicurare la qualità dei cibi sulla tavola dei consumatori.

La gran parte dei prodotti alimentari, anche quelli più naturali, passano molte mani prima di essere consumati: il produttore, un primo trasportatore, il trasformatore, il confezionatore, un secondo trasportatore, il mercante all’ingrosso, un terzo trasportatore, il mercante al dettaglio e in alcuni casi addirittura un quarto trasportatore: la consegna a casa o in ufficio. Basta che uno solo di questi attori falsifichi la data di produzione o modifichi la temperatura di conservazione in uno dei tanti passaggi, che sulla tavola arriva un prodotto diverso da quello cui il consumatore crede di avere accesso. Questo non può più succedere se viene applicata a tutta la filiera, o almeno ai passaggi a maggiore rischio di frode, una tracciatura registrata in blockchain.

Il primo grande operatore della distribuzione alimentare a imporre su alcuni dei propri fornitori tale sistema è stato il gruppo Carrefour, che già nel 2018 ha messo in vendita il primo pollo certificato in blockchain e ora ha esteso la certificazione ad agrumi, uova e vari altri prodotti. Per il consumatore il sistema è semplicissimo, basta scaricare sul cellulare un’app con la quale scannerizzare le etichette dei cibi per saperne tutta la storia.

Sempre nei prodotti destinati al consumatore finale, è interessante la novità introdotta dal Consorzio arance rosse di Sicilia, che ha realizzato in blockchain una versione iper-moderna del bollino Igp presente su ogni cassetta o retina di arance. Il sistema permette di verificare il campo di produzione, la data del raccolto, le modalità di conservazione e distribuzione in tutto il mondo, perfino ai consumatori cinesi che si godono le arance rosse dopo l’accordo sottoscritto dal presidente Xi Jinping nel suo recente viaggio in Sicilia.

Quando si parla di prodotti tipici italiani, non si può dimenticare il vino. Anche in questo settore sta iniziando l’adozione della catena dei blocchi. Fra i primi a muoversi c’è il gruppo Ruffino che ha implementato su alcune produzioni il sistema My Story, messo a punto da Dnv Gl (uno dei leader mondiali nelle certificazioni), grazie al quale un QR code in etichetta riporta tutta la storia del prodotto.

Nell’agroalimentare però non c’è solo la tutela del consumatore finale, ma anche quella delle aziende di trasformazione. Basti pensare a un oleificio che pensa di comprare olive italiane e lo scrive in etichetta, per poi scoprire che provengono dal Nord Africa. Ecco che Certified origins, una società che nasce dalla volontà di tre importanti realtà attive nella valorizzazione dell’olio italiano nel mondo, sta sviluppando un sistema di garanzia su questa filiera di prodotto con la collaborazione di Oracle. Questo tipo di innovazioni non coinvolge solo startup innovative. Anche i grandi colossi del food stanno già imponendo l’obbligo della tracciabilità in blockchain ai loro fornitori. Tra i primi progetti di questo tipo c’è quello della Barilla, che in collaborazione con Ibm ha sviluppato un progetto pilota per garantirsi l’approvvigionamento del basilico fresco italiano per la preparazione dei suoi sughi pronti.

Si tratta solo di alcune delle possibili applicazioni della catena dei blocchi alla filiera agroalimentare, come osserva Renato Grottola, direttore della trasformazione digitale per Dnv Gl: “L’utilizzo della blockchain consente l’implementazione di sistemi di tracciabilità molto più efficaci rispetto alle metodologie attuali a parità di costo”, spiega a Forbes. E per far comprendere la portata dell’innovazione, aggiunge: “È come se si passasse dalla visione di un film in bianco e nero a quella in Ultra HD”. Senza però dimenticare i limiti della tecnologia: “Occorre essere consapevoli che per sfruttare il potenziale offerto dalla blockchain sarà necessario acquisire i dati in formato digitale nativo, cioè mediante sensori digitali certificati, come termometri, telecamera, ecc. Sarà altresì fondamentale il monitoraggio dell’intervento umano quando inevitabile. Infatti, la blockchain impedisce la contraffazione di dati già inseriti, ma non ha modo di impedire l’inserimento di un dato falso”.

Dopo anni di IoT, Internet of Things (Internet delle cose), forse siamo già all’era del BoT, Blockchain of Things, e viene spontaneo immaginare che molti altri ambiti di business si apriranno nei prossimi mesi o anni, quando questa tecnologia mostrerà a pieno il suo potere innovativo.

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