La storia di Luigi Congedo, il giovane napoletano diventato venture capitalist dell’intelligenza artificiale nella Silicon Valley

Luigi Congedo Silicon Valley
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“Il tuo lavoro riempirà gran parte della tua vita e l’unico modo per essere veramente soddisfatto è fare quello che ritieni un ottimo lavoro. E l’unico modo per fare un ottimo lavoro è amare quello che fai. Se non l’hai ancora trovato, continua a cercare. Non accontentarti. Come per tutte le questioni di cuore, saprai quando lo troverai”. Così credeva Steve Jobs, che ha saputo ispirare tanti imprenditori e visionari come lui. Luigi Congedo, 31 anni, venture capitalist di BootstrapLabs, è approdato giovanissimo nella Silicon Valley, entrando fra i 30 under 30 di Forbes Italia per il 2018. “Steve Jobs è stato il primo grande imprenditore, inventore e visionario a cui mi sono ispirato. Essendo anch’io un ribelle, ho sempre pensato in grande. Mi ammaliavano la sua genialità, quel pizzico di arroganza supportato da forte consapevolezza, il suo pensare out of the box – come si dice qui -, fuori dagli schemi. Era un grande comunicatore, ha inventato la solennità del lancio del prodotto di fronte al grande pubblico. Ma la sua qualità maggiore era l’incredibile capacità di semplificare: creava macchine estremamente complicate, ma ne parlava in modo semplice, comprensibile a tutti”. Luigi racconta di essere venuto “da un mondo in cui mi facevano credere che, se non avessi seguito le convenzioni, non sarei andato da nessuna parte. Jobs mi ha insegnato che la leadership senza seguire le convenzioni è possibile e vincente, che la semplicità è più importante delle formalità”. 

Lei viene da Napoli.

Mi ritengo molto fortunato a essere nato a Napoli. La mia città d’origine ha una grande ricchezza culturale e d’animo. Questo mi ha permesso di essere una persona sociale e positiva, doti che mi hanno aiutato ad avere successo. Sono sempre stato innamorato di Napoli, ma i primi dubbi sull’opportunità di rimanere a vivere e lavorare lì sono arrivati quando ho cominciato a frequentare l’università. Hanno iniziato a profilarsi nuovi orizzonti professionali e diversi stili di vita. Con l’Erasmus andai in Spagna: abitai un anno a Siviglia e l’esperienza all’estero mi aprì ancora di più la mente. Mi sono confrontato con oltre 600 studenti provenienti da 25 paesi, mi si sono spalancate le porte del mondo. Alla fine tornai in Italia e lavorai come analista e consulente finanziario. 

Pensava di lavorare in Italia in quel periodo?

Non mi interessava per vari motivi. In primis, non mi piaceva la cultura del lavoro italiana. Notavo poi come le prospettive di lavoro per i miei colleghi Erasmus, che venivano da altri paesi, fossero maggiori. E pensavo che, se mi fossi trasferito, lo avrei fatto in grande, non dal Sud al Nord Italia. Decisi perciò di andare in Irlanda, a Dublino. A quel tempo la città era un tech hub e il mondo della tecnologia mi ha sempre attirato. C’erano aziende come Google, LinkedIn e Facebook. Molti dei loro manager, con cui entrai presto in contatto, mi dissero che a Dublino ci si occupava però di vendite e marketing, ma la tecnologia veniva creata nella Silicon Valley. Decisi allora di entrare alla Hult international business school, a San Francisco. Grazie a questa scuola, ebbi l’opportunità di studiare anche in Cina, un’altra esperienza – di 3 mesi – che mi arricchì tantissimo. 

Cosa imparò in Cina?

L’immagine che abbiamo della Cina dall’esterno è completamente diversa dalla realtà. È un mondo a sé, che racchiude svariate etnie e culture. A Shanghai andai a un incontro di imprenditori e mi resi subito conto di quanto fosse errata l’idea dei cinesi grandi lavoratori, ma poco creativi. Conobbi, al contrario, moltissimi giovani con voglia di fare e grandi idee. Ed è falsa anche l’idea che le industrie cinesi “copino” quelle occidentali. Lì imparai lo spirito di iniziativa imprenditoriale, il sapere fare le cose con poche risorse. In parte, mi ricordò l’”arte dell’arrangiarsi” napoletana, ma unita a grande disciplina. 

Dopo tornò a San Francisco.

Non appena terminai il master alla Hult, mi offrirono di partecipare a un progetto molto interessante di Samsung: dovevamo organizzare una delle prime hackathon della Silicon Valley. Cercavamo programmatori non solo dalle università locali di Berkeley e Stanford, ma da tutto il mondo. Entrai in contatto con Twitch, una piattaforma streaming acquistata poi da Amazon per quasi un miliardo di dollari: il caso di una micro-azienda che poi divenne global, come accade spesso in Silicon Valley. 

Il suo intento, però, era sempre stato quello di essere un imprenditore o un investitore. 

Fin da ragazzo sognavo di essere un imprenditore. Con alcuni amici, durante l’università, avevamo l’idea di inventare una piattaforma per startup in grado di creare, con un team centralizzato, veloce e scalabile, accesso al mercato europeo per le aziende straniere. Volevamo abolire le barriere legislative e di lingua per fare business da un paese all’altro con piattaforme internazionali. Ho lanciato tanti progetti, incluso, di recente, lovesano.it, una delle prime farmacie online in Italia. 

Com’è arrivato nel mondo del venture capital? 

Ho rinunciato a un grande stipendio in Samsung. Ho scelto di lavorare, invece, a RadiumOne, una delle prime piattaforme di real-time data, che raccoglieva dati su ciò che piaceva alle persone su social media, YouTube o altre fonti. Mi offrirono una posizione in Europa, ma, dato che volevo rimanere a San Francisco, valutai nuove opportunità. Contattai uno dei fondatori di BootstrapLabs per chiedergli se conoscesse startup che assumevano e mi offrì lui stesso un lavoro. Nicolai Wadstrom aveva fondato Bootstraplabs nel 2008, dopo una carriera da imprenditore. È considerato da tempo un grande mentore per molti imprenditori nel tech, e, negli ultimi vent’anni, è diventato un investitore di successo. 

La sua azienda investe esclusivamente nell’intelligenza artificiale. Come arrivò a specializzarsi in questo settore?

Entrai nel 2014 a BootstrapLabs. Siamo al nostro terzo fondo di investimento dedicato all’AI, e abbiamo un portfolio di aziende che ha raccolto circa 500 milioni di dollari di capitale. Devo confessare che a quel tempo non avevo ancora un’idea chiara degli sviluppi che l’intelligenza artificiale avrebbe avuto. La trasformazione digitale degli ultimi vent’anni ha creato nuove opportunità per l’applicazione dell’AI. La crescita esponenziale della produzione di dati, l’aumento della velocità di connessione, affiancata dalla nuova capacità di data storage e computazione dei dati, crea infinite possibilità nella creazione di sistemi produttivi e aziendali innovativi. Le barriere di ingresso nell’applicazione dell’AI oggi sono inferiori, vedo emergere sempre più sistemi produttivi in cui l’operatore umano collabora con i robot. Anche se l’utilizzo di robot nei processi aziendali spaventa, credo che alla fine l’AI aumenterà la capacità dell’essere umano, fino a creare un “super essere umano”. Viviamo in un mondo in cui le risorse sono sempre più scarse, ma la popolazione è in costante crescita. Avere la possibilità di produrre di più, limitando gli errori e l’utilizzo di risorse, è una grande fortuna. Questo nuovo paradigma di collaborazione tra uomo e macchina crea valore aggiunto per la società.

Pensa che l’AI possa anche essere pericolosa?

Sta a noi – società, politici e imprenditori – decidere come usare la tecnologia e l’innovazione. La filosofia di BootstrapLabs è di scegliere investimenti che creino utilità nel lungo periodo e soluzioni verticali in specifiche industrie, come healthcare, logistica, agricoltura, energia, smart government. Basti pensare, ad esempio, alla ricerca dei vaccini per il coronavirus. È la prima volta che un vaccino viene sviluppato nel giro di mesi invece che di anni. Esistono calcolatori molto potenti che permettono di elaborare enormi moli di dati, e l’AI permette di velocizzare molti processi di ricerca estremamente complessi.

In quali settori prevede che varrà la pena investire in futuro?

L’AI oggi può essere applicata ovunque. Tra i campi in cui vedo più opportunità ci sono sicuramente la sanità, la mobilità – trasporti e logistica -, ma anche settori tradizionali come quello energetico o del manufacturing. Per esempio, un investimento della nostra azienda, considerato “poco sexy” nella Silicon Valley, è stato quello per una tecnologia di computer vision per la gestione dei container nelle aree portuali. Migliorando la logistica e il tracciamento dei container, beni di prima necessità come le mascherine possono viaggiare più velocemente. 

In Silicon Valley ci sono molte aziende che lavorano per il governo, per esempio producendo droni piccoli come insetti che possono sparare alle persone, o altre tecnologie a scopi militari o di spionaggio. Con BootstrapLabs mirate, invece, solo a investimenti positivi.

Ci sono droni di spionaggio che non hanno più bisogno di essere pilotati a distanza, ma che sono vere e proprie armi autonome, pistole volanti che sparano quando riconoscono il target, grazie al riconoscimento facciale. Dieci anni fa si vedevano droni volare su tutta San Francisco, cosa che adesso è rigorosamente vietata. Ma le tecnologie utilizzate per scopi militari si possono adattare anche a scopi civili. Un esempio sono le tecnologie lidar, che aumentano la capacità dei veicoli di individuare gli oggetti circostanti ed evitano incidenti, sia con le auto che con i treni.

Quali investimenti di successo avete fatto di recente?

Alcuni nomi che posso fare sono Aeye – Lidar technology nel settore mobility, oppure Iunu, azienda di agricoltura di precisione che si occupa, per esempio, di controllare le serre e prevenire le malattie delle piante. Poi Hayden, società di sicurezza stradale che vuole evitare il rischio “Grande fratello”, con telecamere attive 24 ore su 24. Oppure Sibly, attiva nel campo della salute mentale per combattere la depressione e lo stress.

Cosa pensa di Neuralink, la società di Elon Musk che ha lanciato diversi progetti rivoluzionari sul fronte della salute mentale e della neurologia?

Musk è tra i leader moderni che seguo di più. Neuralink è un’azienda molto interessante: studia e investe nella convergenza tra neurologia e tecnologia. Musk e altri innovatori hanno lanciato una sfida: esplorare come l’essere umano e la macchina si interfacciano. Si sta studiando come poter controllare i computer tramite un collegamento diretto con il cervello. Tra gli esempi di convergenza tra studi neurologici e tecnologici, c’è l’ambizioso obiettivo di installare robot-protesi che permettano di camminare a coloro che hanno perso l’uso delle gambe. E ci sono sempre più volontari umani che si stanno offrendo per vari esperimenti, con la speranza di una vita migliore. 

Teme che l’intelligenza artificiale e le macchine possano prevaricare l’uomo, un giorno?

Spero che l’intelligenza artificiale non diventi un’altra bomba nucleare. L’AI crea sistemi decisionali autonomi. I rischi ci sono, ma le opportunità sono maggiori. Lo scopo finale deve essere l’ottimizzazione dei robot per il miglioramento del benessere dell’uomo, non della macchina o di poche multinazionali. Esistono, d’altra parte, problemi etici fondamentali. Per esempio, se una macchina autonoma arriva a un incrocio a 50 km orari e non può evitare tutte le persone presenti sulla strada. Deve fare una scelta: investire un bambino di cinque anni o un’anziana di 85. Se la macchina è collegata a un sistema bancario, proteggerà la persona che ha più denaro. Se la macchina è collegata al governo, proteggerà il bambino, perché ha un costo più basso per la società. Ci deve essere una regolamentazione, un codice etico, un controllo preciso che guidi la creazione di questi software. Come ogni paese ha una Costituzione, è necessario creare una Costituzione per i sistemi AI nei vari settori industriali. 

In che modo il Covid-19 ha cambiato il mondo degli investimenti?

Le nostre tesi di investimento di base non sono mutate, ma abbiamo notato una forte accelerazione di molti trend nel settore tecnologico. Il coronavirus ha provocato un’accelerazione della trasformazione digitale su scala globale e in tutti i settori. Chi pensava in anni ora pensa in mesi, chi pensava in settimane ora pensa in giorni. Prima si riteneva indispensabile incontrarsi di persona per fare investimenti, adesso ci siamo adattati a prendere decisioni in digitale. Prima si doveva viaggiare, prendere due o tre aerei per appuntamenti. Oggi con le chiamate Zoom facciamo tutto in tempi più rapidi. Ormai non abbiamo più l’ufficio, siamo in remote working e penso che ci resteremo. Del resto, la tendenza nella Silicon Valley è questa. L’aumento della velocità del trasferimento di informazioni e delle comunicazioni ottimizza e accelera i processi decisionali.  

Come definirebbe la Silicon Valley?

La Silicon Valley è innovazione, networking, velocità di comunicazione. È sognare in grande, non avere paura di fallire. Ci sono tanti elementi intangibili che creano un’atmosfera di spensieratezza e focus sul futuro, permettono di essere meno legati al passato e di rischiare. Basti ricordare che molte città, governi e aziende cercano sempre più di riprodurre la “loro” Silicon Valley locale. A mio avviso, una delle caratteristiche che distinguono la Silicon Valley è che è contro le regole. In fondo, chi crea innovazione è un artista e gli artisti non seguono le regole. La Silicon Valley non aveva un piano urbano o di governo. Ci sono stati investimenti governativi iniziali, ma di fatto si è formata per conto suo, in modo organico. Ora è un pezzo di terra che attira gente da tutto il mondo, è un porto internazionale di gente che va e viene, con differenti profili culturali e accademici. Ma è anche uno stato mentale, un modus operandi, una comunità globale. Ora, con il remote working può essere portata in tanti luoghi. A New York o a Londra, chi ha successo e si arricchisce si allontana spesso dalla comunità di partenza, diventa un po’ snob ed esclusivo. Qui, invece, ci sono umiltà, curiosità, apertura nell’ascoltare l’altro. Si mantiene autenticità. Molte persone arrivano qui senza nulla e si formano da sole. 

Cosa ha imparato dalla Silicon Valley?

Qui ho imparato che il più importante investimento è sempre il prossimo. Ti chiedono dove vuoi arrivare, non da dove vieni. L’ambiente è totalmente internazionale. Di certo, comunque, bisogna avere una personalità molto forte, perché la competizione è alta e serve una capacità di apprendimento constante, perché tutto si muove alla velocità della luce. Quello che oggi è vero, domani non lo è. Se non migliori velocemente, ti fanno subito fuori. 

Quali sono i settori più interessanti in ottica futura?

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale credo sia tra i trend più promettenti. Tra i settori a cui guardo con molto interesse ci sono poi cybersecurity, healthcare e climate. In un mondo sempre più digitale, dobbiamo far sì che ci sia un livello di sicurezza e trasparenza elevato nella gestione dei dati, pena il rischio di trovarsi in una specie di Far West. Negli ultimi anni, seguo inoltre tutte le tecnologie che hanno impatto diretto sul cambiamento climatico. Personalmente, sono stato molto colpito dagli incendi che, ogni estate, colpiscono la California e molte zone attorno a San Francisco. Non poter respirare aria fresca per settimane mi ha fatto molto riflettere sull’urgenza di interventi mirati di breve e lungo termine per contrastare il cambiamento climatico. Seguo da mesi aziende che utilizzano l’AI per il monitoraggio di eventi climatici, per la riduzione di consumi energetici in edifici commerciali e industriali. Spero di potere presto annunciare alcuni nuovi investimenti nel settore. 

Ha già avuto molto successo nella sua carriera ed è molto giovane. Quali sono, per lei, le regole per riuscire nella vita?

Qualche anno fa, avrei risposto in modo diverso: è difficile stabilire una serie di regole da applicare per tutti e per sempre. Per me è fondamentale la ricerca dell’equilibrio tra benessere, carriera e vita personale. Anche in questo la Silicon Valley mi ha insegnato molto: occorre trovare un punto di equilibrio tra la cura di se stessi, le relazioni umane e la carriera. Di certo, ho compreso che è difficile avere successo senza benessere interiore. Per me, il successo non è quanti zeri si hanno nel conto in banca, ma svegliarmi ed essere circondato da persone che amo e che stimo, sapere che faccio qualcosa che mi piace e che il mio lavoro può avere un impatto positivo nel lungo termine. Quello che conta è chiedersi: cosa vuol dire per me successo? Se si è in grado di rispondere a questa domanda, si possono individuare i passi per arrivarci. Serve fare una valutazione periodica: cosa vuol dire per me successo oggi? E tra dieci anni? In base a questo, si deve poi costantemente modificare la propria routine quotidiana. Per esempio, da quando c’è la pandemia, vado a dormire molto presto e mi sveglio all’alba, quando tutti ancora dormono, per fare sport. Utilizzo così le ore del giorno in modo costruttivo, anziché deprimermi per le chiusure e l’assenza di vita sociale la sera. Poi, durante il giorno, faccio sempre una passeggiata prima che scenda il buio e ricavo del tempo per fare meditazione. Cinque anni fa, scrivevo ogni giorno la lista delle cose da fare, ma alla fine mi sono reso conto che completare task in modo robotico non aiuta, non è costruttivo. Ti dà soddisfazione a breve termine, ma non crea un vero equilibrio. 

Pensa mai di tornare in Italia?

Un conoscente, al principio di tutto, mi disse: “Non avere paura di partire, perché tanto questa è casa tua e ci puoi sempre tornare”. Di recente, ho rifiutato una grossa opportunità in Italia. Nel mio futuro vedo una carriera da imprenditore, gli investimenti, il sostegno ai giovani per portare avanti i loro progetti. La direzione in cui va il mondo del lavoro mi piace e spero che mi permetterà di vivere per il 50% del tempo in Europa e per il 50% negli Stati Uniti. Mi auguro che la mia esperienza possa giovare a tante startup italiane, un giorno. Faccio già da mentore, nel ruolo di investitore, ad aziende italiane e in programmi di accelerazione come SeedUp, a Napoli. Una delle mie aspirazioni? La democratizzazione dell’accesso al capitale e alle conoscenze della Silicon Valley.