Le terre rare saranno il petrolio del nostro secolo. E sono in mano alla Cina

Miniera Cina terre rare
Una miniera cinese (Shutterstock)
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Articolo tratto dal numero di maggio 2021 di Forbes Italia. Abbonati!

Sigaretta penzoloni tra le labbra, coperto di fango dalla testa ai piedi, un cinese di mezza età scende giù da una piccola altura di terra chiara. Quasi scompare sotto il carico che tiene in equilibrio sulle spalle. È mingherlino, eppure forzuto, e con un ultimo studiato colpo di reni lancia il sacco enorme sul camion diretto al centro smistamento. Si potrebbe dire, con un po’ di enfasi retorica, che su quella schiena magra si è caricato il peso della transizione energetica del pianeta. È un minatore della provincia di Jiangxi, sud della Cina, uno dei centri nevralgici della produzione di metallo nel mondo. In quella sacca polverosa ci sono terra, roccia e minerali. Un miscuglio che, lavorato e processato, diventa il carburante imprescindibile dell’economia di oggi, e soprattutto del nostro futuro. 

Ci aveva visto lungo Deng Xiaoping, vero architetto della superpotenza cinese. Disse, nel 1992: “Il Medio Oriente ha il petrolio, noi i metalli rari”. Nel gergo del settore, li chiamano anche vitamine o spezie. Ma è un eufemismo: l’effetto che hanno è quello del più forte degli steroidi. E questo vale innanzitutto per le terre rare, il gruppo più potente di questi metalli. Rendono le leghe più dure, più resistenti, più leggere, magnetiche, conduttive. Una spruzzata di neodimio nel ferro o nel boro produce un magnete stupefacente: cento volte più piccolo, a parità di potenza, di quelli tradizionali. È grazie a lui se i motori delle auto elettriche oggi sono più competitivi, ma lo si trova nelle turbine eoliche, negli smartphone, in tanti strumenti di tipo medico (e pure negli attuatori elettrici di certi missili). Senza l’europio, altra terra rara, niente lampade e lampadine led a basso consumo. Anche l’erbio dilata la luce, e serve nelle applicazioni laser e nelle fibre ottiche, ed è quindi fondamentale nel mondo di oggi, dove informazioni e dati devono circolare rapidissimi. 

Si è capito, insomma, che questi elementi sono la benzina del progresso nelle tecnologie digitali e verdi. Il carbone ha fatto la rivoluzione industriale, il petrolio ha sancito l’egemonia statunitense nel Novecento, il nuovo mondo delle rinnovabili avrà bisogno del suo carburante. Ed è chiaro che chi controlla i metalli rari è in posizione di vantaggio. Perché bisognerà estrarne quantità gigantesche, se davvero il pianeta vuole liberarsi del combustibile fossile (e limitare la crescita della temperatura globale di 2°C). Eolico, solare, geotermico, per non parlare degli strumenti di stoccaggio di energia – le batterie, per intenderci. La Banca Mondiale dice che la produzione di metalli e minerali dovrà aumentare del 500% entro il 2050. Tre miliardi di tonnellate in tutto, di cui almeno 600 milioni dovranno essere di metalli rari (secondo una stima delle Nazioni Unite). Questo avrà un impatto geopolitico enorme, con incognite notevoli per mercati e relazioni internazionali. 

Capire il nuovo scenario significa innanzitutto approfondire due questioni: i metalli rari sono davvero rari? E se qualcuno li paragona agli steroidi, qual è il loro effetto collaterale? Cominciamo col districarci dal primo equivoco: i metalli rari non sono poi così rari. A quanto pare, si tratta di un modo di dire che risale alla mineralogia dei secoli passati. Oggi sappiamo che in alcuni casi questi elementi sono diffusi sulla terra quanto il rame e il piombo. Ma quell’antico nome è rimasto, forse perché la loro concentrazione è bassa ed è molto difficile separarli chimicamente. Le terre rare vanno prima estratte da un amalgama di roccia e minerali; poi si formano i metalli, che a loro volta sono combinati in leghe e magneti. È una procedura che richiede molto calore, molto acido, centinaia o migliaia di cicli. E non è molto efficiente. Vanno purificate otto tonnellate e mezzo di roccia per produrre un chilo di vanadio, 50 tonnellate per un chilo di gallio, 200 tonnellate per un chilo di lutezio. Eccoli qui gli effetti collaterali. Acqua radioattiva, gas di scarico tossici (tra cui il micidiale fluoro), e altri rifiuti davvero pericolosi. Ed ecco il secondo paradosso: le rinnovabili, e dunque la salvezza del pianeta, dipendono da un’industria che non è cattiva, ma brutta e sporca sicuramente sì. Anche per questo l’Occidente l’ha volentieri appaltata alla Cina (che a sua volta la sta subappaltando all’Africa e alla Birmania).

Raffineria terre rare
Uno stabilimento nella regione autonoma cinese della Mongolia Interna (foto Shutterstock)

D’altronde, la globalizzazione funziona così: la Cina sfornava metalli rari a costi bassi, con poco riguardo per l’ambiente e forse ancora meno per gli operai, e il resto dei Paesi si metteva in fila per comprare. Tra il 1978 e il 1995 la produzione di terre rare cinesi è aumentata in media del 40% all’anno. Le esportazioni sono cresciute di conseguenza, facendo calare i prezzi in tutto il mondo. L’America intanto spingeva ancora di più sui trattati a libero scambio, e le sue aziende ne approfittavano muovendo parte delle fabbriche all’estero, spesso in Cina. Un ritornello comune divenne: “Progettato in California. Assemblato in Cina”. Nell’iPhone, del resto, c’è tutta la magia delle terre rare. Con l’ittrio e l’europio i colori dello schermo brillano senza drenare la batteria, e il telefono, così sottile, suona potente e vibra grazie al neodimio e al disprosio. Apple assemblava i suoi primi computer a Fremont, in California, ma chiuse quello stabilimento nel 1992. Dieci anni dopo, un altro fatto piuttosto eloquente: si è fermata la miniera di Mountain Pass, dal 1960 il più grande produttore al mondo di terre rare. Impossibile competere con i prezzi cinesi e insieme rispettare i vincoli ambientali della California.

Avanti così fino al 2010, quando la profezia di Deng Xiaoping si è realizzata completamente. Quell’anno dalla Cina è uscito il 98% dell’offerta globale di terre rare. Metalli incorporati nell’elettronica di consumo quotidiana, nelle armi più sofisticate, nei sistemi di comunicazione e nelle tecnologie energetiche verdi. Per il loro approvvigionamento, Europa e Stati Uniti oggi dipendono dalla Cina in modo impressionante: 80% gli Stati Uniti, 98% l’Europa. E tuttavia la Cina non può certo adagiarsi sugli allori. Sa bene che la posizione di forza raggiunta non è così granitica. Innanzitutto c’è la novità di essere ormai un importatore netto di alcune terre rare; e il concreto rischio di doverle importare tutte, secondo alcune stime, entro il 2030. La sua domanda interna quindi continua a crescere, ed è necessario garantire alla manifattura tecnologica un rifornimento affidabile. Pechino corre ai ripari, intima al comparto minerario di produrre di più. L’obiettivo adesso è 84mila tonnellate di terre rare nei primi sei mesi dell’anno (30% in più rispetto al 2020). E poi sullo sfondo ci sono altre manovre, che certamente preoccupano: una legge in vigore dallo scorso dicembre, con cui la Cina potrebbe bloccare l’export di materiale strategico, compresi metalli e terre rare. Questa è un’industria che il governo in realtà fatica a gestire. Chiede un aumento della produzione, poi si lamenta dei prezzi troppo bassi in giro per il mondo. Vorrebbe – da quanto si legge sulla bozza di un decreto – avere un “controllo maggiore sulla catena di approvvigionamento globale” di questi metalli. 

Ciò che interessa veramente, dicono gli analisti, è l’ultima parte della catena, quella dei prodotti finali. Il cruccio cinese è essere ancora troppo deboli nella creazione di oggetti high-tech, e che quindi tutto questo lavoro con le terre rare finisca un po’ sprecato. È questo il vero motivo – non le rappresaglie commerciali scatenate da guerre dei dazi– che potrebbe spingere Pechino a chiudere i rubinetti dell’export. Cosa che per ora, bisogna ammettere, non sembra abbia intenzione di fare davvero. Ma gli Stati Uniti si preparano comunque. E fanno bene.

La vera supremazia cinese poi è nella raffinazione; qui Pechino controlla i quattro quinti della capacità globale (nella produzione, invece, la sua quota è scesa dal 98 al 60 per cento). Significa che tanti minerali estratti negli Stati Uniti devono essere inviati in Cina, perché l’America non ha strutture per lavorarli. Il Pentagono è nervoso: e chi non lo sarebbe se dovesse dipendere da un avversario conclamato per input essenziali che finiscono ovunque, dai missili a guida di precisione ai droni. La forza cinese nella raffinazione però non deriva da particolari astuzie tecnologiche. Ma piuttosto da una lunga, imperturbabile tolleranza all’inquinamento.

Mountain Pass terre rare
La miniera di Mountain Pass, in California, la più grande produttrice al mondo di terre rare dal 1960 (Wikimedia Commons)

In America produrre è più complicato, giustamente bisogna rispettare vincoli ambientali e diritti del lavoro. La saga di Mountain Pass, la vecchia miniera californiana, ne è la dimostrazione. Ha riaperto nel 2012, ha chiuso di nuovo nel 2015 per bancarotta, poi è tornata di nuovo in funzione nel 2018. Da lì è uscito nel 2020 quasi il 16% dell’offerta mondiale di terre rare. Significa che in America questi metalli ci sono, ci vuole soltanto la determinazione politica (ed economica) per estrarli e lavorarli. Joe Biden sta mostrando di averla, e un certo contributo, a onor del vero, lo aveva dato anche la passata amministrazione di Donald Trump. Il governo americano oggi valuta di poter sfruttare giacimenti in Alaska, Nebraska, Texas e Wyoming. Ha preso accordi con una miniera australiana, il più grande produttore di terre rare fuori dalla Cina. È un dinamismo necessario. Bisogna alimentare un piano faraonico di investimenti pubblici e politica industriale. E tra le priorità massime c’è la transizione verso l’economia pulita e il rafforzamento di infrastrutture e tecnologie digitali, contrastando quindi i cinesi nel 5G, nei semiconduttori, nella robotica e nell’intelligenza artificiale. Non c’è nemmeno bisogno di dirlo: metalli e terre rare sono il carburante insostituibile di tutte queste sfide. 

E il resto dell’Occidente? In Europa abbiamo più o meno gli stessi obbiettivi. Digitalizzazione e green new deal sono parole d’ordine anche da noi; Bruxelles ha detto formalmente di puntare alla neutralità climatica entro il 2050. Ma cosa fa per garantirsi forniture adeguate del materiale critico per questo cambiamento? Per ora si affida molto a Paesi esteri lungo tutta la catena del valore dei metalli critici, dalle materie prime ai prodotti finiti. “Nella raffinazione dipendiamo per due terzi dalla Cina”, spiega Luca Franza, capo del programma su clima ed energia dello Iai (Istituto affari internazionali), uno dei principali think-tank italiani di politica internazionale. La produzione europea di metalli strategici avviene perlopiù in Francia (afnio e indio), Germania (gallio), Norvegia (silicio metallico), Finlandia (germanio) e Spagna (stronzio). Si parla poi di grosse riserve di litio (metallo non raro, eppure molto strategico) in Serbia, che dovrebbero essere sfruttate. Ma di litio ce n’è anche in Austria e Repubblica Ceca, e nel frattempo la Romania sta aprendo di nuovo alcune sue miniere di terre rare. Ma si tratta di poca cosa, soprattutto per le terre rare, di cui l’Europa produce solo il 3% del totale mondiale.

Basta qualche dato per rendersi conto di quanto siamo vulnerabili. Entro il 2030, spiega la Commissione europea, avremo bisogno (per batterie di veicoli elettrici e stoccaggio dell’energia) di aumentare la disponibilità di litio di 18 volte e quella di cobalto di cinque volte; nel 2050, la quantità dovrà essere superiore di 60 volte per il litio e 15 volte per il cobalto. La crescita della domanda va affrontata, in caso contrario, avverte il report, “ci potrebbero essere difficoltà di rifornimento”; il tono è quello un po’ evasivo della diplomazia, ma si capisce che il problema è reale.

C’è da dire che qualcosa comunque sembra muoversi, anche in vista dei fondi messi a disposizione dal programma Next generation Eu. Lo scorso settembre è nata la European Raw Materials Alliance, con a capo un solido gruppo industriale e l’adesione di tanti imprenditori, centri di ricerca, enti governativi, per concentrarsi su due cose strategiche: magneti di terre rare e motori elettrici. L’obiettivo è fare in modo che l’industria europea tenga il passo nella rivoluzione dell’auto elettrica. Nelle batterie di nuova generazione – oltre al litio – c’è bisogno di dosi massicce di terre rare. E strozzature nell’approvvigionamento potrebbero colpire produttori tedeschi, francesi e italiani.

Un altro sforzo promettente è la European Battery Alliance, con fondi per quasi tre miliardi di euro e forte partecipazione italiana. Qui l’idea è creare proprio una filiera europea per le batterie elettriche, tra cui quelle a ioni di litio. “Bisogna sostenere industrie consolidate e poi espanderci sulle batterie con iniziative come questa”, spiega ancora Franza. Ma una cosa è abbastanza chiara: se davvero dobbiamo affrancarci dalla Cina nella fornitura di materie prime critiche, allora salirà anche il prezzo della nostra transizione energetica. “I costi aumentano certamente se produciamo in casa. È una questione di cui tenere conto”. D’altronde pasti gratis ancora non li ha inventati nessuno.