Il ritorno di Donald Trump: una nuova piattaforma per sfidare i social che lo hanno bandito

Donald Trump
(foto Alex Wong/Getty Images)
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A volte ritornano. Esiliato dai social media dopo l’attacco al Campidoglio, l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump apre un sito personale: “Dalla scrivania di Donald J. Trump”.

L’immagine di copertina ritrae Trump impegnato a scrivere su un grande volume che ricorda quello che usava alla Casa Bianca per firmare leggi e decreti. Il video che accompagna l’annuncio ha i soliti toni forti: “In un momento di silenzio e bugie, sorge un faro di libertà. Un luogo dove parlare liberamente e in sicurezza”.

I messaggi dell’ex presidente possono essere condivisi dai follower sui social, ma la piattaforma non permette di rispondere o interagire con i post di Trump. Un grande freno per un comunicatore “caldo” come lui, che incendiava ogni mattina l’ecosistema dei social media e i suoi 88 milioni di follower.

Fox News, che è stata sempre favorevole alla linea politica dell’ex presidente, ha pubblicato in anteprima la notizia del ritorno di Trump, subito rilanciata da Jason Miller, suo consulente senior per la comunicazione. Miller, però, sulla sua pagina Twitter usa prudenza: “Questo sito è una grande risorsa, ma non è una piattaforma social. Arriveranno a breve aggiornamenti sull’iniziativa”.

I dubbi di Facebook, la fermezza di Twitter

Dal giorno in cui Mark Zuckerberg, in una delle audizioni sull’attacco al Campidoglio, pronunciò la frase “Non è colpa di Facebook, è colpa di Trump”, la posizione del social media di Menlo Park sembra essersi ammorbidita. Non a caso, il lancio del nuovo sito arriva proprio nella settimana in cui l’organo di vigilanza di Facebook sta esaminando se sospendere per sempre la presenza di pagine intestate a Trump (inclusa quella su Instagram).

Si mostra invece inflessibile sulla sua riammissione il fondatore di Twitter, Jack Dorsey. Un portavoce della società ha comunicato che Facebook può fare ciò che crede, ma Twitter confermerà la sospensione permanente di Trump. In una successiva nota, Twitter ha affermato che “la condivisione di contenuti, compresi quelli del nuovo sito, sarà consentita solo se il materiale non sarà contro la policy interna”. E ha avvertito: “Ogni tentativo di aggirare la sospensione con cloni dell’account sospeso verrà bloccato”.

Chi ha costruito il sito di Donald Trump

L’architettura del sito porta la firma di Campaign Nucleus, fondato da Brad Parscale, direttore dei media digitali per la campagna presidenziale di Trump del 2016 e responsabile della campagna per la rielezione nel 2020. Parscale presenta così la sua organizzazione: “Campaign Nucleus è l’unico ecosistema digitale automatizzato realizzato per gestire in modo efficiente le campagne e le organizzazioni politiche”.

La piattaforma impiega tutte le moderne tecnologie in uso nelle aziende commerciali per la sua comunicazione social, dal crm alla gestione dei big data. Fino alla velocizzazione dei messaggi sui social media, che – secondo Parscale – devono essere “reinventati come connessione diretta tra candidati e pubblico”. Questa macchina da guerra ha permesso alla piattaforma Campaign Nucleus di inviare, fino a oggi, 15 miliardi di messaggi. 

Lo spin doctor di Trump che giocava a basket

Brad Parscale è un fedelissimo animatore della Trump Organization, anche se, di recente, qualcuno lo ha accusato di avere speso troppi soldi con risultati non efficaci. Ha un passato di giocatore di basket, sport che dovette abbandonare a causa di un infortunio.

Parscale si appassionò alla tecnologia video affiancando suo padre Dwight nell’azienda di famiglia, New Tek, con una sede a San Antonio, in Texas, e si specializzò in software per il montaggio video. Nel 2016 ricevette da Donald Trump l’incarico di mettere in piedi una potente campagna digitale. Poi, dal 2018, è stato plenipotenziario di tutta la campagna elettorale dell’ex presidente. Ma Trump si scagliò contro di lui quando, attraverso TikTok, alcuni suoi oppositori prenotarono gran parte dei posti del Bok Center di Tulsa, senza poi presentarsi, e costrinsero l’allora presidente a tenere un comizio davanti a un anfiteatro semivuoto.