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SpaceEconomy 31 Luglio, 2020 @ 8:30

Virgin Galactic svela gli interni della sua navicella pensata per i turisti spaziali

di Simona Politini

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Virgin Galactic: gli interni della navicella spaziale SpaceShipTwo
Gli interni della SpaceShipTwo di Virigin Galactic (virgingalactic.com)

Virgin Galactic, la compagnia di Richard Branson che, insieme alla SpaceX di Elon Musk, alla Blue Origin di Jeff Bezos e a poche altre realtà, si contende il mercato del turismo spaziale ha svelato gli interni della cabina passeggeri della navicella SpaceShipTwo. Per mostrare al mondo da dove i viaggiatori “galattici” potranno ammirare le stelle a distanza “ravvicinata” la società ha organizzato un tour virtuale in diretta streaming sul proprio canale YouTube generando oltre 200.000 visualizzazioni.

Come viaggeranno nello spazio i passeggeri della SpaceShipTwo di Virgin Galactic

Un design totalmente ispirato all’esperienza del cliente. È questa la regola che tutte le società a marchio Virgin seguono da sempre nella progettazione degli spazi, siano essi di alberghi, aerei, palestre o navi da crociera. Ogni singolo dettaglio all’interno della navicella SpaceShipTwo è pensato infatti affinché, nel rispetto massimo delle norme di sicurezza, il passeggero possa sentirsi parte di un evento unico e irripetibile.

Per raggiungere questo obiettivo, Virgin Galactic, come riporta il comunicato ufficiale, ha sviluppato insieme all’agenzia di design londinese Seymourpowell un concept elegante e al tempo stesso visionario. Dai colori alle linee ai materiali, ogni elemento è stato scelto con attenzione per infondere fiducia nei “neo-astronauti” e offrire il massimo comfort.

Quando abbiamo creato Virgin Galactic, siamo partiti da quella che credevamo fosse un’esperienza ottimale per il cliente e quindi abbiamo costruito l’astronave attorno ad essa” ha dichiarato Richard Branson, che prosegue: “Questa cabina è stata progettata appositamente per consentire a migliaia di persone come te e me di realizzare il sogno del volo spaziale in sicurezza – ed è incredibilmente eccitante”.

Virgin Galactic: gli interni della navicella spaziale SpaceShipTwo
Gli interni della SpaceShipTwo di Virigin Galactic (virgingalactic.com)

Schienali dei sedili dotati di schermi che, oltre a restituire i dati di volo aggiornati, sono in grado di mettere in diretta connessione il passeggero con i piloti; 16 telecamere per fornire filmati ad alta definizione e immagini fisse; 12 grandi finestre-oblò da cui guardare la terra: sono queste alcune delle caratteristiche che rendono la SpaceShipTwo davvero “stellare”. Inoltre la cabina è stata volutamente dimensionata per consentire un’esperienza di assenza di gravità: agli ospiti sarà infatti consentito di poter galleggiare all’interno della navicella e potranno ammirarsi fluttuare nell’aria in tempo reale attraverso un grande specchio, “il più grande specchio in una cabina di astronave” afferma la compagnia.

Infine, per chi volesse “provare” la cabina della SpaceShipTwo e scoprirne tutte le funzionalità, Virgin Galactic ha rilasciato una app gratuita, sia sull’App Store che sul Play Store, con cinque esperienze in realtà aumentata.

Il fascino del volo spaziale è universale e Virgin Galactic è qui per soddisfarlo. Siamo particolarmente orgogliosi di poter condividere questa ultima pietra miliare con milioni di persone in tutto il mondo, in particolare durante questi tempi insoliti. Speriamo che la nuova app, con tecnologia AR all’avanguardia, contribuisca a far avvicinare il sogno dello spazio agli appassionati di spazio di tutto il mondo“, ha affermato Michael Colglazier, ceo di Virgin Galactic.

SpaceEconomy 27 Luglio, 2020 @ 1:14

Nasce il primo fondo italiano specializzato negli investimenti in campo spaziale

di Forbes.it

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Space Economy - Spazio
(Shutterstock)

Primo Space, il primo fondo di venture capital tecnologico specializzato negli investimenti in campo spaziale, incassa il favore degli investitori. Il nuovo fondo, promosso da Primomiglio Sgr, è focalizzato sull’industria spaziale italiana, un comparto in forte crescita che opera in un settore valutato a livello globale circa 400 miliardi di dollari e previsto superiore a 2.700 miliardi tra 25 anni.

Il primo closing di Primo Space ha raggiunto una dotazione iniziale di 58 milioni di euro e ha registrato l’apporto di importanti investitori, come il Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI, parte del gruppo BEI), CDP Venture Capital SGR per conto di FOF VenturItaly, Compagnia di San Paolo, Luigi Rossi Luciani S.a.p.a., Banca Sella, oltre alla stessa SGR con i suoi key man. L’obiettivo di raccolta è fissato a 80 milioni di euro. L’investimento da 30 milioni di euro da parte del FEI è supportato dal Piano d’Investimento per l’Europa della Commissione Europea, nonché dal programma pilota per lo spazio di InnovFin Equity, finanziato dal budget di Horizon 2020.

Il nuovo fondo nasce con il supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana, che lo ritiene strumento importante da affiancare ad altri interventi per lo sviluppo delle attività spaziali, e della Fondazione E. Amaldi, principale advisor di Primo Space nella valutazione tecnica e nella due diligence tecnologica.

Primo Space investirà in spin-off tecnologici, startup e PMI attive sia nel segmento “upstream”, ovvero quelle tecnologie che vanno a costruire l’infrastruttura spaziale, sia nel “downstream” cioè quelle applicazioni terrestri abilitate dalle tecnologie spaziali e particolarmente dalle reti satellitari. A tal fine, Primomiglio intende collaborare in maniera assidua con il sistema accademico e della ricerca italiana per individuare le migliori tecnologie e team imprenditoriali da portare sul mercato.

Con l’apertura ai privati, come Space-X di Elon Musk e Blue Origin di Jeff Bezos, e la modifica del quadro regolatorio in senso più favorevole alle imprese, la New Space Economy amplia i propri confini rendendo il mercato spaziale sempre più accessibile anche alle imprese che desiderano utilizzarne le risorse per il proprio business. Negli ultimi 5 anni gli investimenti di venture capital in campo spaziale sono cresciuti in modo esponenziale, superando i 4 miliardi di dollari solo nel 2019.

“La Space Economy è un settore di primario rilievo in Italia, con un valore di produzione di circa 2 miliardi di euro e con oltre 7.000 addetti in tutta la filiera. Fino ad ora mancava un fondo di venture capital specializzato e Primo Space Fund rappresenta un’importante opportunità per supportare l’innovazione tecnologica del nostro Paese”, commenta Enrico Resmini, ceo e d.g. di CDP Venture Capital SGR SpA – Fondo Nazionale Innovazione.

“La nostra Fondazione, riconoscendo la valenza strategica di questo settore, ha messo a disposizione i propri capitali pazienti per il closing di Primo Space, che rappresenta un segnale molto importante a livello industriale e dà un impulso per accelerare la ripresa in questa delicata fase di recessione”, dichiara a sua volta Francesco Profumo, Presidente della Compagnia di San Paolo, il quale ricorda che “ogni euro speso in questo comparto genera 6 euro di benefici per la collettività”.

 

SpaceEconomy 24 Luglio, 2020 @ 4:59

Una porta verso l’ignoto

di Emilio Cozzi

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Articolo tratto dal numero di Forbes di luglio 2020. Abbonati

“A chi, come me, ama l’esplorazione, questo mondo offre possibilità infinite: lo spazio è scoperta dell’ignoto”. A dirlo è Walter Cugno, che per lavoro dirige la sezione Esplorazione e scienza di una delle eccellenze della space industry, Thales Alenia Space. Lungi dalla retorica, Cugno parla del Gateway, uno dei progetti più importanti della sua azienda e straordinaria metafora del desiderio di espandere la conoscenza. Porta, passaggio, il Gateway è la stazione orbitante che dal 2022 dovrebbe venire assemblata intorno alla Luna per dare il via a una nuova fase dell’esplorazione del nostro satellite. A 380mila chilometri dalla Terra, servirà da “appoggio” per gli allunaggi e da tappa per le successive missioni nello spazio profondo. L’entusiasmo di Cugno non è solo aziendalismo. Nato nel 1955 ad Avigliana, 20 chilometri da Torino, la sua è una passione annosa: “Sono sempre stato affascinato dal volo e dall’aeronautica, forse da prima delle scuole elementari. Seguendo le notizie all’epoca trasmesse dall’unico telegiornale, l’amore si è via via esteso alle missioni oltre l’atmosfera. Negli anni Ottanta, l’ascesa di Torino fra le capitali della manifattura spaziale ha offerto il contesto in cui valorizzare i miei interessi”.

Già program and operation manager prima della fusione fra Alenia e Thales, Cugno ha gestito i programmi inerenti la Stazione spaziale internazionale, in particolare i progetti di nuova generazione della Nasa. Dal 2013 ha diretto la prima fase di ExoMars, la doppia missione dell’Esa destinata all’esplorazione di Marte. Oggi, con Thales Alenia Space, di cui dirige anche lo stabilimento torinese, si appresta a partecipare al programma della Nasa Artemis dando un contributo alla realizzazione del Gateway. Thales Alenia Space, cui si deve buona parte dei moduli pressurizzati della Iss, punta a un ruolo centrale nel progetto. “Frutto di una collaborazione internazionale”, conferma Cugno, “il programma prevede lo sviluppo della stazione cislunare in due momenti distinti: a quello di responsabilità statunitense seguirà l’integrazione delle componenti europee, il volume abitativo chiamato International Habitat (o I-Hab) e l’Esprit, un modulo con funzioni di servizio che conterrà il communication system con la Luna e il supporto a quello della Nasa. Esprit ospiterà anche un sistema per lo stoccaggio del propellente e per il refueling del Power Propulsion Element americano”.

Oltre a essere stata selezionata come prime contractor dall’Agenzia spaziale europea per la costruzione dell’I-Hab, su cui l’azienda lavora dalla fine del 2019, e di Esprit, per cui si stanno definendo gli ultimi dettagli in vista dell’autorizzazione a procedere con lo sviluppo, Thales Alenia Space “sarà partner di due importanti società statunitensi per la realizzazione di Halo, un mini modulo abitativo, e per lo sviluppo di uno dei sistemi di allunaggio selezionati dalla Nasa, il lander commissionato alla Dynetics”.

Il primo modulo di propulsione e alimentazione del Gateway dovrà essere lanciato entro il 2024, anno designato per il ritorno sulla Luna. “La partenza dell’I-Hab è invece prevista nel 2026”, specifica Cugno, “mentre quella di Esprit negli anni immediatamente successivi, anche se la componente per le comunicazioni dovrà essere fornita in anticipo”.

Secondo il direttore, rientrerebbero in una normale valutazione della riduzione dei rischi le recenti dichiarazioni Nasa a sostegno di un possibile ridimensionamento del ruolo del Gateway nella prossima avventura lunare. “L’analisi è stata fatta per capire quale sia la migliore strategia, ma mi risulta si stia tornando a guardare a una pianificazione che poggi sul Gateway per l’allunaggio della missione Artemis-1, il cui profilo di volo dovrebbe così prevedere l’arrivo sulla stazione con la capsula Orion lanciata con il nuovo e potente Space Launch System. Attraccato al Gateway gli astronauti troveranno il lander che consentirà allunaggio e ritorno sulla stazione. Questo è lo scenario sul quale stiamo lavorando. Ma se anche le priorità dovessero cambiare, il Gateway non verrebbe eliminato: per un ritorno duraturo e sostenibile sulla Luna, la stazione è essenziale.”

Una discriminante per le ambizioni spaziali europee, non solo per quelle degli enti governativi. “Una volta raggiunta la Luna”, conferma, “aumenteranno le opportunità per i privati che saranno in grado di fornire servizi a prezzi competitivi. Le nostre analisi suggeriscono che il posizionamento in un mercato simile dipenderà da alcuni fattori come la disponibilità di infrastrutture e tecnologie per il recupero delle risorse su corpi spaziali differenti, e la capacità di utilizzare queste soluzioni per la produzione in situ, anche nell’ottica di preparare le future spedizioni su Marte”. Le possibilità offerte dalla Luna, conclude il direttore, avvantaggeranno tutta la filiera del settore, comprese piccole e medie imprese. Spazio: letteralmente opportunità infinite.

SpaceEconomy 23 Luglio, 2020 @ 10:28

Arriva “La Notte dei Giganti”, lo spazio in diretta TV e web su BFC

di Forbes.it

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uomo guarda il cielo di notte
GettyImages

Venerdì 24 luglio, dalle ore 21 alle 24, andrà in scena “La Notte dei Giganti” un evento TV e web dedicato ai giganti del cielo: Giove e Saturno.

Organizzato da BFC Space (con la regia di BFC) e dall’Unione Astrofili Italiani (Uai), “La Notte dei Giganti”, rientra nel Calendario astrofilo UAI 2020 e prevede numerosi collegamenti con Osservatori astronomici per l’osservazione in diretta e con esperti astronomi per presentare le caratteristiche dei due corpi celesti e delle missioni scientifiche che li hanno già visitati o che sono in corso di preparazione per il prossimo futuro.

la notte dei giganti

Il programma de “La Notte dei Giganti”

Concentrandosi prettamente sulla serata, che sarà condotta in studio da Walter Riva e Piero Stroppa, rispettivamente direttore responsabile e direttore editoriale di Cosmo, il programma de “La Notte dei giganti”, prevede:

  • collegamenti in remoto con l’Osservatorio astronomico “Giordano Bruno”, nell’Oltrepò Pavese, con il Parco astronomico “Livio Gratton” a Rocca di Papa e con altri Osservatori astronomici di delegazioni della Uai.
  • l’osservazione di Luna, pianeti e profondo cielo
  • l’intervento di specialisti nel campo dei pianeti, dell’astronomia osservativa e delle riprese astronomiche in alta risoluzione
  • il lancio del sito web dedicato al telescopio spaziale amatoriale BFC Infinity
  • che cosa ci aspetta sul numero speciale estivo di Cosmo, in uscita a fine luglio
  • le missioni spaziali di questa “estate marziana” pronte a partire per il Pianeta Rosso raccontate dal nostro esperto Emilio Cozzi

Dove assistere all’evento

TV: BFC Canale 511 Sky – Tivùsat canale 61

Web: BfcvideoBfcspaceUAI

Social: Facebook Cosmo, Instagram Cosmo, Twitter Cosmo, Facebook Uai, YouTube Uai.

Il programma completo e aggiornato dell’iniziativa sarà pubblicato su questo sito e sul sito della Unione Astrofili Italiani .

SpaceEconomy 21 Luglio, 2020 @ 10:24

Gli Emirati Arabi hanno lanciato la loro prima missione spaziale per Marte

di Simona Politini

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Missione spaziale su Marte
(shutterstock.com)

Il primo countdown arabo! Così la squadra del Mohammed bin Rashid Space Center (Mbrsc), ente governativo di Dubai parte integrante del Programma spaziale degli Emirati Arabi Uniti, ha festeggiato su Twitter la riuscita del lancio della prima sonda araba che punta verso Marte.

Al-Amal, la prima missione spaziale araba su Marte

Ieri, dal centro spaziale Tanegashima a sud del Giappone, ha avuto inizio la prima missione spaziale araba su Marte: alle 23:58 ora italiana, il razzo lanciatore della Jaxa (l’agenzia spaziale giapponese) H2A ha trasportato nello spazio la sonda Al-Amal che in lingua araba significa “Speranza”(da qui anche il nome “Hope” usato a livello internazionale per identificare la missione). Un nome che vuole essere di buon auspicio affinché, come programmato, la sonda riesca a entrare nell’orbita del pianeta rosso nel primo trimestre 2021 in occasione del 50mo anniversario dell’unificazione degli Emirati Arabi Uniti.

Emirati Arabi Uniti: gli obiettivi della missione su Marte

La sonda è programmata per gravitare attorno all’orbita di Marte in un modo mai fatto prima per un intero anno marziano.  Come riporta il Mohammed bin Rashid Space Center,  l’obiettivo scientifico della missione Hope è infatti quello di offrire un quadro completo dell’atmosfera del pianeta monitorando anche la fuga di idrogeno e ossigeno. A tale scopo sono stati sviluppati tre strumenti altamente tecnologici: Emirates Mars Spectrometer Infrared Spectrometer (Emirs) per studiare l’atmosfera inferiore di Marte nella banda infrarossa; Emirates Exploration Imager (Exi) per studiare l’atmosfera inferiore di Marte nelle bande della luce visibili e ultravioletta e catturare immagini di Marte in alta risoluzione; Emirates Mars Ultraviolet Spectrometer (Emus) per rilevare la lunghezza d’onda dei raggi ultravioletti e per determinare l’abbondanza e la variabilità del monossido di carbonio e dell’ossigeno nella termosfera su scale temporali.

Vivere su Marte: Emirati Arabi Uniti, i nuovi protagonisti nella corsa allo spazio

Ma oltre agli obiettivi scientifici, la missione araba su Marte ha anche obiettivi strategici altrettanto importanti tra i quali: incoraggiare la collaborazione globale nell’esplorazione di Marte; sviluppare le capacità degli Emirati Arabi nel campo dell’esplorazione interplanetaria; stabilire la posizione degli Emirati Arabi Uniti come faro del progresso nella regione; ispirare le future generazioni arabe a perseguire la scienza spaziale.

La missione Al-Amal si inserisce infatti all’interno del più grande programma Mars 2117 che mira a “sviluppare le conoscenze e la capacità scientifiche che consentiranno agli Emirati Arabi Uniti la possibilità di costruire la Mars Science City  ed esplorare Marte per affrontare le sfide della sicurezza alimentare idrica ed energetica sulla terra”.

SpaceEconomy 30 Maggio, 2020 @ 2:37

SpaceX ci riprova: la timeline del lancio di questa sera

di Forbes.it

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Fotografi in attesa del lancio dello SpaceX Falcon 9 dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, Florida (Joe Raedle/Getty Images)

Articolo di Andrea D’Urso per BFCSpace

In quanto a fattori climatici, la Florida non è il posto migliore per far partire una spedizione spaziale. La storia degli Space Shuttle lo dimostra, con i numerosi rinvii causati dal maltempo. Dopo ben nove anni dall’ultima partenza del famoso spazioplano, il copione si ripete: mercoledì 27, Nasa e SpaceX hanno atteso fino all’ultimo, ma il direttore di volo è stato costretto a dichiarare “Hold, hold, hold” a causa del temporale che avrebbe potuto compromettere il lancio.

L’appuntamento con la storia, l’inizio della missione “Demo 2”, è stato quindi rimandato a oggi, 30 maggio, quando in Italia saranno le 21:22 (è possibile seguire l’evento in diretta da qui). Per la prima volta, una compagnia privata trasporterà due astronauti americani sulla Stazione Spaziale Internazionale. Si tratta di Bob Behnken e Doug Hurley, veterani dell’esplorazione che hanno volato nello spazio proprio con gli shuttle. Avranno il compito di testare tutta la strumentazione della Dragon, la navetta realizzata dalla compagnia di Elon Musk, per la sua certificazione finale al volo umano.

I due astronauti resteranno in orbita per un periodo che va dai 30 ai 119 giorni, in base allo stato dei pannelli solari e alla preparazione della missione successiva, che partirà sempre grazie a SpaceX (e che la Nasa presume essere a fine agosto). Di seguito, le fasi salienti del lancio, che vedrà la partenza di un equipaggio americano, dal suolo americano a bordo di un razzo e capsula americana (slogan molto caro agli Stati Uniti).

La preparazione

I due astronauti si sono addestrati per diversi mesi, sia per prepararsi ai compiti che dovranno svolgere sulla Iss, tra cui probabilmente anche una passeggiata spaziale, sia con gli innovativi sistemi di controllo della Dragon. La nuova capsula di SpaceX, infatti, si differenzia molto dalle navicelle usate in passato, con miriadi di pulsanti e leve. Tutta la Dragon viene controllata attraverso i maxi schermi touch posizionati davanti ai sedili dell’equipaggio. SpaceX ha addirittura rilasciato un simulatore per rendere l’idea di come verranno effettuate le manovre di avvicinamento. Potete ingannare l’attesa fino al momento della partenza giocando al simulatore che trovate qui.

Il 13 maggio per Behnek e Hurley è iniziato ufficialmente il periodo della quarantena anche se, causa coronavirus, è già da diverso tempo che alla Nasa hanno adottato misure di sicurezza per evitare di diffondere il contagio. I due astronauti sono rimasti nelle loro case a Houston, in Texas, fino al 20 maggio, giorno in cui un aereo li ha portati in Florida per completare gli ultimi preparativi.

L’attesa fino alla partenza

A 5 ore dal lancio i due astronauti consumeranno il loro ultimo pasto terrestre comodamente seduti a un tavolo. Per le successive settimane, mangeranno svolazzando per la Stazione spaziale.

Dopo mezz’ora si analizzerà il meteo, per decidere se le condizioni permetteranno il lift-off. Il maggiore problema è rappresentato dai forti venti della Florida. In caso di intoppi, Nasa e SpaceX ritenteranno domani, 31 maggio.

La vestizione di Behnek e Hurley inizierà a quattro ore dalla partenza, quando i due indosseranno le innovative tute progettate dalla stessa società di Musk. Gli abiti spaziali sono frutto non solo di attenti studi tecnici, ma anche di design: come per le Sokol, utilizzate per viaggiare con le capsule russe Soyuz, le tute di SpaceX sono pressurizzate, ma con un unico aggancio situato in una tasca sulla gamba, per permettere la sopravvivenza anche in caso di perdite all’interno della navicella.

 

Gli astronauti americani arriveranno allo storico pad 39A del Kennedy Space Center circa tre ore prima dell’accensione dei motori del Falcon 9. Il viaggio sarà offerto dall’altra società più importante di Musk, la Tesla, la casa automobilistica che produce vetture elettriche. È stato pensionato quindi anche lo storico Astrovan per una più futuristica Model X bianca.

Raggiunta la base del pad, gli astronauti saliranno la torre e percorreranno il lungo corridoio, anch’esso completamente rinnovato, che li porterà fino al portellone di accesso alla Dragon. Saranno assicurati ai loro sedili quando il timer segnerà T-1 ora e 50 minuti. A quel punto il portellone sarà chiuso.

Per garantire una maggiore sicurezza dell’equipaggio, a T-38 minuti verrà armato il Launch Escape System e solo 180 secondi dopo avrà inizio il rifornimento del Falcon 9. In questo modo, se dovessero insorgere problemi durante la procedura, la Dragon potrebbe accendere i suoi 8 motori SuperDraco e portare immediatamente gli astronauti lontano dalla zona di pericolo.

A 45 secondi dalla partenza, il direttore di lancio di SpaceX chiamerà il “Go for launch”, indicando che tutto è pronto per il decollo. I nove motori Merlin si accenderanno a tre secondi dallo zero, per arrivare a regime e sprigionare tutta la loro potenza. Quando il timer segnerà lo zero, il Falcon 9 inizierà la sua ascesa.

Per 11 minuti, gli astronauti continueranno a salire, raggiungendo l’orbita e iniziando il loro viaggio verso la base orbitante.

A differenza dei lanci con le Soyuz, durante i quali l’unica missione è portare gli astronauti in orbita, SpaceX ha un obbiettivo secondario: recuperare il primo stadio del Falcon 9.

Attualmente l’azienda di Musk è l’unica in grado di portare carichi nello spazio e far atterrare in autonomia il primo stadio dei suoi razzi. Anche durante questa missione, il Falcon 9 tenterà il rientro su una piattaforma in mezzo al mare, chiamata Of Course I Still Love You e posizionata a circa 510 chilometri dalle coste di Cape Canaveral.

Il razzo SpaceX Falcon 9 sulla piattaforma del Kennedy Space Center di Cape Canaveral in Florida (Joe Raedle/Getty Images)

Il viaggio della Dragon

Una volta arrivata in orbita e sganciata dal secondo stadio, la Dragon inizierà il suo viaggio in solitaria verso la Iss, un viaggio che durerà circa 19 ore. Siccome si tratta ancora di un volo dimostrativo, l’equipaggio dovrà effettuare diversi controlli sui sistemi di navigazione. A 150 metri dalla Iss, Behnek e Hurley assumeranno il controllo manuale della capsula, per testarne gli innovativi comandi. Il controllo manuale servirà per simulare un’avaria alla “guida autonoma” della capsula, senza però eseguire il docking finale, che tornerà a essere affidato al pilota automatico.

Un altro elemento fondamentale che verrà collaudato sarà la toilette. Sì, la Dragon ha anche un bagno. SpaceX è già in contatto con diverse aziende per portare nello spazio dei turisti, che non attraccheranno alla Iss, ma orbiteranno a un’altezza maggiore per circa 5 giorni. È quindi essenziale garantire che chi viaggerà con la capsula di SpaceX, possa utilizzare dei servizi igienici che funzionino adeguatamente.

Behnek e Hurley scopriranno nei giorni successivi al lancio quanto dovranno rimanere nello spazio. Questo dipenderà da come si comporterà la struttura della navicella, ma anche dallo stato dei lavori della Dragon che servirà per la missione successiva, la “Crew-1”, che porterà sulla Iss ben quattro astronauti (su sette di capienza massima).+

Il rientro

A differenza dalla Soyuz o della Cst-100 Starliner di Boeing, la Dragon è progettata per rientrare in mare, come avveniva per le capsule Apollo. SpaceX ha testato a lungo questa procedura grazie agli otto anni di esperienza con le Cargo Dragon, che portavano rifornimenti sulla Iss durante le missioni Commercial Resupply Services, rientrando poi al largo della California

La versione crew della Dragon effettuerà una manovra molto simile, però l’ammaraggio avverrà difronte le coste della Florida.

Una volta sganciata dalla Stazione Spaziale Internazionale, la capsula di SpaceX inizierà le manovre di allontanamento e rientro. Prima di impattare contro l’atmosfera però, verrà sganciato il trunk, la sezione con i pannelli solari, liberano lo scudo termico.

Una volta rientrata in atmosfera, la capsula sfrutterà i suoi sei paracadute. Inizialmente se ne apriranno due, denominati drag parachute, che ridurranno di molto la velocità di caduta, quindi si apriranno i quattro principali. L’azienda di Musk ha eseguito con successo 27 test su queste componenti, realizzate in Zylon, un materiale molto più resistente del nylon.

Nella flotta di SpaceX sono presenti due navi, modificate in modo da recuperare la capsula al rientro. Sono anche dotate di un pad per elicotteri, utilizzato per trasportare gli astronauti nell’ospedale più vicino in caso di emergenza.

Grazie a questo lancio, avrà ufficialmente inizio l’era dell’esplorazione spaziale partecipata da aziende private. Un traguardo fondamentale in ambito economico e geopolitico.

SpaceEconomy 27 Maggio, 2020 @ 8:30

Musk fa da Uber alla Nasa, da oggi parte una nuova corsa allo spazio

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Il razzo SpaceX Falcon 9 sulla piattaforma del Kennedy Space Center di Cape Canaveral in Florida (Joe Raedle/Getty Images)

Stasera, quando in Italia saranno le 22:33, insieme al razzo Falcon 9 che partirà da Cape Canaveral con in cima la navicella Dragon-2 ci saranno diverse cose in ballo: le ambizioni degli Stati Uniti di rilanciare la propria potenza egemonica, la sfida di un miliardario eccentrico, una possibile storia entusiasmante per sollevarci dall’ansia della pandemia e la speranza in una nuova era di viaggi nello spazio, in cui le compagnie private trasportano gli umani verso l’orbita terrestre bassa e oltre.

La missione, per la quale la Nasa ha lanciato l’hashtag #LaunchAmerica, avrà per protagonista la società SpaceX di Elon Musk, che ha progettato entrambi i velivoli. Sarà il primo volo con equipaggio di una navetta progettata e gestita da un’azienda privata attraverso una partnership col pubblico. A bordo della navicella ci saranno  due piloti statunitensi. Doug Hurley e Bob Behnken, che verranno trasportati verso la Stazione spaziale internazionale. SpaceX fa regolarmente da cargo verso la Iss, ma questa sarà la prima volta – dopo sei anni di sviluppo e test – con uomini in carne ed ossa. Ennesima pietra miliare: il primo lancio di questo tipo dagli Stati Uniti dopo il ritiro dello Shuttle, nel luglio 2011.

Sempre che andrà tutto bene, s’intende. Le conseguenze di un fallimento sarebbero altrettanto storiche, sia per la Nasa che per il suo contractor – una startup fondata da Musk 18 anni fa che per ottenere questa prestigiosa commessa dal valore di 3,1 miliardi di dollari ha dovuto battere la concorrenza agguerritissima di Boeing. Che nel frattempo ha ricevuto dalla Nasa altri 4,8 miliardi di dollari per continuare a sviluppare la sua navicella; non c’è monogamia nel progetto, e la Nasa potrebbe scegliere un altro vettore quando più le converrà.

CAPE CANAVERAL, FLORIDA – MAY 26: Fotografi in attesa del lancio dello SpaceX Falcon 9 dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, Florida (Joe Raedle/Getty Images)

Perché le ambizioni dell’agenzia spaziale americana vanno ben al di là di oggi: innanzitutto, la Nasa vuole dimostrare che il modello commerciale funziona anche per le missioni più rischiose, e dare nuova linfa all’idea di un ritorno dell’Uomo sulla Luna o persino di una stazione lunare. Facendo così contento il presidente Donald Trump, che vorrebbe rimettere piede sul satellite entro il 2024. In secondo luogo, c’è l’intenzione di spezzare la dipendenza dai razzi e navicelle russe come le Soyuz, alla quale sono stati affidati tutti i lanci con equipaggio Nasa dopo il pensionamento degli Space Shuttle. C’è dunque anche la geopolitica della nuova Guerra fredda in questa storia, e all’evento parteciperanno sia Trump che il vicepresidente Mike Pence.

Per quanto riguarda Elon Musk, questo è un primo passo per andare anche ben oltre la stazione spaziale: entro il 2023 è in programma un viaggio attorno alla Luna, e nel 2026 un altro attorno a Marte (se non addirittura su Marte). SpaceX è sicura che c’è un mercato di milionari che potrebbero in un futuro prossimo diventare clienti abituali del Drago, e la società ha già venduto quattro posti a passeggeri che faranno un giro intorno alla Terra l’anno prossimo. C’è anche il piano di inviare clienti in una stazione spaziale di nome Axiom, sviluppata da una società commerciale. E diverse voci parlano di un ambizioso progetto, per ora ancora sulla carta, che vede coinvolti Nasa, SpaceX e Tom Cruise per la realizzazione del primo film in orbita.

Se dunque alcuni aspetti del lancio di oggi sembrano quelli classici, il ruolo di SpaceX è un elemento di novità importante rispetto ai modi in cui la Nasa ha inviato storicamente i suoi astronauti nello spazio: il programma Commercial Crew consiste nel fatto che l’agenzia spaziale pagherà il biglietto per salire a bordo di veicoli costruiti e gestiti da privati, accettando di fare la parte del cliente di una sorta di “Uber dello spazio” gestita da Musk o da altri imprenditori privati. Parliamo di un mondo sul quale si stanno gettando nel frattempo altri magnati come Jeff Bezos (Blue Origin) oppure Richard Branson (Virgin Galactic), che vogliono la loro parte da protagonisti nell’avventura fantascientifica.

Per il momento però le fortune della Nasa sono legate soprattutto a quelle di Musk, un personaggio controverso e imprevedibile, padre da poco per la sesta volta che ha conquistato le pagine dei giornali nelle ultime settimane definendo la quarantena obbligatoria per il coronavirus come “fascista” e ha riaperto gli impianti Tesla in California andando contro le autorità sanitarie locali. Uno che associa formidabili intuizioni e pasticci: se SpaceX ha già sconquassato il settore aerospazio con la sua strategia taglia-costi a base di razzi “riutilizzabili”, una delle sue capsule per passeggeri è esplosa in volo durante un test nell’aprile dell’anno scorso, e in un altro test un paracadute decise di non aprirsi. Per fortuna non c’era nessuno a bordo.

Il programma Commercial Crew, con cui la Nasa sta di fatto esternalizzando i suoi servizi tradizionali, costerà tra i 20 e i 30 miliardi di dollari in meno del programma Constellation, voluto e poi abbandonato dall’amministrazione Obama più di dieci anni fa. Ma la scelta di ricorrere al know-how della Silicon Valley avrà un costo simbolico non indifferente. Se i contractor privati hanno sempre costruito velivoli spaziali per la Nasa, la differenza adesso sta nella proprietà della navicella, nel logo di SpaceX che sovrasta quello della Nasa, e nel fatto che saranno dipendenti di Musk a dare l’Ok per la partenza. Il bando è stato gestito da istituzioni pubbliche, ma la pubblicità sarà della startup.

I sostenitori del progetto tuttavia vedono il lancio di SpaceX come un passo in avanti per aprire lo spazio a nazioni che altrimenti non potrebbero permetterselo. Chi non avrà i mezzi per produrre le proprie navicelle e razzi potrà pagarsi un viaggio con la società di Musk o con i futuri vettori Boeing, bypassando del tutto la Nasa (anche se per ora nessuno si è fatto avanti). Senza contare che SpaceX punta a un universo di pendolari fatto da ricercatori, ingegneri e scienziati che potranno fare avanti e indietro tra la Terra e le future stazioni spaziali.

Commercial Crew potrebbe rappresentare un punto di svolta anche per quanto riguarda il turismo spaziale, anche se per un bel po’ di tempo saranno soltanto gli ultraricchi a potersi permettere un viaggio verso la Iss o una sosta nelle future stazioni spaziali. Tuttavia, secondo alcuni esperti, la traiettoria del segmento potrebbe seguire quella delle compagnie aeree terrestri, con una progressiva democratizzazione dovuta alle economie di scala che abbattono i costi per il singolo biglietto.

Questo però vorrebbe dire sottrarre alla Russia le somme generose che la Nasa paga per inviare il suo equipaggio nello spazio: circa 86 milioni di dollari per astronauta, sfruttando la base in Kazakistan. Se grazie a SpaceX e Boeing la Nasa dovesse conquistare una maggiore autonomia logistica, e ricominciare a lanciare razzi dalla Florida, la collaborazione tecnologica tra due Paesi già affetti da un rapporto a dir poco complicato potrebbe diradarsi, e le tensioni già presenti con Mosca potrebbero acuirsi. Secondo  Teasel Muir-Harmony, uno storico del National Air and Space Museum intervistato da Politico, molte persone associano la fine del programma Shuttle al tramonto della Nasa tout-court: in termini di percezione popolare, un altro tassello del declino a stelle e a strisce.

Il volo di oggi potrebbe e vorrebbe essere, insomma, un altro capitolo del tentativo di ribaltare questa storia, e di orchestrare la deglobalizzazione americana sotto l’insegna dell’America first, e del ripensamento trumpiano delle catene del valore. Ripristinando la capacità dell’America di far decollare i propri astronauti, la missione SpaceX potrebbe offrire un opportunità per questi orizzonti di gloria, nonché un momento di coesione nazionale per un Paese che ha trascorso mesi isolato e diviso in una crisi sanitaria senza precedenti. Il merito però se lo prenderà l’iniziativa privata, anche se i soldi ce li metterà lo Stato.

SpaceEconomy 8 Aprile, 2020 @ 11:58

Picosats, la startup italiana che punta a lasciare il segno nel cosmo

di Emilio Cozzi

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Il team

articolo tratto dal numero di marzo di Forbes Italia

“Ho lavorato alla missione in cui John Glenn, il primo americano a orbitare attorno alla Terra nel 1962, tornò a 77 anni nello spazio. Con lui, a bordo dello Space Shuttle, c’era anche un po’ di Trieste”. In poche parole, e forse senza accorgersene tant’è spontanea, Anna Gregorio racconta tutta se stessa: l’adorazione per lo spazio – “non ricordo quando me ne innamorai, ma era prima delle elementari” -, la sua attività da fisica sperimentale – “ho sempre avuto a che fare con strumenti e laboratori”- e il suo legame con l’Università di Trieste, dov’è docente al dipartimento di Fisica da quando decise che dopo il suo impiego al Cern, negli anni da ricercatrice, era ora di tornare alla sua città e alla sua prima passione: l’astrofisica – “merito di una vicina, Margherita Hack, che da bambina guardavo con ammirazione uscire di casa per andare all’Osservatorio”. Quello che non traspare dalle parole di Gregorio è la sua attività più recente: l’imprenditoria spaziale. Spin-off dell’Università di Trieste, la sua Picosats raduna l’esperienza della sua general director e dei suoi soci (che comprendono alcuni ex dipendenti, dal 2019 ammessi alla compagine sociale) per rispondere alle sfide della new space economy.

“Tutto è iniziato”, racconta Gregorio, “quando lavoravo al progetto Planck, una importante missione dell’Agenzia spaziale europea dedicata allo studio della radiazione primordiale generata subito dopo il Big Bang. In quel periodo tenevo anche il laboratorio di astrofisica spaziale, insegnando proprio cosa siano i satelliti: l’idea di cominciare a produrne uno di piccole dimensioni in collaborazione con l’università è nata lì”. Il risultato è Radiosat, un ricetrasmettitore miniaturizzato ad alte frequenze (banda Ka). Per i non esperti, un oggetto ad alte prestazioni e dai costi contenuti, quasi il manifesto dell’ultimo trend del settore, quello dei satelliti di piccola taglia. “Ai tempi, una decina di anni fa”, continua Gregorio, “mi occupavo di sviluppare uno strumento didattico, per insegnare ai miei studenti di Fisica e Ingegneria come realizzare un satellite. Durante il suo sviluppo, grazie a un accordo con l’ateneo, abbiamo cominciato a pensare a uno spin-off, con l’idea di andare sul mercato anche per finanziarci. Ci siamo concentrati su un sistema di telecomunicazioni di nuova generazione, in grado di operare ad alte frequenze e quindi garantire un’alta velocità di trasferimento dati. Qualcosa che, per i microsatelliti, equivale allo stesso salto esistente fra un modem a 56k e l’Adsl”. Detto altrimenti, un guanto di sfida alla concorrenza: “Il primo plus di Radiosat è la sua velocità di trasmissione, cinque volte più alta dei prodotti sul mercato. A questo si aggiunge la modularità: il ricetrasmettitore è progettato per essere adattabile alle esigenze dei clienti”. Un’idea che sta dimostrandosi vincente: in poco più di quattro anni dalla sua costituzione, Picosats ha collezionato premi e finanziamenti ottenendo, nel 2017, 500mila euro dall’Esa, un Italian master startup award nel 2018 e, pochi mesi fa, l’Unicredit launch pad nord-est. “Quest’anno cominceremo a vendere Radiosat. Dopo la consegna del prototipo all’Esa, puntiamo al lancio fra agosto e settembre, quindi cominceremo ad acquisire i primi contratti. Stiamo discutendo con l’Agenzia spaziale italiana e quella europea i prossimi sviluppi. Non ci fermeremo a Radiosat; nel 2021 prevediamo un fatturato di circa 700mila euro”. Le telecomunicazioni costituiscono uno degli ambiti applicativi più importanti per Radiosat, anche se Gregorio è convinta che le possibilità siano più ampie: “per motivi climatici e sociali, oggi è cruciale osservare la Terra e i suoi cambiamenti in maniera accurata e continua. In quest’ottica Radiosat è ideale: ci sono già satelliti scientifici e commerciali in grado di garantire le stesse funzioni, ma a prezzi molto più alti”.

BRICSAT

Il bello è che lungi da una strategia esclusivamente commerciale, l’approccio di Picosats traduce una filosofia nuova dello spazio: “Credo che la new space economy consista più nel guardare la Terra in maniera diversa, nel provare a gestirla in modo più solidale e attento. Abbiamo sfruttato il nostro pianeta al massimo e adesso cerchiamo di andare nello spazio: bisogna farlo, ma con la testa più sulle spalle. Proviamo ad aiutare la Terra con lo spazio”. Saggio, se non fosse inevitabile notare come un’azienda che cavalca il trend della miniaturizzazione satellitare alimenti l’inquinamento in orbita bassa, i cosiddetti space debris, uno dei problemi di prossima urgenza oltre l’atmosfera. “Sono più drastica”, risponde Gregorio, “abbiamo già un problema di inquinamento orbitale e dobbiamo risolverlo. Ma sono fiduciosa, credo riusciremo a farlo in modo sensato. Per quanto ci riguarda, abbiamo anche un altro prodotto sviluppato con l’Università di Trieste: è una struttura satellitare realizzata con un polimero biocompatibile, ha una temperatura di fusione tale da causarne lo scioglimento al rientro in atmosfera e senza produrre residui dannosi. Insomma, lavoriamo sul futuro”.

Business 5 Marzo, 2020 @ 9:56

La cinese Geely crea i propri satelliti e sfida Elon Musk

di Simona Politini

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Li Shufu, miliardario cinese presidente del colosso automotive Geely
Li Shufu (ph gettyimages.it)

E mentre Wuhan è ancora blindata nella speranza di porre fine alla diffusine del coronavirus, a oltre 1000 km di distanza, la città di Taizhou riceve un ingente investimento nel settore automotive. Il miliardario Li Shufu, fondatore e presidente del colosso automobilistico cinese che controlla Volvo Cars, Zhejiang Geely Holding Group, ha appena annunciato un investimento di 325 milioni di dollari finalizzato alla costruzione di un centro di produzione e collaudo per realizzare propri satelliti per la guida autonoma.

Come riporta il comunicato ufficiale “Il nuovo impianto istituito dalla controllata di Geely Holding Group, Geely Technology Group, segna la prima volta che un’impresa privata inizia a produrre satelliti in Cina. La struttura all’avanguardia includerà un centro di produzione satellitare modulare, un centro di collaudo satellitare, un centro di ricerca e sviluppo satellitare e un centro di cloud computing. Sfruttando appieno l’esperienza di Geely nella produzione modulare intelligente, la struttura sarà in grado di sviluppare e produrre una varietà di modelli satellitari diversi.”

I satelliti di Geely saranno impiegati da Geespace, un’unità operativa istituita nel 2018 per lo sviluppo di satelliti a bassa orbita. La società prevede di iniziare a lanciare i suoi satelliti nello spazio entro la fine dell’anno.

Li Shufu vs Elon Musk: il miliardario cinese vuole mandare in orbita i suoi satelliti personali per la guida autonoma

Li Shufu si va ad aggiungere così al piccolo, ma ricchissimo, nucleo di imprenditori che sta investendo nella costruzione di satelliti e del quale fanno parte i più noti Elon Musk, il ceo miliardario di Tesla e SpaceX, e  Jeff Bezos di Amazon.

“Il ritmo con cui la scienza e la tecnologia si stanno sviluppando – ha dichiarato Shufu – ha raggiunto un livello senza precedenti, cambiando la società umana al suo interno. Oggi l’industria automobilistica deve affrontare sfide enormi e opportunità altrettanto enormi. Geely deve prendere l’iniziativa per abbracciare il cambiamento, svilupparsi attraverso l’innovazione, trovare nuove sinergie online e offline e collaborare con partner internazionali per diventare un leader tecnologico globale, guidare il cambiamento nella mobilità e creare un nuovo valore per gli utenti. “.

Il miliardario cinese Li Shufu guarda alle stelle e punta alla leadership nell’automotive

L’avvio di una produzione propria di satelliti per la guida autonoma è solo l’ultimo passo del fondatore Li Shufu per diventare leader del settore automotive a livello globale. Gli ultimi anni, infatti, hanno visto la sua holding protagonista di importati acquisizioni.

Nel febbraio 2018, come avevamo raccontato anche su Forbes, con un investimento di circa 7,5 miliardi di euro il gruppo Geely diviene il primo azionista di Daimler AG.

Nel marzo 2019 Geely Holding Group rileva il 50% di Smart per costituire insieme al costruttore tedesco una joint venture per rilanciare il marchio a livello globale come “puramente elettrico”.

A settembre 2019  Geely acquista il 10% della startup tedesca  Volocopeter , obiettivo: lanciare un servizio di taxi volante in Cina.

Secondo Forbes oggi Li Shufu possiede un patrimonio stimato pari a 14 miliardi di dollari ed è il 12esimo uomo più ricco della Cina (China Rich List 2019) e il 91esimo miliardario più ricco al mondo (Billionaires 2019).

SpaceEconomy 31 Gennaio, 2020 @ 11:30

La Nasa si prepara ad aprire un hotel di lusso sulla Stazione Spaziale Internazionale

di Simona Politini

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Modulo Stazione Spaziale Internazionale Iss firmato Philippe Starck per Axiom
(starck.com)

Altro che hotel a 5 stelle, in questa location eccezionale le stelle non si contano, ma si ammirano a distanza ravvicinata. Stiamo parlando dell’ultimo progetto messo in cantiere dalla Nasa nel settore del turismo spaziale.

L’Agenzia spaziale americana ha appena annunciato l’accordo con la società Axiom Space, una startup con sede a Houston in Texas, per la realizzazione del primo “modulo di destinazione commerciale” da costruire e agganciare alla Stazione Spaziale Internazionale – ISS.

 

Questa selezione, come riporta il comunicato ufficiale, rappresenta un passo significativo verso lo sviluppo di destinazioni commerciali indipendenti che soddisfano le esigenze a lungo termine della Nasa in orbita terrestre bassa (un’orbita terrestre bassa è un’orbita attorno alla Terra di altitudine compresa tra l’atmosfera e le fasce di van Allen, ossia tra 160 e 2000 km, ndr), oltre la vita della stazione spaziale, e continuano a favorire la crescita di una solida economia spaziale.

Turismo spaziale di lusso, Axiom mette in campo l’archistar Philippe Starck

Axiom prevede di agganciare alla Stazione Spaziale Internazionale tre grandi moduli e una finestra di osservazione della Terra per formare il “Segmento Axiom”, con il lancio del primo modulo previsto nella seconda metà del 2024.

Secondo il comunicato stampa rilasciato da Axiom, i tre moduli che compongono il segmento Axiom saranno divisi in un modulo nodo, un habitat per l’equipaggio e un modulo di ricerca e produzione, oltre alla grande finestra.

Una piattaforma commerciale in orbita terrestre è un’opportunità per segnare un cambiamento nella nostra società simile a quello a cui gli astronauti subiscono quando vedono il pianeta dall’alto“, ha detto Ghaffarian, presidente esecutivo di Axiom.

Già da alcuni anni Axiom è impegnata nel progettare moduli spaziali. Nel 2018 ha coinvolto il designer francese Philippe Starck per realizzare un ideale prototipo dei loro futuri moduli abitativi per la ISS, comprese le aree abitative dell’equipaggio con schermi interattivi e una cupola che offre una vista mozzafiato della Terra e dello spazio circostante. Un lusso davvero stellare! 

La visione di Starck, si legge sul sito dell’archistar, era quella di creare un “nido” caratterizzato da materiali e colori derivati ​​da un universo fetale. Le pareti sono cosparse di centinaia di nano-LED con colori cangianti come continuazione della vista sull’universo che si gode attraverso le grandi finestre.

Space Economy: passi avanti della Nasa per trasformare lo spazio in una destinazione turistica

Lo sviluppo di destinazioni commerciali in orbita terrestre bassa è uno dei cinque elementi del piano della Nasa che punta ad aprire la Stazione Spaziale Internazionale a nuove opportunità commerciali e di marketing. Gli altri elementi del piano in cinque punti includono gli sforzi per rendere disponibili le risorse della stazione e dell’equipaggio per uso commerciale attraverso una nuova politica commerciale e tariffaria; abilitare missioni di astronauti privati ​​nella stazione; cercare e perseguire opportunità per stimolare una domanda sostenibile e di lungo periodo per questi servizi; e quantificare la domanda a lungo termine della Nasa per attività in orbita terrestre bassa.