“Più laureati Stem e più giovani ricercatori”: la ripartenza secondo Maria Chiara Carrozza, presidente del Cnr

Maria Chiara Carrozza Cnr
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Dal 12 aprile, Maria Chiara Carrozza ricopre lo stesso incarico che fu di Guglielmo Marconi. È presidente del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche). Una professionista sempre in vetta. Laurea in fisica e PhD in ingegneria, ha una cattedra di bioingegneria industriale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, di cui fu pure rettore. Durante il governo-meteora Letta è stata ministro dell’Università e della Ricerca. Ha condotto ricerche nella biorobotica, biomeccatronica e neuro-robotica. Fresca d’incarico dichiarò che avrebbe promosso un “cambio di passo e di prospettive”. La nostra intervista parte proprio da qui.

Nel dettaglio, quali sono le prospettive e le priorità da seguire per favorire il cambio di passo?
Prima di ogni cosa sto prendendo contatto con la rete scientifica dell’ente: ho incontrato i direttori di dipartimento, sto incontrando quelli di istituto e sto cominciando a visitare le sedi dislocate in tutta Italia. Quello che posso già dire è che il Cnr ha bisogno di risorse e di riforme, ma non ho ricette preconfezionate. Anche perché il futuro del Cnr dipende dal contesto nazionale, europeo e globale in cui definirne il posizionamento. 

Che azioni metterà in campo per favorire il dialogo con le università?
II Cnr è il maggiore ente di ricerca pubblico italiano e una grande risorsa per questo Paese. La collaborazione con le università è fondamentale, perché è nei nostri atenei che si formano i ricercatori e le ricercatrici di domani. Per questo, come prima cosa, urge assolutamente aumentare il numero di laureati e laureate nelle materie scientifiche.

E come promuovere la collaborazione con il mondo industriale?  
Il Cnr è sempre in contatto con le imprese, grazie anche alla vasta articolazione territoriale della nostra rete scientifica. Penso, in particolare, che l’ente possa essere il partner pubblico per sostenere la digitalizzazione e la transizione ecologica, due delle più importanti sfide su cui si gioca il progresso della nostra società.

Il Cnr si muove tra ricerca, innovazione industriale, attività di servizio e consulenza per le istituzioni pubbliche. Quali leve azionerà per ognuno di questi settori? 
Tutti questi aspetti sono essenziali e costituiscono la mission del Cnr, che mette al servizio del Paese le proprie competenze e i risultati della ricerca. Certo è sempre più strategico – non solo per il Cnr, ma in generale per la ricerca pubblica italiana – potenziare il binomio pubblico-privato, che nel nostro Paese è ancora visto con sospetto. Le partnership tra ricerca e impresa sono invece necessarie a tradurre in termini di ricchezza materiale e sociale il valore scientifico delle scoperte dei nostri ricercatori.

Il bilancio del Cnr oggi copre costi e stipendi dei ricercatori, lapparato amministrativo e gestionale è economicamente pesante. Come sciogliere questo nodo?
Questa è sicuramente una questione da affrontare: è chiaro che, al di là del Foe (Fondo ordinario per gli enti), abbiamo bisogno di maggiori fondi. Oggi il Pnrr è una grande occasione: miliardi di euro saranno investiti in istruzione e ricerca, una chance importante per tutti gli enti di ricerca. Anche grazie a questo impulso poderoso, il Cnr avrà modo di offrire il suo contributo per lo sviluppo del Paese. 

Il Cnr si articola in più dipartimenti. Quali potenziare, anche in vista delle urgenze di questa fase storica?
Non si tratta di privilegiare uno o l’altro perché proprio la multidisciplinarietà è la forza del Cnr e l’approccio multidisciplinare è indispensabile quando si affrontano grandi emergenze, che siano sanitarie o sociali. Ma, se si guarda anche al Pnrr, si capisce bene come le sfide strategiche che abbiamo davanti siano la transizione ecologica e digitale, la salute e la formazione.

Un suo commento sullItalia nellera delleconomia della conoscenza. Quali sono le urgenze per allinearsi con gli standard internazionali? Quali azioni occorre mettere in campo per rimpatriare alcuni dei nostri grandi ricercatori sparsi per il pianeta?  
È essenziale che l’Italia operi un grande investimento in ricerca e sviluppo e nel capitale umano. Servono più laureati nelle discipline Stem e più ricercatori, con migliori opportunità di carriera e meno vincoli burocratici. Per non rimanere indietro sono indispensabili i giovani ricercatori, ma dobbiamo favorire anche l’intera filiera dell’innovazione, di cui i ricercatori sono un elemento determinante, ma non l’unico: occorre facilitare il deposito dei brevetti, sostenere le certificazioni, i trial sperimentali, fornire strumenti assicurativi e legali, sinergie per garantire il passaggio dalla scienza alla tecnologia. Il Paese deve diventare attraente dal punto di vista dello stipendio per i ricercatori che si trovano all’estero e non solo per gli italiani che sono andati a fare ricerca fuori dal nostro Paese. L’ideale sarebbe avere un sistema di reclutamento europeo e la portabilità della posizione in tutti i centri di ricerca europei per raggiungere un equilibrio tra mobilità in uscita e in entrata degli scienziati. Perché la ricerca e le grandi collaborazioni scientifiche sono, per definizione, prive di confini nazionali.

In tema di vaccini, qual è la lezione impartita dalla pandemia?
Certamente in questa emergenza sanitaria abbiamo capito che la ricerca è lo strumento strategico del Paese per sviluppare innovazione a favore della società, delle imprese e dei cittadini, soprattutto gli ultimi. Come comunità scientifica siamo chiamati a dare il massimo oggi per essere in grado di fronteggiare al meglio le sfide di domani. Bisogna però sostenere la ricerca fondamentale, senza la quale non avremmo ottenuto i vaccini in tempi così brevi.