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Forbes Space 16 Ottobre, 2020 @ 11:15

L’azienda italiana che costruisce lo spazio

di Forbes.it

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Spazio e Space Economy

Articolo tratto dal numero di ottobre di Forbes Italia. Abbonati. 
Di Emilio Cozzi e Matteo Marini

“Quando ho sentito il primo ‘beep’ di Huygens, la sonda destinata a Titano, ho capito che si poteva essere emotional anche da ingegneri”.

Parole di Massimo Comparini, amministratore delegato di Thales Alenia Space Italia, uno dei colossi mondiali della manifattura spaziale. Un uomo, anzi ai tempi un bambino, che il 20 luglio del 1969 era davanti al televisore, conquistato dalle immagini in bianco e nero che rimandavano sulla Terra le prime orme lunari di Neil Armstrong e Buzz Aldrin.

Allora Comparini aveva sei anni, ma a differenza di milioni di suoi coetanei da quel momento non cullò il sogno di diventare astronauta; si mise in testa di progettare i macchinari che avrebbero portato gli astronauti lassù. Nacque così la passione per l’elettronica che lo ha portato lo scorso aprile alla guida di “Tas Italia”, come gli addetti ai lavori abbreviano l’azienda che per il 67% appartiene a Thales e per il 33% a Leonardo.

“Mia madre era preoccupata – dice Comparini sorridendo – perché da bambino giocavo con le valvole termoioniche. Ricordo l’eccitazione, a 13 anni, quando con mio padre visitai i laboratori della Selenia, un mito per l’elettronica”.

Spazio: Massimo Comparini, ad di Thales Alenia Space.
Massimo Comparini, ad di Thales Alenia Space.

Nato a Roma l’8 marzo del 1963, pochi anni dopo Comparini avrebbe iniziato la sua carriera proprio in Selenia. Una crescita professionale invidiabile e, a ora, ininterrotta: assunto a 19 anni, a 30 era già a capo della progettazione radiofrequenza a microonde, “che per Selenia era un’area di elezione”.

In quel periodo, Comparini fu tra i primi a intuire che la space economy avrebbe subito una trasformazione epocale: “Era terminato un grande progetto finanziato da Asi ed Esa, per assicurare che la Stazione spaziale internazionale fosse sempre in comunicazione con la Terra – racconta – Partecipammo, mentre era già iniziato l’ingresso, nella catena di fornitura, dei grandi prime contractor per i payload commerciali di telecomunicazione (Hughes, Boeing, Space Systems Loral). Capii come il settore sarebbe cambiato seguendo un processo che, visto oggi, è quello che ha portato a entità come SpaceX”.

L’onda andava cavalcata trovando paradigmi diversi dalla copertura dei costi affidata alle agenzie spaziali. Con i privati era e sarebbe stata un’altra storia: “gli americani lavoravano addirittura cost plus con la Nasa. Poi si è entrati nella fase in cui, dopo un ritardo di pochi giorni su una consegna, un ceo chiamava i fornitori per sincerarsi che tutto fosse a posto. Oggi sembra banale, ma 25 anni fa non lo era”.

L’intuizione portò a sviluppare tecnologie riproducibili: “dissi in azienda che avremmo dovuto concepire non il singolo prodotto, ma piattaforme di prodotti, come si fa con i pianali delle automobili. Non mi cacciarono, anzi, in meno di tre anni diventammo il primo esportatore europeo di hardware commerciale. Nel frattempo riuscì anche a laurearmi alla School of Business di Stanford”.

La laurea in Ingegneria elettronica alla Sapienza, a 25 anni, lo portò invece a partecipare a uno dei programmi più gloriosi dell’esplorazione spaziale, Cassini: “Mi occupai di progettare il collegamento tra Huygens, la sonda madre e verso la Terra: fu il primo ‘beep’ a dimostrarmi che le emozioni non erano estranee all’ingegneria”.

Si definisce olivettiano – “Olivetti aveva il suo centro studi a Cupertino già negli anni 70” – e prende a esempio la costa Ovest degli Stati Uniti, dove la logica della condivisione e della contaminazione ha trasformato una terra in cui “negli anni 50 c’erano solo surf, arance e Kerouac” nella Silicon Valley, con un passaggio all’It, al biotech fino allo spazio.

Un ambito, quest’ultimo, in cui Thales Alenia Space è fra i leader nella progettazione e costruzione degli ambienti in cui vivono gli astronauti in orbita, come i nodi della Iss, la Cupola e il Columbus. La logica della piattaforma in questo caso porta alla Luna: l’azienda si è aggiudicata contratti per lo sviluppo dei moduli abitativi e di servizio della futura base spaziale in orbita cislunare, il Gateway. Inoltre lavora con la statunitense Dynetics alla progettazione del lander che dovrà riportare l’uomo sulla superficie selenica nel 2024. Una gara a tre, contro i colossi Blue Origin e SpaceX.

Una concorrenza in linea con il processo che sta trasformando anche l’orbita bassa terrestre in un ambito sempre più importante per attori commerciali. Come Axiom, che lavora alla prima stazione spaziale privata. Con la società texana, Thales Alenia Space ha firmato un accordo a giugno: “Stiamo discutendo di due elementi del futuro avamposto. L’obiettivo è di essere il fornitore più importante di quella che sarà la prima stazione commerciale della storia. Lì, si potranno sperimentare materiali, nuove molecole farmaceutiche, si potranno effettuare test in condizioni uniche. E, è bene chiarirlo, con costi più bassi grazie alla progressiva democratizzazione dell’accesso allo spazio.

Sarà una nuova onda da cavalcare, in un ecosistema, quello della new space economy, sempre più articolato grazie alle venture pubblico-private. Un sistema che secondo Comparini ha un futuro certo: “È un effetto di risonanza: il capitale privato va dove tutti dicono sia sensato vada, dove si è convinti di ottenere ritorni importanti”.

L’Italia, Comparini ne è convinto, può continuare a giocare da titolare grazie all’eccellenza del sistema Paese. Come accade, per esempio, per il programma Copernicus di osservazione della Terra, di cui a Thales Alenia Space sono state affidate dall’Agenzia spaziale europea cinque delle nuove sei missioni, per un valore complessivo di 1,8 miliardi di euro.

“Abbiamo responsabilità cruciali: anzitutto dobbiamo riportare a casa ricadute industriali significative, che trainino il Paese, la filiera, le Pmi e facciano da incubatore per centri di ricerca, startup e iniziative originali. In più dobbiamo dimostrare quanto le nostre università creino professionalità di alto livello”.

Questo, anche se in Italia mancano privati come Elon Musk o Jeff Bezos, in grado di riscrivere lo scenario spaziale: “Questi nuovi miliardari stanno dando un impulso che le istituzioni difficilmente avrebbero dato. Secondo me, però, l’Italia non sta perdendo terreno, anzi, alla luce di una continuità di investimento, lo sta consolidando. Quando le grandi aziende private guardano l’Europa, guardano noi. Questa potrebbe essere un’altra fonte eccezionale di opportunità e collaborazioni”. In fondo, quel bambino di sei anni non ha ancora smesso di costruire il suo sogno: realizzare macchine per andare nel futuro.

 

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