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L’etichetta indie fondata da due imprenditori aretini che ha portato a Sanremo La Rappresentante di Lista

Si definiscono “una palestra di talenti”. Un incubatore, potremmo definirli in termini più moderni. Stiamo parlando di Woodworm, etichetta aretina nata nel 2011 dall’iniziativa di Marco Gallorini e Andrea Marmorini, imprenditori che riescono a coniugare la passione per la musica con la capacità di investire in un’idea vincente. Nel 2014 e nel 2016 la società vince il premio Mei come miglior etichetta indipendente italiana e può vantare collaborazioni con artisti del calibro di Francesco Motta, Ministri, Rancore, The Zen Circus, La Rappresentante di Lista, Dente, Fast Animals and Slow Kids e molti altri. Un altro esempio virtuoso di made in Italy che quest’anno ha festeggiato nel mese di marzo il proprio decennale. L’occasione perfetta per conoscere da vicino Marco e Andrea, il cui scopo è da sempre quello “di dare un taglio imprenditoriale alla gestione discografica e fare in modo di creare concretamente posti di lavoro che fossero spendibili a livello nazionale”.

Dieci anni di Woodworm. Volete raccontarci i primi passi di questo cammino?
Woodworm nasce dalla somma di molte attività che stavamo portando avanti individualmente e/o insieme. Prima di Woodworm esisteva una label underground di nome Sonsofvesta, esisteva un festival di nome Copyleft, tanta esperienza dietro le scrivanie e in campo per Arezzo Wave, chi faceva il musicista, chi il dj e chi il fonico in studio e live. Soprattutto l’idea di Woodworm si concretizza nei direttivi di un’associazione culturale di nome Karemaski che per 10 anni ha contribuito alla proposta culturale e musicale della nostra provincia. Al tempo pensavamo di diventare l’etichetta di riferimento per le stampe in vinile di artisti che già avevano casa in altre discografiche. Da lì iniziare a stringere i rapporti e far valere le nostre esperienze pregresse e lavorare sul progetto artistico a 360°. Non immaginavamo che si sarebbe concretizzato tutto così velocemente ma già dal secondo anno di attività per alcuni artisti eravamo discografici, manager, produttori, bookers e direttori artistici ed escutivi.

Siete nati ad Arezzo e ora siete una delle più importanti etichette nazionali. Come siete arrivati fin qui?
Inizialmente il nostro migliore biglietto da visita è stato la “presenza”. Eravamo ovunque. Giravamo come fonici e tour manager per band anche al di fuori del nostro roster e così entravamo in contatto con tutte le band e addetti ai lavori del panorama italiano. Se non eravamo noi ad andare chiedevamo agli artisti di venire a suonare da noi. Aver creduto negli artisti “giusti” e aver investito per far crescere il loro profilo si è rivelato uno step fondamentale. Fast Animals and Slow Kids, Motta, Zen Circus e La Rappresentante di Lista sono il risultato di questo tipo di mentalità dove siamo riusciti ad esaltare le loro capacità attraverso tutte le aree del music business. Fino a poco tempo fa, chissà nel post Covid-19, il live era fondamentale per gli artisti emergenti sia dal punto di vista promozionale che in termini di vendita dei dischi. Abbiamo lavorato molto sul profilo di questo reparto curando sia artisticamente che esecutivamente ogni dettaglio.

Come è cambiato a vostro avviso il mondo della musica in Italia dall’anno della vostra fondazione a ora? E voi, come società e come imprenditori, come siete cambiati?
Negli ultimi anni dieci anni sono cambiate molte cose a livello globale per le quali abbiamo dovuto reinterpretare molti aspetti di questo lavoro. Basti pensare a tutte le nuove tecnologie a portata di tutti (smartphone, supporti bluetooth), l’avvento delle piattaforme di distribuzione della musica digitale in streaming, i continui nuovi social network che suggeriscono ciclicamente nuovi modi di comunicare più sintetici e veloci. A fronte di questi cambiamenti abbiamo ritenuto opportuno strutturare l’azienda in modo che ogni reparto potesse assolvere ogni specifico segmento delle attività richieste. Da una realtà di due individui siamo diventati un’azienda di dieci persone tra dipendenti e risorse esterne costanti.

Ricollegandoci alla terza domanda, qual è stato l’impatto dell’emergenza Covid?
Abbiamo dovuto congelare completamente tutte le attività live sia dal punto di vista esecutivo che nelle pianificazioni delle strategie complementari alla discografica. I ricavi legati alla musica dal vivo hanno un apporto molto importante nelle economie di una struttura come la nostra come del resto nel complessivo del music business italiano. Siamo, e spero torneremo presto ad essere, una realtà che lavora i propri progetti ed artisti con percorsi lunghi e costanti. Questi ultimi mesi siamo stati costretti a considerare e approvare progetti molto più brevi, in termini di narrazione, e concisi, in termini di durata del ciclo di lavoro legato alla release di un album, di come avremmo voluto.

Quali sono gli elementi essenziali che cercate in un “investimento” musicale quando qualcuno ve lo propone?
Continuiamo ad essere molto romantici sull’approccio. La musica deve muovere qualcosa di viscerale e le parole appoggiate sopra devono accendere. Quando questo succede è il primo passo verso un “matrimonio” con l’artista. Il confronto quotidiano poi sta alla base di costruire rapporti di lavoro e personali sani; solitamente da questa intesa ne escono progetti solidi e gratificanti.

Quali sono le scelte imprenditoriali nel corso della vostra esperienza di cui andate più fieri e perché?
A distanza di anni ci sentiamo di dire che la scelta delle risorse interne e dei partner con i quali lavoriamo stretto contatto si sia rivelata vincente per lo sviluppo dei vari progetti artistici e di Woodworm come azienda e come brand. Dal punto di vista economico, invece, crediamo che sia importante continuare ad avere un’attitudine molto “artigianale” alla lavorazione dei progetti. Questo sia per mantenere la qualità del lavoro alta sia per non disperdere risorse fuori da un sistema che per alcuni aspetti risulta ancora circolare. I lati negativi sono invece che questo sistema implica molto lavoro, individuale e di tutti i reparti collegati, esattamente come per tutto il mondo dell’artigianato appunto.

Chiudiamo ragionando sul vostro futuro. Come immaginate il ventennale di Woodworm?
Speriamo di mantenere lo stesso trend di questi primi 10 anni. Aggiungere costantemente risorse interne che possano essere esaustive alla lavorazione di più artisti di quanti ne abbiamo adesso. Magari arrivare ad una stabilità economica e progettuale che ci dia nuovi stimoli e la possibilità di tentare strade per noi inesplorate. Riuscire a tenere sempre un buon compromesso tra qualità e quello che il mercato chiede. Che tutti i nostri artisti siano felici di loro stessi e della squadra.

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