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Leader 19 Novembre, 2019 @ 8:30

Il manager che vuole portare il modello dell’hospitality italiana nel mondo

di Marco Barlassina

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Martino De Rosa nei vigneti de L’Albereta (Courtesy Terra Moretti Resort)

C’è un luogo tra i vigneti della Franciacorta che nel tempo ha saputo diventare il buen retiro di star e imprenditori internazionali, un punto di riferimento per il buon vivere e il buon desinare in Italia e all’estero e soprattutto uno spazio dove alla bellezza paesaggistica si è unito il saper fare sistema: coniugando una struttura dall’indubbio pregio architettonico, una ospitalità di alto livello e le collaborazioni con le migliori espressioni culinarie del nostro Paese.

L’Albereta Relais & Chateu (Courtesy Terra Moretti Resort)

Il luogo dove si è creata questa alchimia è l’Albereta Relais & Chateau di Erbusco, in provincia di Brescia: un angolo di benessere adagiato tra le colline delimitanti a mezzogiorno il Lago D’Iseo. Esattamente ciò che ci non ci si aspetterebbe di trovare a 70 km da Milano, ma che invece stupisce per la capacità di trasportare mente e corpo altrove.

Artefici di questo miracolo, parte di Terra Moretti Resort, sono Carmen Moretti, che negli anni ’90 con il padre Vittorio ha avuto l’intuizione di lanciare una struttura di accoglienza di altissimo livello in Franciacorta, e il marito Martino de Rosa, figura in cui si uniscono le doti del manager e quelle dell’uomo di relazioni.

E’ lui che si occupa di ricercare nuovi stimoli, nuove suggestioni da trasporre in Albereta. Per renderla diversa stagione dopo stagione con la forza delle novità, ma sempre uguale nello spirito, che è indissolubilmente quello di Carmen, l’anima di L’Albereta.

Non a caso “at Carmen” è il nome della società con cui de Rosa crea format di hotel e ristoranti di successo (occupandosi della parte food e strategica dei resort), come L’Andana in Maremma, dove il manager ha portato anche lo chef Alain Ducasse prima ed Enrico Bartolini poi. E ancora La Filiale con Franco Pepe a L’Albereta. E tanti altri format ideati per brand internazionali come The Stage di Replay.

Perché l’abilità di de Rosa è quella di creare collegamenti, di stringere rapporti con i personaggi che orbitano nel mondo dell’ospitalità ma non solo. Il suo ruolo (ma meglio sarebbe dire la sua passione) è quello di trovare le attrazioni giuste, sviluppando la parte creativa dei progetti.

Martino De Rosa con la moglie Carmen Moretti (Courtesy: Terra Moretti Resort)

Qualche anno fa, agli inizi della sua avventura nel settore, il grande Luigi Veronelli gli diceva che “fare vino e fare ristorazione è un modo di vivere, non un mestiere”, ricorda De Rosa. E lui sembra nato per questo. Parlandoci si percepisce la sua capacità di far sentire gli altri subito a proprio agio, la voglia di stupire proponendo anche l’inaspettato per poi rivestire subito i panni del manager e lanciarsi in tutta la sua progettualità. Che guarda in casa, ma anche molto lontano, magari anche a una grande piazza internazionale.

“Oggi il mercato sta prendendo una logica ben definita”, ci spiega. “Vuole operatori che abbiano credibilità. Vuole location diverse dalle altre. E noi conosciamo tempi, modi e logiche di questo mestiere. Per questo motivo abbiamo la credibilità di portarci dei compagni di viaggio di valore in tutte le iniziative che facciamo. Per tale ragione riusciamo a far coesistere vari ingredienti: il grande chef, l’architetto, l’autorità del wellness. E ancora per questo riusciamo a far stare insieme il nutrizionista Henri Chenot, lo chef Bartolini e Franco Pepe, incoronato miglior pizzaiolo d’Italia”.

Martino De Rosa con la moglie Carmen Moretti (Courtesy Terra Moretti Resort)

Un modello che ha dimostrato di funzionare e che potrebbe diventare un vero e proprio format.  “Guardiamo a delle cose in Italia, vogliamo crescere”, dice De Rosa. “Io e mia moglie vogliamo misurarci con nuove sfide. Vogliamo vedere se l’italianità può essere un modello. Vorremmo avere una crescita nell’hospitality piuttosto importante in giro per il mondo, sempre ad altissimo livello. Ci piacerebbe misurarci su una grande piazza internazionale, vedere se il nostro stile di fare ospitality funziona, se al mercato può piacere. Con più di un beneficio: la consapevolezza, la visibilità internazionale e un cambio di passo”.

Ma non aspettiamoci di trovare una copia dell’Albereta a Londra o a New York. “Pensiamo a un posto che deve piacere per la sua propria identità, ma che quando viene vissuto lascia subito capire che siamo noi. Quindi non necessariamente si chiamerà L’Albereta, ma dal dettaglio del servizio capirò che è L’Albereta. Sarebbe bello creare cinque-sei ristoranti nel mondo. Sarà necessario trovare la situazione o lo chef giusto per quel luogo, perché le logiche e le abitudini sono diverse”.

Un progetto dove de Rosa potrebbe giocare il ruolo di una sorta di aggregatore delle eccellenze del nostro Paese. “L’Italia – spiega – non ha una cultura manageriale, abbiamo una grande cultura imprenditoriale e artigianale, ma la gastronomia è gestita così: si tratta sempre di successi individuali. Bisognerebbe invece pensare che l’unione fa la forza. Idealmente mi candido a essere questo trait d’union. L’ho già fatto nelle mie case, convivendo con grandi chef. Con forme che si potrebbero studiare noi italiani potremmo fare grandi cose. Non abbiam bisogno di inventare nulla, abbiamo solo bisogno di piattaforme, di vetrine. E anche di un po’ di finanza a supporto”.

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