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Innovazione 15 Luglio, 2020 @ 1:56

Donare in beneficenza giocando ai videogame: l’idea di due under 30 italiani diventata startup

di Daniele Rubatti

Staff writer, Forbes.it

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Articolo apparso sul numero di Forbes di luglio 2020. Abbonati

Chi non vorrebbe donare soldi per una causa benefica? Quello che manca spesso, e soprattutto fra le generazioni più giovani, è la possibilità economica per assumersi la responsabilità di una donazione di decine di euro ogni mese o il tempo per fare attività di volontariato. Nell’era della sharing economy, anche il mondo della beneficienza deve essere ripensato e adattarsi ai tempi. Nicolò Santin e Matteo Albrizio, entrambi di Treviso, hanno pensato di risolvere il problema con Gamindo, la prima piattaforma dove chiunque può donare senza spendere giocando ai videogiochi: il tempo speso dagli utenti con i videogame viene trasformato in donazioni agli enti no profit.

Gamindo è un’app scaricabile e un aggregatore di videogiochi brandizzati e commissionati da aziende in cerca di visibilità, che permettono di accumulare delle gemme alla fine di ogni partita. Queste gemme hanno un valore economico legato agli investimenti pubblicitari effettuati dei brand che si promuovono all’interno dei giochi. La startup costruisce i suoi ricavi sviluppando i giochi per le società, che in alcun casi possono essere interessate soltanto all’implementazione del videogame e non necessariamente all’attività di beneficenza. “In Gamindo vincono tutti: le persone donano senza spendere, le aziende si promuovono in modo coinvolgente e fanno responsabilità sociale, gli enti promuovono la causa e raccolgono fondi”, raccontano i due fondatori.

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L’idea è nata dalla tesi di laurea di 700 pagine di Nicolò Santin, che ha studiato ingegneria alla Ca’ Foscari. E ha poi convinto Matteo Albrizio, già laureato in ingegneria aerospaziale all’Università di Padova, a dimettersi dal suo lavoro. Si sono fatti conoscere partecipando ad alcune competizioni per startup, e vincendo la Milano startup weekend, Startuppato Torino e soprattutto il Premio nazionale innovazione Ict, per il quale sono stati premiati al Senato. Fino ad oggi hanno raccolto 100mila euro di investimenti da due angel investor e l’obiettivo per i prossimi mesi è quello di chiudere un round da mezzo milione. “Facciamo parlare la tecnologia sociale con i videogiochi. Spesso si pensa ai videogiocatori come a dei ragazzini di 15 anni. In realtà, l’età media in Italia è di 34 anni. Nel mondo ci sono due miliardi di persone che giocano a videogame, un’esplosione avvenuta quando è arrivato il mobile”, spiegano. “Tecnologia e sociale sono destinati a unirsi. Un altro settore interessante che ci piacerebbe esplorare è quello degli eSport, e non escludiamo in futuro di lavorare anche con la realtà aumentata e virtuale”.

Grazie a una chiamata dalla Silicon Valley, hanno trascorso un periodo in Plug and Play, il più grande incubatore di startup del mondo. Un’opportunità che è stata utile per capire cosa succede oltreoceano: “È inutile negare che la Silicon Valley proceda a una velocità diversa rispetto all’Italia, sia dal punto di vista sociale che tecnologico”. L’ammontare donato in America è nettamente superiore a quello italiano. A ciò si aggiunge una difficoltà delle associazioni italiane ad accettare la tecnologia e ad avere dimestichezza con le piattaforme di pagamenti digitali. “Molti sostengono che il virus abbia dato una spinta alla digitalizzazione di alcune realtà, sia profit che no profit. Io non l’ho ancora ben vista, ma credo che succederà”, dice Santin. Dal punto di vista tecnologico, qualcosa comincia a muoversi anche nel nostro Paese: il decreto Rilancio ha stanziato 4 milioni di euro per l’industria italiana del gaming. Una cifra che, secondo i fondatori di Gamindo, potrebbe contribuire a far uscire il mondo dei videogiochi dalla nicchia in cui si trova adesso. Mentre il presente è di sicuro legato ai videogame, Santin non preclude ulteriori possibilità nell’evoluzione della startup: “In America abbiamo capito l’importanza di innamorarsi più del problema che della soluzione. Al momento, credo che questa sia il modo migliore per incentivare la beneficenza, ma per il futuro sono aperto a nuove idee”.

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